Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
20 dicembre 1998
Giornata di zazen al Dojo Sanrin di Fossano
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Tokusan e la venditrice di dolci di riso


Domenica 20 dicembre 1998, kusen delle 8:15

Non tardate a riprendere la postura. Oscillate energicamente sette otto volte, da sinistra a destra e da destra a sinistra. Non trascurate questo gesto, questo movimento: è molto importante centrarsi in una postura ben equilibrata. La pratica dello Zen consiste nell'essere completamente seduti quando si è seduti, non essere seduti "a metà".

Concentratevi bene su tutti gli aspetti della vostra postura: inclinate bene il bacino in avanti, premete saldamente le ginocchia al suolo, rilassate il ventre. Il bacino è inclinato in avanti in modo tale che l'ano non tocca lo zafu: si poggia sullo zafu con un punto d'energia molto importante, situato al centro del perineo. Distendete bene la colonna vertebrale, rilassando tutte le contrazioni della schiena. Tendete bene la nuca e rientrate il mento.

Praticate tutto questo con energia e dolcezza allo stesso tempo. Non diventate rigidi nella vostra postura, non bloccatevi nella vostra postura.

Distendete bene il volto. Lo sguardo, posato davanti a sé, non fissa alcun punto particolare.

Invece di seguire i pensieri, siate attenti al vostro respiro. Quando inspirate siate completamente "con" l'inspirazione; in quel momento sono il corpo e lo spirito nella loro totalità che inspirano. Quando espirate, allo stesso modo, sono il corpo e lo spirito in unità che espirano: il corpo e lo spirito sono completamente abbandonati nella respirazione, non c'è più altro che la respirazione. Allora il nostro spirito diventa leggero, si possono lasciar passare i pensieri, le ossessioni, e la mente diventa completamente fluida.

Ma questo spirito non può essere afferrato. Nello Shobogenzo il Maestro Dogen ha scritto un capitolo su shin fu ka to ku (shin: lo spirito; fu ka to ku: impossibile da afferrare). Nel Sutra del diamante Shakyamuni diceva:

" Lo spirito del passato non può essere afferrato,
lo spirito del presente è inafferrabile
e così pure lo spirito del futuro. "


E questo insegnamento è stato trasmesso dal Buddha ai Patriarchi.

Dogen diceva:

" Il solo modo per comprendere il passato, il presente e il futuro
è di utilizzare il nostro spirito inafferrabile. "


Zazen si pratica con questo spirito inafferrabile, cioè con uno spirito che non ristà su nulla, una mente che non fabbrica nozioni, concetti, che non si attacca al linguaggio.

Questo spirito non è un "qualcosa"; talvolta si usano delle immagini per descriverlo - si dice che sia come il vasto cielo che lascia passare le nuvole o come l'oceano che riflette tutte le cose -, ma il punto essenziale è che non lo si può limitare, non lo si può rinchiudere in un "qualcosa": è uno spirito vivo !

La mente ordinaria crea incessantemente categorie, separazioni, mentre lo spirito inafferrabile non separa, non contrappone il passato, il presente e il futuro, per esempio: si manifesta in un eterno presente che include tutti i tempi.

Così praticare una sesshin, una giornata di zazen, è divenire totalmente intimi con questo spirito inafferrabile. E non solo durante zazen, ma anche in tutte le azioni della vita quotidiana: essere totalmente presenti a tutti i gesti, a tutte queste azioni, e allo stesso tempo non fermarsi su nulla, essere costantemente disponibili alla novità.

Con la nostra mente ordinaria sistemiamo ogni esperienza in categorie, e la vita diventa monotona. Ma, se utilizziamo questo spirito inafferrabile, ci si può armonizzare con la vita, continuamente nuova: ogni istante è completamente differente, completamente unico, ed ogni essere ad ogni istante è nuovo.

Vedere ciò è realizzare la parte infinita dell'esistenza, che talora chiamiamo Natura di Buddha.

Domenica 20 dicembre 1998, kusen delle 11:00

Durante zazen, quando si è completamente concentrati sulla postura, sulla respirazione, la mente diventa come uno specchio in cui tutti i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri ricordi, i nostri desideri... - ssht...! [ rivolto a un praticante che continua a tossire ] - vanno a riflettersi. Le percezioni del mondo esteriore, il rumore della tosse, il rumore della strada. Lo specchio riflette ogni cosa, ma lo specchio non può riflettere se stesso, lo specchio è inafferrabile da se stesso: con i nostri occhi possiamo guardare il mondo che ci circonda, ma i nostri occhi non possono vedere se stessi.

La mente in zazen si concentra e la mente che si concentra è inafferrabile. Si può osservare se stessi, ma colui che si osserva non può essere visto. Il vasto cielo include le nuvole, la luna, le stelle, le galassie lontane, ma il vasto cielo non può includere se stesso, non può includere ciò che non può essere limitato, che non può essere separato dalle nuvole, dalla luna, dalle stelle, dalle galassie: non ha esistenza di per sé, quindi non lo si può afferrare, però include tutto.

Noi pratichiamo la Via e la Via non può essere afferrata. Può darsi che vi domandiate perché io insista su questo punto, può darsi che vi dispiaccia che lo spirito sia inafferrabile, ma praticare zazen consiste appunto nell'abbandonare questo rimpianto, nell'accettare che la realtà ultima della nostra vita è inafferrabile, e che ciò è una cosa meravigliosa. Praticare la Via è accettare questo fatto totalmente ed armonizzarsi a ciò, concretamente, senza lasciare che la nostra mente si coaguli su delle parole, su dei concetti, su delle idee.

Dogen diceva che tutti i Buddha, a partire da Shakyamuni, hanno ricercato il principio di questo spirito inafferrabile attraverso zazen. E se non lo avessero realizzato, non avrebbero avuto nulla per guidarci nella nostra ricerca. Dunque, il senso della nostra ricerca è sperimentare questo spirito inafferrabile - non soltanto inafferrabile, ma soprattutto che non afferra nulla -. Ma questo nessun erudito, nessuno studioso di libri e di filosofia del buddhismo, lo può capire: bisogna sperimentarlo attraverso il proprio corpo ed il proprio spirito in unità ad ogni istante.

Su questo argomento c'è una storia famosa, la storia di Tokusan, che era un grande esperto del Sutra del diamante. Egli pensava: "La mia comprensione di questo sutra e dei suoi commentari è impareggiabile; sono il grande maestro dell'interpretazione di questo sutra". Aveva scritto dodici volumi di commento e le sue conferenze su questo soggetto erano insuperabili; era il più grande erudito della sua epoca e fu l'ultimo monaco zen a sostenere la supremazia delle scritture, dei sutra. Un giorno sentì parlare di un celebre maestro che trasmetteva il Dharma nel sud della Cina e decise di incontrarlo per metterlo alla prova sulla comprensione delle scritture; portò con sé il Sutra del diamante e tutti i volumi del suo commentario. Durante il viaggio seppe che c'era una sesshin diretta dal famoso Maestro Ryutan (il nome Ryutan significa "il drago del lago" o "il lago del drago", come volete) e allora decise di recarsi in quel monastero. Ma prima di arrivare si fermò per riposare. Una vecchia signora si avvicinò e si sedette vicino a lui. Allora Tokusan le chiese: "Chi siete?". "Sono una venditrice di dolci di riso". "Ah, molto bene, allora ve ne comprerò qualcuno". "Perché?". "Perché ho fame e voglio mangiare qualcosa". Allora la vecchia signora gli disse: "E ditemi, grande monaco, che cosa c'è nella vostra borsa?". Tokusan le rispose: "Non avete mai sentito parlare del grande maestro di tutti i maestri del Sutra del diamante? Sono io! Sono l'esperto mondiale di questo sutra. Campione del mondo! So tutto quello che bisogna sapere su questo argomento e dentro questa borsa ci sono tutti i miei commentari". Sentendo questo la vecchia signora gli disse: "Avrei una domanda; mi permettete di porvela?". "Naturalmente: chiedetemi tutto quello che volete". "Una volta - disse lei - ho sentito il Sutra del diamante e mi ricordo in particolare di una frase che diceva "Lo spirito del passato, lo spirito del presente e lo spirito del futuro sono inafferrabili". Allora, se mi comprate un dolce di riso, con quale spirito lo mangerete? Se mi rispondete, ve ne regalerò uno, se no dovrete ripartire con la vostra fame". Tokusan fu talmente sorpreso che non poté rispondere e allora la vecchia signora si alzò e se ne andò, lasciando Tokusan a mani vuote. Il fatto che un tale erudito, un tale sapiente del buddhismo, che aveva studiato migliaia di commentari per anni, che poteva spiegare tutta la loro teoria, ma che non poté rispondere alla semplice domanda di una vecchia signora come quella, è veramente spiacevole.

A questo proposito Dogen diceva che ciò dimostra che c'è una gran bella differenza tra illuminare la conoscenza attraverso i libri e illuminare la saggezza attraverso l'esperienza: il dipinto di un dolce di riso non può soddisfare la fame. Non bisogna mai separare l'insegnamento - ciò che chiamiamo il Dharma - e la nostra esperienza.

Spesso si dice che bisogna seguire il Dharma e non la persona: se la persona non incarna il Dharma, allora il Dharma rimane un sogno. E non dobbiamo seguire i sogni, se no la nostra stessa pratica diventa ugualmente un sogno. E' un punto molto importante per quelli che praticano e per quelli che insegnano.

Domenica 20 dicembre 1998, kusen delle 14:30

A proposito della storia di Tokusan e della venditrice di dolci di riso, il Maestro Dogen faceva notare che non dovremmo deridere Tokusan né ammirare la vecchia signora. Anche se lei lo aveva ridicolizzato, non siamo sicuri che lei stessa fosse risvegliata; poiché Tokusan non era ancora il "vero" Tokusan, l'autentico monaco risvegliato, non aveva ancora la capacità di stimare la comprensione della vecchia signora. Ma soprattutto lei non diede risposta alla sua stessa domanda. E questo è un punto molto importante: se qualcuno non esprime la verità, non si può dire che sia risvegliato. Forse è tutta un po' una storia di idioti...

Dogen allora riprende dicendo: "Mettiamoci noi al posto di Tokusan: quando la vecchia signora gli ha posto la domanda, lui avrebbe dovuto dirle "allora non vendetemelo", o qualcosa del genere". E in effetti l'errore di Tokusan è stato quello di avere assolutamente esitato, di essersi perso nei propri pensieri. Praticare zazen significa smettere di perdersi nei propri pensieri, in tutte queste costruzioni mentali: ritrovare uno spirito fresco e vivo, uno spirito che non ristà su nulla, uno spirito realmente inafferrabile, e diventare veramente liberi.

In seguito Tokusan si recò dal Maestro Ryutan e praticò a lungo insieme a lui. Un giorno volle fare un mondo con Ryutan e di nuovo si perse nelle sue considerazioni intellettuali; alla fine Ryutan era stanco e gli disse: "Forse è meglio andare a dormire perché è tardi, la notte è già scesa, e io sono stanco delle tue discussioni". Era notte e Ryutan offrì la prima candela a Tokusan; appena Tokusan fece per prenderla, Ryutan ci soffiò sopra: ffft... In quel momento Tokusan si risvegliò completamente. Quando aveva la luce non vedeva niente, ma nell'oscurità di colpo il suo spirito divenne chiaro.
Praticare zazen, allo stesso modo, è come soffiare sulla candela, spegnere la luce della nostra coscienza personale, del nostro intelletto, della mente che crea incessantemente differenze, dualità, complicazioni, ritornare a ku, l'autentica vacuità, al di là di tutte le opposizioni, di tutte le differenze, guardare la propria vita da quel punto di vista, osservare shiki, i fenomeni, dal punto di vista di ku, realmente, concretamente, attraverso la pratica del corpo e dello spirito in unità, non a partire da una idea di vacuità, ma a partire dall'esperienza reale, concreta, con uno spirito che non ristà su nulla.

Il Maestro Dogen conclude questa storia dicendo: "Non pensate che questo Risveglio si sia prodotto semplicemente per caso: per ricevere la trasmissione del Dharma bisogna essere diligenti, onesti e completamente umili nella propria pratica; soprattutto non essere pigri, non trascurare la pratica, non evitare lo sforzo di praticare. E, in questa pratica, non cercate di definire il vostro spirito, non cercate di afferrarlo: sarebbe come se voleste mangiare un dolce di riso dipinto su un quadro".

Domenica 20 dicembre 1998, mondo delle 16:00

- Il Maestro Deshimaru diceva che bisogna parlare a partire dal silenzio. Come bisogna intendere questo ?

- Fare silenzio prima di parlare! Fare in modo che non sia soltanto una sequenza di parole, ma parlare a partire dal ritorno al silenzio. E non si tratta del silenzio che consiste nel tenere semplicemente la bocca chiusa, ma il vero silenzio, il silenzio della mente, la mente che diventa calma: il silenzio di zazen in definitiva! Parlare a partire da ku, parlare a partire dallo spirito che non è attaccato ai concetti, alle idee, alle nozioni. Naturalmente mi riferisco al parlare sul Dharma, per insegnare il Dharma, ma non è sempre così: in altre circostanze della vita occorre riflettere, ecc. Non è sempre così. Il punto che ha toccato il Maestro Deshimaru è stato quello del parlare per esprimere veramente l'esperienza profonda del Dharma.

- O dell'ego ?

- Sì, è la stessa cosa. L'ego e la mente ordinaria sono la stessa cosa: è l'attaccamento al pensiero, l'attaccamento al pensiero dualista. E' il modo di funzionare della mente, che crea nozioni, idee, e che si attacca a queste nozioni come fossero realtà. Questo è il principale attaccamento. E' la confusione tra il dito che mostra la luna e la luna stessa.

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- Ciò che noi chiamiamo "identità", infine, da che cosa è composto ?

- Non esiste! Non c'è niente che resta identico da un istante all'altro. In senso proprio l'identità non esiste, è soltanto una credenza. Ma è una credenza che è utile comunque: si ha bisogno di questa credenza per vivere, ma non bisogna attaccarvisi troppo. Se non si ha questa credenza si è pazzi, ma se ci si attacca a questa credenza, si diventa rigidi, non si è liberi, ci si fa una certa idea di se stessi, si dice "questo sono io", "il mio ego", "la mia personalità", e si dimentica che la vera dimensione della nostra vita è inafferrabile, che non la possiamo rinchiudere in una definizione, che la mia identità non può essere limitata dal mio nome, da una biografia, da una storia, dall'idea che mi faccio di me stesso. Poiché io, me stesso, il vero sé, è illimitato. Se si vuole inquadrare questa identità per definirla, ci si persuade che è impossibile. Realizzare questo è un satori! E' l'autentica identità.

- E' vero peraltro che le persone sono differenti. E anche i bambini.

- Ciascuno è diverso dagli altri e poi, da un istante all'altro, è diverso anche da se stesso. La realtà è che nulla permane identico. Per esempio, a volte crediamo di avere capito noi stessi e diciamo "ah, sì, va bene!", ma alla prima occasione poi si resta sorpresi: nonostante avessimo creduto di aver capito noi stessi, ci rendiamo conto di essere diversi. Ciascuno può fare questa esperienza: si crede di avere capito se stessi, "ah, sì, ho capito, sono così", e poi alla prima esperienza di confronto con la realtà, ci si accorge di aver reagito in modo completamente diverso. Questo vuol dire che il sé non può essere delimitato. Ed è una gioia, non è un dispiacere. Credo che la differenza tra quelli che sono risvegliati e quelli che non lo sono è che chi non ha realizzato il risveglio, la propria vera natura, si rammarica costantemente di non poter afferrare alcunché, che non c'è un ego, se ne dispiace. Così è una disastro, ogni cosa: non lo vuole accettare, gli dispiace la vacuità, gli dispiace l'impermanenza, gli dispiace che non può afferrare, che non può trattenere ciò che gli piace né evitare ciò che non gli piace. La mente ordinaria, l'ego, si rammarica di questo, non lo accetta, lotta costantemente, e cerca di creare una realtà immaginaria in cui ciò non esiste, in cui le cose sono fisse, "io sono io", in cui non si muore. Risvegliarsi, essere veramente risvegliati, è risvegliarsi alla realtà della vacuità, dell'impermanenza, ma con gioia, cioè "è così, ma va bene così". E' accettarlo veramente, profondamente, dal fondo di se stessi, non soltanto come una piccola idea intellettuale, ma con il corpo e lo spirito completamente in unità, e attualizzarlo nella vita quotidiana. La vita quotidiana diventa allora un test molto interessante. Comunque non è sempre così, non è costante, non si è sempre risvegliati o sempre illusi: ci sono dei momenti di risveglio e dei momenti d'illusione, così, come delle onde.

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- In merito a quello che tu hai detto adesso di raihai, sul fatto di vedere tutte le persone come buddha, è molto difficile, per parlare di fatti attuali, vedere Clinton come un buddha o vedere Saddam Hussein come un buddha.

- Sono dei buddha che ignorano di esserlo.

- Ma anch'io ignoro di essere un buddha.

- Si, ma tu fai zazen, allora tu ti dai un'occasione per realizzarlo. Anche loro hanno la possibilità di realizzarlo, solo che non hanno incontrato le circostanze, le persone, che li aiutino a realizzarlo.

- Ma allora, io dico, loro ignorano di essere dei buddha, probabilmente queste persone ignorano di essere dei buddha, ma è per me, ripeto, che è molto difficile vederli come buddha.

- No, ma non sono dei buddha: hanno la capacità, la potenzialità di essere dei buddha.

- Ma non lo sono...

- Non l'hanno attualizzata. Ma, per esempio, se tu fai gassho davanti a una persona che è posseduta da un demone, che è aggressivo, e tu lo vedi come un buddha, allora lui si vede nei tuoi occhi e si riconosce improvvisamente come buddha. Tu fai gassho e di colpo lui è completamente sorpreso. Allora la sua mente può cambiare. E' per questo che è importante vedere tutti gli esseri come dei buddha: per aiutarli, per dar loro fiducia. Per dar loro fiducia. E' questa la principale funzione di Buddha, di Shakyamuni: perché è apparso in questo mondo ? Per dare fiducia, per dare la fede. E per Cristo è la stessa cosa: donare la fede che il raggio di luce è in voi.

- Quindi dobbiamo credere prima noi di essere dei buddha per poterlo far credere agli altri.

- Si, esattamente. E' ciò che facciamo quando pratichiamo.

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- Che cosa bisogna fare quando ci si accorge che per aiutare gli altri ad uscire dalle illusioni, spesso queste illusioni ci contagiano ?

- Ma fino a che punto ?

- Fino al punto di vedere il pericolo di non poter più aiutare.

- A quel punto è meglio evitare.

- Diventa un po' troppo pericoloso ?

- Si, è esatto. Per esempio, se vedo qualcuno che sta annegando, allora, se è sulla riva del Mediterraneo, posso buttarmi ad aiutarlo, non è un problema, ma se invece è in un fiume potente e gelato, allora è sicuro che muoio subito anch'io, e così sono due i morti. Non vale la pena, non è necessario sacrificarsi. Per aiutare bisogna esserne capaci, bisogna sapere cosa sei capace di fare, vedere quali sono i limiti delle tue capacità.


Traduzione: Maresa Di Noto
Annotazione: Anna Avagnina