Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
21 dicembre 1997
Mattinata di zazen a Fossano
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Le libertà del Bodhisattva


Domenica 21 dicembre 1997, kusen delle 8:15

Nel prendere la postura non dimenticate di oscillare energicamente sette otto volte, da sinistra verso destra e da destra verso sinistra, i pugni sulle ginocchia, i pollici all’interno dei pugni, le palme rivolte verso l'alto. Fate questa oscillazione a partire dalla vita. La testa, la nuca, restano sul prolungamento della colonna vertebrale. Il corpo oscilla su un piano verticale, senza fare ondulazioni, cioè non ci si piega in avanti.

Poi, alla fine, dopo sette otto oscillazioni di ampiezza sempre più ridotta, uniamo le mani in gassho all’altezza del viso e ci inchiniamo profondamente in avanti, inclinando bene il bacino in avanti. Poi ci si raddrizza rapidamente, mettendo la mano sinistra nella mano destra e si assume la postura di zazen.

Fin dall’inizio di zazen ci si concentra sui punti importanti della postura. L’inizio è molto importante. Fin dall’inizio mettete tutta la vostra energia nella postura del corpo: inclinate bene il bacino in avanti, appoggiate con forza le ginocchia sul suolo, tendete bene le reni, estendete la colonna vertebrale, la nuca, e spingete verso il cielo con la sommità del capo, come se voleste allungare la vostra altezza di qualche centimetro. E’ importante distendere bene tutto il corpo tra il cielo e la terra.

Si rilassano bene le spalle, si rilassa bene il ventre e si lascia che il peso del corpo prema sullo zafù, sul punto che si trova al centro del perineo.

Una volta che si è presa la postura, si inspira e si espira profondamente due o tre volte e poi si osserva la propria respirazione naturale. Invece di seguire i vostri pensieri, state attenti alla respirazione.

Durante questa mattinata di zazen ho intenzione di parlarvi della libertà del bodhisattva. Il Maestro Deshimaru ne parla nell’Hannya Shingyo.

Kanjizai è il Bodhisattva della Grande Libertà. Questo bodhisattva non è soltanto un personaggio mitico, Avalokitesvara, il Bodhisattva della Compassione, ma è ognuno di noi quando abbiamo la pratica giusta di zazen e quando tutta la nostra vita è ispirata da questa pratica. Come sapete il bodhisattva è colui che fa il voto di aiutare tutti gli esseri a liberarsi dalla sofferenza, e questa liberazione la pratica lui stesso, dando l’esempio a partire dalla sua stessa pratica di zazen.

Apparentemente durante zazen non siamo così liberi: ci sono delle regole nel dojo che bisogna seguire, c’è una postura che adottiamo, e non ci si deve muovere. Quindi per il nostro ego non è proprio una libertà: non possiamo prendere qualunque postura, non possiamo muoverci.

Ma nella vita quotidiana si può fare l’esperienza inversa: non soltanto siamo liberi di muoverci, ma non smettiamo di agitarci, di correre dietro ogni tipo di cose, spinti qua e là dai nostri desideri, dalle esigenze sociali. Apparentemente siamo liberi, ma in realtà non facciamo che seguire delle condizioni.

Capita talvolta di pensare che la vera liberazione sia la libertà spirituale, e allora ci si mette a seguire la Via. In questa pratica della Via, se la liberazione diventa un nuovo scopo, se diventa un nuovo condizionamento che dobbiamo seguire, un nuovo obiettivo - ad esempio, desiderare il distacco -, non si finisce di combattere con se stessi e di nuovo non è veramente libertà.

Allora, alla fine possiamo capire che è necessaria una vera rivoluzione e che questa rivoluzione non può che realizzarsi qui e ora. Praticando lo zazen in cui smettiamo di aspettarci qualche cosa, lo zazen in cui diventiamo autenticamente unità con la pratica di questo istante, nel quale siamo pienamente e totalmente seduti, una cosa sola con la postura e una cosa sola con la respirazione, dimenticando, abbandonando tutte le nostre intenzioni, ogni oggetto, in quel momento possiamo realizzare che non abbiamo bisogno di nulla per essere, nessun bisogno di aggiungere alcunché alla nostra esistenza di "qui e ora". Siamo realmente in unità con la nostra postura, con la nostra respirazione, e non manca nulla.

Non c'è bisogno di opporsi ai pensieri che passano: li guardiamo un istante e li lasciamo passare. E la stessa cosa con i rumori, le percezioni, le sensazioni: non c’è bisogno di essere "contro" alcunché. Non c’è nemmeno bisogno di voler trattenere, conservare, ottenere qualche cosa.

Quando pratichiamo così, possiamo riconciliarci con la nostra vita e trovare l’autentica libertà anche in mezzo a tutti i fenomeni e a tutte le condizioni, senza attendere più avanti.

Domenica 21 dicembre 1997, kusen delle 11:15

La prima libertà del bodhisattva è la libertà dello spirito, così come la realizziamo in zazen quando non lasciamo che la nostra mente ristagni su alcunché, quando non ci lasciamo trascinare dai pensieri.

In zazen poco importa a cosa pensiamo: non è il contenuto dei pensieri che è importante, e nemmeno delle sensazioni, delle percezioni, delle emozioni, ma è il nostro atteggiamento in rapporto a ciò che succede, come siamo coscienti di ciò che appare, come siamo capaci di vedere, di sentire, di percepire chiaramente e, un istante dopo, come possiamo lasciare, lasciar passare, come possiamo di istante in istante andare al di là di ogni pensiero, e allo stesso modo del non-pensiero.

Poi c’è la libertà della vita eterna. Fin dall’origine dell’umanità l’uomo si è posto la questione della vita dopo la morte, se è possibile sperare nella vita eterna. Con la pratica di zazen noi troviamo, realizziamo la vita eterna qui e ora, abbandonando ogni preoccupazione riguardo al prima, al passato, o al dopo, al futuro.

Questa esperienza dell'eternità dell’istante presente viene realizzata attraverso la concentrazione. Qui impariamo a osservare noi stessi, qui ci domandiamo cos'è che nasce: è un ego che nasce? Che cos’è l’io? Che cos’è l’ego? Osservando questo koan possiamo comprendere intimamente che l'ego è inafferrabile, impossibile a separarsi da tutto l’universo. E se diventiamo così intimi con questa vita senza separazioni, allora possiamo sperimentare la non-nascita, cioè la vita che non ha inizio e che dunque non ha fine, la vita al di là della nascita e della morte, la vita eterna. Si può dire che praticare zazen significa "morire" ad una certa visione limitata della vita, una visione nella quale ci identifichiamo con il nostro piccolo io, per "rinascere" alla vita illimitata.

La terza libertà del bodhisattva è la libertà di usare liberamente i beni materiali. Dipende dal fuse, dalla pratica del dono: consiste nell’abbandonare la nostra avidità, la nostra paura che qualcosa ci venga a mancare. Allora possiamo usare liberamente i beni materiali, imparare a dare e ricevere senza attaccamento.

Poi c’è quella che chiamiamo go jizai, la libertà dell’azione, la libertà in rapporto al karma. Qualunque sia stato il nostro karma passato, ci ha comunque portati a fare zazen, e dunque, in ultima analisi, non è poi così cattivo: non c’è bisogno di colpevolizzarsi e nemmeno di rimpiangere. Qui e ora, zazen è il mondo senza karma: il corpo in una postura equilibrata, nessuna azione negativa può essere commessa, nessuna azione egoista. E allora il karma del corpo è purificato, impariamo a non seguire i suoi impulsi, a smettere di agire automaticamente.

E così nella vita quotidiana, allo stesso modo, si può imparare qual è il momento di fermarsi: prima di intraprendere un’azione, che cosa mi spinge ad agire? Se il motivo è egoista, limitato, meglio lasciar passare.

Stessa cosa per le parole: in zazen siamo silenziosi, impariamo ad apprezzare il silenzio, la non-parola. Così nella vita quotidiana, prima di parlare, possiamo rispettare un momento di silenzio e domandarci: cosa mi spinge a parlare? Se il motivo non è buono, meglio restare in silenzio. Se è solo per vantarsi o per criticare o per mentire, osserviamo e lasciamo passare, restiamo in silenzio.

Stessa cosa per i pensieri: invece di essere incatenati dai pensieri, come ossessionati, li osserviamo nello specchio di zazen e li lasciamo passare.

C'è anche la libertà di vita, grazie ai Precetti. Talvolta si considerano i Precetti come delle proibizioni e si ha l’impressione che ciò non sia la libertà. In realtà i Precetti sono l’espressione della nostra autentica Natura di Buddha. Seguirli, armonizzarsi con essi è realizzare l’autentica libertà.

Poi c’è la libertà che chiamiamo sho ge jizai. E’ la libertà di trasformazione, cioè di non essere rigidi, di essere capaci di cambiare di istante in istante il nostro atteggiamento. Significa non ristagnare su credenze, abitudini, e nemmeno sul nostro sapere, su quello che pensiamo di avere capito, ma essere capaci di considerare la nostra vita come nuova ogni giorno.

Poi c’è la libertà della speranza, che non è sperare vanamente qualche cosa nel futuro, ma comprendere che il nostro voto, il più profondo, i voti che facciamo come bodhisattva, cominciano a realizzarsi qui e ora, in ogni pratica.

Vi è anche una forma di libertà del bodhisattva, la libertà dei poteri soprannaturali. Leggere nel pensiero degli altri, ricordarsi delle proprie vite anteriori, essere capaci di vedere tutto chiaramente. Nella pratica dello Zen l’autentico potere soprannaturale è essere semplicemente concentrati qui e ora in ogni azione, alzarsi, lavarsi, preparare i pasti, non attaccarsi a nulla di particolare, ma armonizzarsi invece con la propria vita di ogni istante.

Domenica 21 dicembre 1997, mondo delle 12:30

- Se avete una domanda da porre, non esitate... Sì...

* * * * * * * * * *

- Allora... Volevo chiederti, per favore, che tipo di comportamento dobbiamo avere con noi stessi davanti ai nostri limiti quando ci sembrano più sottili. Ti do un esempio: a me sembra che la pigrizia è qualcosa di un po' più grossolano, più facile da vedere, e che magari con la volontà e un po' di sforzo si riesca a trasformarla pian piano. Invece, per esempio, la mia esperienza di questa notte - che non ho dormito -, ho potuto osservare la mia emozione e tante altre cose che mi sembrano più sottili, che già non sono molto facili da vedere e sono ancora più difficili da trattare, da averci una relazione.

- Cosa hai osservato questa notte ?

- Tante facce di me stessa.

- Sì sì...

- Per esempio, perché ero emozionata, perché la tua presenza mi fa come da specchio e vedo le cose che vorrei fare e non riesco a fare, o quand'è che faccio troppo e dovrei fare di meno, dove mi perdo. E allora mi sembra che già non è facile vedere, ma poi non so proprio come fare perché mi sembra che alle volte sono come soggiogata dalle emozioni. Le riesco a vedere, non le riesco a prenderle e non so cosa fare. E questo mi dà fastidio. Allora vorrei domandarti: davanti a queste cose più sottili, a questi limiti più sottili interiori, come bisogna comportarsi?

- Sì sì... Ma quale limite per esempio ? Perché trovo che è troppo vago, troppo generale.

- Forse, appunto, questo avere troppe... sentire troppe emozioni o percepire l'io e l'orgoglio che sono mischiati in queste emozioni.

- Quando hai un'emozione è bene osservare cosa succede in quel momento. Per esempio, adesso: c'è un'emozione?

- Un pochino sì.

- E cosa succede?

- Il primo impulso sarebbe quello di non venire a fare la domanda.

- Perché?

- Magari perché mi vergogno, perché mi sembra che questa domanda è una stupidaggine.

- E da dove viene questa vergogna?

- Non so esattamente.

- Questo è il punto. Da dove viene? Cosa succede? Cosa succede adesso?

- Ogni tanto, mi sembra appunto che è una faccia, un pezzo del mio io, ma appena lo vedo si nasconde. Non so. E' difficile spiegare... E allora mi confonde perché non so da che parte devo andare.

- Mh, mh...

- Forse non bisogna andare da nessuna parte? Non so.

- Per esempio, tu volevi porre una domanda e poi avevi vergogna. Ma comunque hai posto la domanda. In quel momento tu hai abbandonato l'ego che aveva vergogna, eri al di là. Dunque, eri a contatto con la tua emozione e allo stesso tempo non ti sei lasciata bloccare da quell'emozione. E questa è la libertà: da un lato riconoscere ciò che ci succede, ma non lasciarci rinchiudere, condizionare da ciò. Queste sono due cose importanti: utilizzare le emozioni per comprendere noi stessi, per vedere di quale attaccamento si tratta, ma non rimanere con ciò. Andare al di là.

Non posso risponderti in maniera generale. E' interessante, ma ogni volta è differente. Per esempio, a proposito dei mondo, ci sono persone che non osano mostrare la loro ignoranza riguardo le proprie difficoltà, perché vogliono essere riconosciuti come buoni discepoli che hanno già capito lo zen, che non vogliono mostrare le loro lacune, le loro manchevolezza. Allora a causa di questo hanno vergogna di porre una domanda. Allora in quel momento, se percepisci questo, soltanto osservare, e non seguire quell'ego, andare oltre, pffh..., attraversare. Seguire lo spirito del Buddha.

E ieri sera, per esempio, che problema c'era? Tutto è andato bene...

- Eh, sì... [ risate ]

- Abbiamo parlato, bevuto...

- Sì, sì...

- Tutto va bene... la tua cucina è buona...

- [ risate ] ... Sì.

- Nessun problema.

- No. Ma avevo troppi pensieri e mi domandavo perché non riuscivo a dormire: beh, io non soffro mai di insonnia ! Io dormo sempre. [ risate ] Allora quando non dormo mi sembra strano... e non è durato cinque minuti, è durato molte ore. E allora così volevo capire. Poi a un certo punto mi sono detta: "Va bene, non è grave, non dormirò e sto qua a vedere cosa succede". E percepivo anche una sensazione fisica che mi portava... mi sembrava che i pensieri quasi li sentivo girare qua [ indicando la sommità del capo ] e allora mi dicevo: "Dida, senti la tua pancia.". Allora sentivo la pancia e quasi mi addormentavo. E poi di nuovo pensieri, pensieri. Così. E appunto, non sapevo perché e volevo capire. Poi, alla fine, ho dormito.

- Ok.

- Grazie.

* * * * * * * * * *

- Altre domande ? Sì...

* * * * * * * * * *

- Volevo sapere, se è possibile, come mai... Prima hai parlato del Bodhisattva, e io volevo sapere come mai mi trovo molto meglio quando, anziché ragionando sulle cose, agisco invece di impulso ?

- Non ho capito.

- Allora, vorrei sapere come mai mi sento meglio quando agisco di impulso, senza pensare, di quando invece penso. Quando io penso, faccio solo dei "casini". E qui tu dici "osservare le emozioni", no?, non agire d'impulso e attendere. Va bene... cioè, forse, magari intendevi dire "riconoscere", quando qualcosa esce da dentro. Ne escono tante di cose... Alle volte per esempio esce la voglia di ammazzare qualcuno, capita, ma questo non è possibile... Però io sono me stesso quando sono spontaneo.

- Sì, ho capito. Ma, è importante da un lato essere in contatto con la propria spontaneità, non agire soltanto a partire da un modello, soltanto seguendo ciò che pensiamo sia bene, ma se tu vuoi agire seguendo soltanto i tuoi impulsi, rischi di riprodurre sempre gli stessi errori, di riprodurre sempre lo stesso karma, lo stesso condizionamento. Allora, penso che le due cose sono importanti: osservare ciò che viene spontaneamente. E soltanto vedere un secondo. Stop: ci vado o non ci vado, lasciar passare o fare. Non è il caso di rifletterci troppo, di diventare complicati, non è necessario, ma entrare in contatto con ciò che capita spontaneamente. Se vediamo che ciò può essere causa di un cattivo karma, di sofferenza, allora stop! E' meglio astenersi, credo.

La libertà è potere agire o non agire. Se dobbiamo seguire per forza i nostri impulsi, non siamo liberi, ma siamo come degli animali, come macchine. La libertà è lo sguardo che portiamo su noi stessi e sulla situazione, con la possibilità o meno di... due cose: parlo o resto in silenzio. Non si tratta di "agisco" o "resto senza far nulla". Non vuole dire controllarsi forzatamente, ma penso che sia importante essere in contatto con le emozioni, vederle, non reprimerle, ma neppure seguirle sistematicamente. Anzi, questo è il punto essenziale di zazen: zazen è né reprimere, né seguire. Va bene?

- Grazie.

* * * * * * * * * *

- Altre domande? Sì...

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- Oggi nel kusen hai parlato di vita eterna e mi sono ricordata di una domanda che ti ho fatto tre anni fa, e non ci ho ancora capito niente. E' a proposito dell'eternità. Si dice che la sola cosa che sia eterna è mujo, l'impermanenza. Ma ho visto una bella calligrafia che dice "l'amore non muore mai", ma soprattutto dice che il rapporto maestro-discepolo è eterno. Che cosa significa?

- Penso che questo sia la nostra speranza, il nostro desiderio che sia eterno, ma di fatto non è sempre eterno. Conosco delle persone che sono stati discepoli e se ne sono andati. Lo stesso maestro Deshimaru ha avuto discepoli molto vicini, anche una segretaria, per dieci anni tutti i giorni, e poi un giorno ha cambiato idea e se ne è andata. Dunque, penso che quando parliamo di amore eterno in realtà sia la nostra speranza, il nostro desiderio di potere amare indipendentemente dalle circostanze, cioè di realizzare un amore eterno, un amore incondizionato. Generalmente si ama perché si trova qualcosa nell'altro che viene a completare ciò che a noi manca, i nostri bisogni. Allora amo, ma è soltanto in rapporto al nostro ego. E' vero che se noi arriviamo a realizzare un amore che non dipende dal nostro bisogno egoista, allora quell'amore può durare, perché non dipende dalle circostanze. E' un amore generoso, altruista. Questo tipo di amore è molto durevole.

- Comunque c'è la morte?

- Ma... sì.

- E' un limite.

- C'è il limite della morte, ma tu sai bene che nella nostra pratica consideriamo che la morte è solamente un passaggio, una trasformazione, non è la fine,

- Semplice trasformazione ?

- Trasformazione.

- Dunque, c'è qualcosa che va al di là della morte ? Il karma ?

- Ciò che muore quando moriamo è solo l'illusione di essere identificati con questo corpo, con queste sensazioni, queste percezioni, questa storia. Questo muore. E ciò che ci compone - il nostro corpo, la nostra esistenza limitata - ritorna al cosmo, ma quello che è l'essenza della nostra vita continua.

- E qual è allora l'essenza della nostra vita ? [ risate ]

- E' la vita senza separazione, è l'esperienza della nostra vita che non è separata dal cosmo. Cioè... io penso che un'immagine è più facile per comprendere questo. Amo l'immagine dell'onda nell'oceano: l'oceano è tutto il cosmo ed a un certo punto si formano delle onde e queste onde dipendono da condizioni, da circostanze - il vento, la corrente -. L'onda diventa in effetti individuale, ha una forma particolare: possiamo vederla arrivare da lontano, arriva sulla riva e si infrange. Possiamo dire che questo è la morte per quell'onda, ma l'essenza dell'onda, al di là di questa sua forma particolare, è la totalità dell'oceano. E questo continua al di là di quella forma particolare. Allora, allo stesso modo per quanto riguarda la nostra esistenza, tutti gli elementi della nostra esistenza individuale scompaiono, ma al tempo stesso continua, al di là dell'esistenza individuale la vita continua, attraverso altre forme, altre persone.

Questa è una maniera di vedere l'esistenza al di là dell'individualità. Ma esiste un'altra maniera, che è vedere la continuazione del karma sotto forma dell'influenza: per esempio, il maestro Deshimaru è morto, Buddha è morto, ma quello che costituiva il cuore della loro esistenza, cioè la trasmissione della pratica di zazen, continua completamente al di là del Buddha o del maestro Deshimaru. E' ciò che chiamiamo il Corpo del Dharma. L'essenza dell'esperienza spirituale di un essere continua attraverso le persone che continuano, che sono ispirate da quella pratica, da quegli insegnamenti, e che l'attualizzano a loro volta. E questa è un'altra forma di trasmissione: è la trasmissione della vita, ma è anche la trasmissione del dharma, della conoscenza. Credo che questo esista oggettivamente e, quando pratichiamo, penso che non è necessario attaccarci a questo. Quando pratichiamo, credo che è l'esperienza più profonda dell'eternità: è giustamente quella di essere completamente uno con l'istante presente, senza pensare al prima, senza pensare al dopo, senza volere esistere dopo la nostra morte, ma esistere totalmente in questo istante presente. Perché l'eternità è infine proprio ciò che è al di là di un inizio o di una fine. L'eternità non consiste nel continuare, ma essere al di là del prima e del dopo: ora. E' l' al di là che si realizza come esperienza reale, vissuta.

- E' al di là del tempo, allora?

- Voilà.

- E' per questo che si dice che è eterno l'amore? Perché è al di là, perché non dura?

- Sì, sì... sì... Perché sei attaccata a questa idea dell'amore eterno?

- Non è tanto l'amore, quanto piuttosto il rapporto maestro-discepolo. Perché credo che l'amore può morire, nascere...

- Tu sperimenti questo?

- Si certamente, ma io sono più attaccata a un rapporto eterno maestro-discepolo.

- Credo che sia anche più facile questo rapporto eterno maestro-discepolo, perché esiste in una pratica che è al di là del nostro piccolo ego, una pratica che ci mette essa stessa in contatto con l'eternità, che non dipende dal nostro egoismo, dalla soddisfazione che possiamo ottenerne.

- E' per questo che credo che sia più importante.

- Ma... esistono comunque dei discepoli che lasciano il loro maestro. Questo esiste anche. Pensano che un altro maestro è migliore, il suo insegnamento è migliore, e cambiano. Questo esiste anche.

- Sì, ma ora parlo per me.

- Allora mi auguro che la nostra relazione resti eterna. E' un augurio.


* * * * * * * * * *

- Voilà. Altre domande ? ... Bene, andiamo a pranzare.

Grazie comunque per il vostro invito. Sono molto felice di vedervi qui in questo bel dojo. La vostra pratica, la vostra postura, è forte, molto sincera. Sono molto contento.

Traduzione: Maresa Di Noto
Annotazione 8:15: Anna Avagnina
Annotazione 11:15: Margot Sacco