Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
17 dicembre 2006
Giornata di zazen al Dojo Sanrin di Fossano
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech



Domenica 17 dicembre 2006, kusen delle 8:15

Durante zazen riportate continuamente la concentrazione sulla postura. Ruotate bene il bacino in avanti e prendete fortemente appoggio con le ginocchia al suolo. Distendete bene il ventre così da scaricare tutto il peso sullo zafu, sul punto al centro del perineo. A partire dalla vita estendete la colonna vertebrale, tendete la nuca rilassando le spalle. L’estensione della colonna vertebrale si deve fare con leggerezza, come se un filo ci tirasse. Non diventate tesi nella vostra postura: è importante trovare il giusto tono dei muscoli, né tesi né rilassati.

Il viso è disteso, in particolar modo le mascelle, la bocca chiusa e la lingua contro il palato. Se avete tendenza ad avere un dialogo interiore troppo agitato concentratevi sul punto di contatto della lingua immobile sul palato.

Lo sguardo è rivolto al suolo. E non è necessario chiudere gli occhi. Se non ci attacchiamo agli oggetti della vista, non ci disturbano. Durante zazen i cinque sensi restano completamente aperti e disponibili sugli oggetti esterni. Non bisogna volersi isolare, ma semplicemente sentire, vedere, ascoltare senza attaccasi agli oggetti, soltanto prendere coscienza un istante di ciò che c’è e lasciare passare, ritrovare costantemente la disponibilità dello spirito, uno spirito aperto come il vasto cielo. Lo scopo della nostra pratica non è quello di separarci dagli oggetti e dalla vita, ma di non restarvici attaccati.

La mano sinistra è nella mano destra. I pollici orizzontali formano un largo ovale con gli indici e il taglio delle mani è in contatto con il basso ventre. Questa forma delle mani, questo mudra, si chiama hokkaijoin, che vuol dire "sigillo dell’oceano del Dharma". Vuol dire che quando le mani sono così aperte, senza fabbricare nulla e afferrare nulla, si diventa naturalmente in armonia con l'oceano del Dharma, con l’ordine cosmico, con la nostra vera natura di Buddha. Ciò vuol dire che senza pensarci abbandoniamo la nostra visione egoica e realizziamo la nostra unità con tutto l’universo. E ciò avviene al di là della nostra volontà, quando non facciamo più nulla, neanche zazen, quando lasciamo fare allo zazen. Quando zazen diventa più importante delle nostre preoccupazioni personali allora possiamo abbandonarle naturalmente, dimenticarle. La pratica del "qui e ora" diventa il centro della vita e tutto il resto diventa relativo. E così possiamo abbandonare le nostre preoccupazioni, i problemi della vita quotidiana, e possiamo trovare uno spirito fresco, nuovo, disponibile.

Per realizzare questo spirito che non ristagna su nulla il metodo più semplice è quello di essere totalmente presenti alla respirazione. Ciò vuol dire che quando inspiriamo vi è soltanto questa inspirazione. Se può aiutarvi, potete pronunciare interiormente la parola "inspirazione". E quando espiriamo vi è soltanto l’espirazione e potete pronunciare dentro di voi la parola "espirazione". Non è necessario contare le respirazioni, ma piuttosto diventare totalmente intimi con il movimento di inspirare ed espirare e per quanto possibile andare fino in fondo ad ogni espirazione; e infine realizzare che c'è un corpo e uno spirito che respirano, che non è il "mio" corpo che respira: l’"io" e il "mio" sono abbandonati.

E’ praticando così che il Buddha si è risvegliato, soltanto tramite l’attenzione alla respirazione. Perciò durante questa giornata, per quanto possibile, rimanete attenti alla vostra respirazione. Anzi, non dovremmo dire "alla vostra respirazione", ma "alla respirazione": respirare con il corpo tutto intero, respirare con l’intero universo.

Domenica 17 dicembre 2006, kusen delle 11:00

Durante zazen continuate a stare attenti alla respirazione. Mettete tutta la vostra energia nella postura senza fare economia. Quando si dona la propria energia alla postura, la postura diventa forte e ci trasporta al di là dei nostri limiti personali. Quando ci si affida alla postura la postura diventa la postura del Buddha, la postura del Risveglio e si realizza il nostro vero corpo, il corpo del Buddha, il corpo in unità con tutto l’universo.

Quando si è attenti alla respirazione allora lo spirito non ristagna su nulla, su nessun pensiero, nessun concetto. Lo spirito diventa fluido e allora possiamo osservare noi stessi così come siamo, lasciare cadere gli occhiali colorati del nostro karma, le nostre preferenze, le nostre avversioni e vedere se stessi così come siamo.

Quando Buddha volle trasmettere l’essenza del suo insegnamento, del suo risveglio, ha smesso di parlare, ha preso un fiore e lo ha fatto girare un tra le dita, con una totale attenzione al fiore stesso, proprio così come noi siamo seduti in zazen totalmente attenti al nostro corpo e al nostro respiro. Questa totale attenzione, qui e ora, è fondamentale. Tutti quanti si interrogavano sul significato del gesto del Buddha, ma soltanto Mahakashyapa sorrise e Buddha disse: "Io posseggo l’Occhio del Tesoro del Vero Dharma e ora esso è trasmesso a Mahakashyapa". Ciascuno possiede l’Occhio del Tesoro del Vvero Dharma, cioè la capacità di vedere la realtà così com’è. Non è un problema di volontà, ma di qualità dell’attenzione, qui e ora. Per questo l’attenzione al corpo e alla respirazione permette di abbandonare le cause di distrazione.

Il fiore così com’è, e noi così come siamo, la realtà così com’è, non è qualcosa che si possa afferrare con la mente, non è qualcosa di cui si possa dare la definizione: "io sono così o cosà". Quando si è attenti a se stessi si scopre che il proprio spirito è inafferrabile, che il fiore così com'è è inafferrabile, è al di là di tutti i nostri pensieri, così come lo spirito è al di là di ogni pensiero. Quando realizziamo questo "al di là" possiamo lasciare la presa con la nostra volontà di afferrare qualsiasi cosa e questo lasciare la presa è una grande liberazione che ci permette di armonizzarci con l'ordine cosmico, con il Dharma, con la realtà che è al di là di tutti i concetti, di tutti i pensieri.

Nella pratica di zazen chiamiamo lo spirito che si armonizza con ciò hishiryo, al di là del pensiero.

Sperimentare hishiryo è l’essenza dello Zen Soto e allo stesso tempo è sperimentare la cosa più universale nell’esistenza. Vivere hishiryo è ritrovare la pace dello spirito: non c’è più bisogno di combattere contro nulla, niente da scartare, niente da rifiutare, soltanto essere in unità con il "qui e ora", al di là di tutte le opposizioni. "Qui e ora" include ogni cosa: il passato infinto vi si riflette e ne sorge un avvenire illimitato.

Domenica 17 dicembre 2006, mondo delle 14:00

- Volevo chiederti quanto ci si deve impegnare nella pratica.

- Quanto?

- Sì.

- Tutto.

- Tu mi dici "tutto"... Ma io avevo sentito - non so se lo hai detto tu o qualcun altro – che è un monaco che si deve impegnare del tutto nella pratica perchè zazen diventa il centro della sua vita. Io non ho fatto questa scelta di essere monaco, quindi...

[risate]

- E' perchè tu hai una comprensione della pratica limitata. La pratica non è soltanto ciò che capita nel dojo. Per un bodhisattva, in particolare, tutta la vita quotidiana è anche pratica. Ma la pratica quotidiana diventa pratica solo se si fa zazen ogni giorno, allora diventa la continuazione dalla pratica. Se un giorno non puoi andare al dojo, puoi incominciare la giornata facendo mezz'ora di zazen a casa tua, così zazen diventa come un gong che dà la vibrazione di inizio a tutta la giornata. E poi la relazione con tua moglie, con tuo figlio, andare al lavoro, diventano la continuazione della pratica, a condizione di farlo con un certo stato di spirito, cioè vivere tutte le tappe della vita quotidiana alla luce di zazen, cioè con una totale concentrazione su ogni cosa. Qualsiasi cosa sia, fare colazione, prendere la macchina, rispondere al telefono, tutto.

- Su questo sono d'accordo, è una cosa che avevo in testa: viene normale portare lo spirito di zazen nella vita per chi pratica zazen. Il mio problema non è quello di portare la pratica nella vita quotidiana, il mio problema è se io mi devo dare alla pratica nel dojo come se fossi un monaco. Posso avere dei dubbi visto che sono un bodhisattva e non sono un monaco. Le cose che fa un monaco io non dovrei farle, in effetti. No?

- Che cosa sono le cose che fa un monaco?

- Gli incarichi nel dojo.

- Dipende dalla tua disponibilità, le responsabilità nel dojo non sono riservate ai monaci.

- Io avevo capito che le cose principali dovevano farle i monaci. Forse ho capito male io...

- Quali?

- Tutti gli incarichi che sono dentro un dojo. Vedi, quando si va ad una sesshin si danno gli incarichi ai monaci, non ai bodhisattva.

- Gli incarichi sono dati alle persone che sono ordinate, monaci o bodhisattva, ma dipende dalla loro pratica. Se un bodhisattva ha una pratica più impegnata, più regolare di un monaco, meglio dare un impegno al bodhisattva che al monaco. E questo può variare nel tempo: a volte uno dà molto impegno, molta energia nel dojo, a volte molto meno. Penso che le responsabilità nel dojo devono essere date in funzione della disponibilità di ognuno nel dojo, non è una questione di gerarchia. E' vero che normalmente il monaco è uno che organizza la propria vita in modo da essere più disponibile nel dojo e quindi è vero che normalmente si danno più impegni ai monaci, ma qualche volta non c'è corrispondenza tra l'ordinazione e la pratica: ci sono dei bodhisattva che sono molto impegnati nel dojo e monaci che prendono un po' le vacanze in relazione al dojo. Allora il responsabile del dojo deve tenere conto di questo. Essere monaco non è un titolo, una posizione nella gerarchia delle responsabilità: è un impegno che si prende verso la Via, verso il Sangha. Allora se un monaco dà veramente la propria energia e disponibilità alla pratica, è normale che gli incarichi corrispondano a questa disponibilità. Ma, per esempio, se tu puoi dare disponibilità come bodhisattva, puoi avere ogni tipo di responsabilità nel dojo. Dipende dalla disponibilità. E' il responsabile del dojo che deve vedere questo, non c'è nulla di stabilito, di fisso, può cambiare. Ad esempio è bene ogni tre mesi fare il punto della situazione e si possono rinnovare le liste degli incarichi a seconda delle disponibilità di ognuno.

- Perchè la mia difficoltà è sempre quella che la mia disponibilità di dare la mia presenza nel dojo è sempre limitata, a volte da me, dalla mia testa, a volte dal lavoro.

- Quante volte puoi andare al dojo ogni settimana?

- Due volte.

- Allora alla fine qual è il problema? Vorresti avere più incarichi nel dojo?

- Mi faccio dei problemi perchè dovrei farmi coinvolgere di più nelle responsabilità del dojo. Ma è una cosa che cerco sempre di evitare.

- Forse hai troppe responsabilità nel lavoro e vieni al dojo per riposarti un po'...

- E' vero, vengo a far ginnastica...

- Sì, ma puoi fare l'esperienza che dare energia negli incarichi nel dojo in realtà non ti prende energia, perchè dare vuol dire anche ricevere, dare crea una circolazione dell'energia, dare e ricevere. E poi gli incarichi nel dojo non prendono più tempo: fare zazen verso il muro oppure come kyosaku prende lo stesso tempo, non devi che esserci dieci minuti prima o cinque minuti dopo, non è che ti prenda tutta la giornata. Allora, alla fine, qual è il problema?

- Non c'è nessun problema.

[risate]

- Solo per tua resistenza interiore...

- Era così per far passare un po' di tempo... Grazie.

[risate]

- Ma ieri mi avevi detto che avevi una questione molto importante e ora sei qui per perdere tempo.

- No, scherzo... Sì, in effetti mi hai dato una risposta: il mio problema è la resistenza che creo io, che faccio da me, la resistenza che faccio ad avere degli incarichi. E mi rendo conto che è una cosa mia...

- Di che hai paura? Hai paura di sbagliare, di fare errori?

- No, questo no. Ho paura di impegnarmi troppo nel dojo visto che ho molti impegni sul lavoro. Già andare al dojo e fare zazen va bene, ma avere responsabilità è una cosa che mi vincola.

- Puoi provare a fare l'esperienza una volta che hai la responsabilità, ad esempio, del kyosaku a vedere che succede, se è veramente così pesante per te...

- L'ho già avuta. Ad esempio questo mese ho la responsabilità del kyosaku...

- Allora, c'è un problema con questo?

- Non lo so. E' lì il fatto...

- Lo devi sapere.

- Ma il problema è che è già un po' di tempo che dovrei andare al dojo senza avere queste responsabilità, niente.

- Ok. Allora puoi fare l'esperienza per tre mesi: niente. Vacanza.

[risate]

- Ok, non vengo più al dojo, magari il lunedì, il martedì, fai un po' come vuoi... Non è che ti vincoli, ma già l'ho fatto questo, io mi aggiusto. Non è che... Però adesso ho di nuovo il kyosaku tutti i lunedì. Ma noi siamo in pochi e qualcuno giustamente deve farlo. Gli altri sono impegnati, quindi è difficile riuscire a non avere qualche incarico. Non lo so... Ma è una questione mia mentale, devo superarla. A te sembra che sia una domanda non importante? Per me è invece molto importante...

- Che cosa vai a fare adesso?

- Vado a fare il kyosaku.

- Ok.

[risate]

* * * * * * * * * *

- La mia domanda riguarda l'insegnamento del "non muoversi" e su come questo sia legato al movimento sia del corpo sia della mente confusa.

- Qual è la tua difficoltà a proposito del "non muoversi"?

- In un certo senso...

- E' con il corpo che ti devi muovere durante zazen?

- Al momento resto abbastanza immobile...

- Allora?

- Quella che mi viene è un po' la paura di restare fermo.

- Ma è solo per un'ora, un'ora e mezza, non è rimanere come una statua per tutta la giornata. [risate] Hai paura di non poterti più alzare dopo?

- No. Credo sia la paura della stabilità, nel senso che mi accorgo che se sto fermo divento più stabile e il respiro si fa più profondo.

- Allora perchè hai paura, tutti voglio trovare questa stabilità, tu cerchi l'instabilità?

- No, ma allo stesso tempo avevo bisogno di un confronto con lei a proposito di questo argomento.

- Sì, è possibile avere un confronto, ma questo confronto deve essere chiaro e adesso non capisco veramente il tuo timore di non muoverti perchè riesci a non muoverti... E' evidente che non muoversi vuol dire non muoversi per quaranta minuti, mezz'ora, poi muoversi durante kin-hin, e poi non muoversi per quaranta minuti, solo questo. Non è di divenire immobile per tutto il tempo.

- Non è solo il movimento del corpo.

- Allora a proposito della mente qual è la questione?

- Dunque, come stabilizzare la mente al non muoversi.

- Al non muoversi o al non pensare?

- Cosa può aiutare per fare in modo che il mentale non si muova.

- Per la mente non muoversi vuol dire non seguire i pensieri, è questo. Per esempio, appare un pensiero, una sensazione, una percezione, o anche un desiderio, un ricordo: non muoversi vuol dire non cacciare questa idea, questa immagine, cominciare a sviluppare altri pensieri, cominciare a chiacchierare interiormente a proposito di questo, sviluppare un argomento o una storia, un ragionamento. Ma la mente non deve essere immobile completamente: c'è un movimento della mente. Non possiamo essere assolutamente senza pensieri, è naturale che si producano dei pensieri o delle percezioni, perchè siamo vivi. La funzione del cervello è quella di produrre queste cose come i pensieri, le percezioni, le emozioni, i ricordi, è normale. Il cervello vivo ha bisogno di questa attività di scambio di informazioni, è proprio il funzionamento dei neuroni, creare delle connessioni. Allora non bisogna volere avere un encefalogramma piatto, perchè vorrebbe dire essere morto. Il punto è non attaccarsi a questi fenomeni mentali che sorgono sempre, ma solo vederli quando appaiono e vederli sparire senza trattenerli e senza rifiutarli, capisci? In questo c'è un piccolo movimento: il movimento della presa di coscienza e il movimento di lasciare andare. Si descrive questo con le parole del Sutra del Diamante: quando lo spirito non permane su nulla, il vero spirito appare. Questa è la tecnica di base nello Zen, non permanere su nulla. Questo implica un piccolo movimento di lasciare sorgere e di lasciare andare. E' un piccolo movimento, capisci?

- Sì

- Non bisogna avere lo spirito congelato, rigido. L'acqua è una buona immagine della coscienza: l'acqua è fluida, scorre sempre, c'è movimento nell'acqua; quando viene il gelo l'acqua diventa ghiaccio, l'acqua non è più fluida. Lo spirito di ghiaccio non è lo spirito dello Zen. E' uno spirito un po' strano quello di essere come un blocco di ghiaccio, non è lo spirito dello Zen. Forse alcuni yogi vogliono essere così, avere uno spirito senza niente, come un blocco di ghiaccio, ma lo Zen non è così.

* * * * * * * * * *

- E' parecchio tempo che non ci vediamo. In realtà prima volevo ringraziarti...

- Già fatto.

- Be', quattro anni fa ho chiesto di essere ordinato e tu mi hai detto che non era il caso...

- Volevo dire che tu a quel tempo avevi molti impegni nella tua vita e che dovevi concentrarti su questi impegni e che non avevi secondo me la disponibilità per essere monaco. E la prova è che da quattro anni non sei venuto molto nel dojo, non hai dato la disponibilità. Allora, adesso, qual è la questione? O volevi solo scambiare delle notizie? C'è una domanda?

- Allora, io non riesco ad individuare in questa vita qual è, e se c'è, una missione. Vivere è già una missione.

- Io non credo assolutamente a questa idea di "missione". Mi dispiace molto perchè abbiamo sempre parlato di "missione" del Maestro Deshimaru, ma io non considero che sia una missione, perchè la pratica dello Zen è condividere lo Zen. Per me è una cosa naturale, è l'espressione della mia pratica, non c'è uno che mi ha "dato una missione", non mi considero "missionario". Però sono un missionario del Soto Zen, è il mio titolo, ma io non mi considero "missionario".

- Eh, forse non mi sono spiegato bene... Allora... Vivere di per se è già una missione, ok?

- Missione? Questa parola "missione"... Perchè se tu dici che c'è una missione vuol dire che c'è un creatore che ti ha dato una missione facendoti nascere...

- Tu sta interpretando le mie parole, ma non stai ascoltando...

- Allora, che vuol dire quella parola? Dimmi.

- Esatto, stiamo discutendo sui termini. Io non ho ancora espresso nulla, non ho ancora fatto neanche una domanda.

- Sì, ma cominci ad usare una parola che è molto forte, la parola "missione".

- Togliamo la parola "missione".

- Ok. Meglio così.

- Ok, ti va bene il "senso"?

- Ok.

- Non ho ancora dato alla mia vita un senso. Il senso della mia vita è vivere, allo stesso tempo però penso che ognuno di noi su questa terra abbia del karma e abbia delle cose buone o cattive nel ricevere e nel dare, e ci asteniamo quando è possibile dal male. In questi tre anni ho fatto delle azioni che non ho condiviso all'interno della Società: all'interno di un consiglio di amministrazione si decidono delle cose che devono essere fatte. Ora, mi chiedevo, queste cose fatte, che non ho condiviso, in me hanno generato una sensazione di disagio. Volevo sapere se questo produce del karma negativo.

- Dipende da cosa ti hanno chiesto di fare.

- Nulla di grave, nulla che sia rubare, o contro i precetti. Però non è un'azione di cui posso andare fiero, anche se non l'ho fatto io direttamente. Questa è una questione etica. Cioè, non c'era nulla che abbia infranto i precetti che ho ricevuto. E' solo una sensazione di disagio, perchè anche se tu non fai nulla... faccio un esempio: se vedo uccidere qualcuno e non intervengo, automaticamente sono complice, e questo riguarda qualsiasi tipo di azione. Questa è la mia etica. E quindi mi chiedo se ho dovuto partecipare a cose che non condividevo - che non sono cose tipo rubare, uccidere, fare sesso aggressivo, né quant'altro, però semplicemente non condividevo - e non ho fatto nulla per impedire, questo crea karma negativo?

- Non lo so. Normalmente il karma creato è quando si fa una azione o una parola o un pensiero con un valore interno di bene o di male. In altre parole, se ciò che fai crea una sofferenza per gli altri o anche per te, è male, se contribuisce alla felicità o alla liberazione degli altri, è bene, se non crea né sofferenza né felicità, se non è né bene, né male, è una azione neutra. Sta a te decidere se le azioni che hai fatto nel tuo lavoro avevano un valore positivo o negativo oppure neutro, niente karma. Ok?

- Grazie.

* * * * * * * * * *

- La mia era una domanda un po' particolare, nel senso che volevo chiederti se effettivamente esistono in qualche modo delle predisposizioni naturali, in qualche modo slegate dal karma, che abbiamo fin dalla nascita, che non scegliamo noi di avere. Dato che non sono ancora preparato a pensare ad una eredità prima di questa vita, mi chiedevo se questo è possibile. Cioè, abbiamo degli atteggiamenti che sono slegati da questa vita. degli atteggiamenti di cui siamo "vittime" durante la vita, che però abbiamo fin dal momento della nascita, che non sono causate da azioni fatte in questa vita, ma che abbiamo già ereditato, delle predisposizioni naturali?

- Non è tutto determinato dal karma. Secondo la teoria del Buddha molte cose sono determinate dal karma, ma il Buddha ha detto che ci sono cose che non sono determinate dal karma, ci sono altre cose nella vita che non sono il karma. Ma, per esempio, le condizioni della nascita sono determinate dal karma. Se sei nato in una determinata società, in una famiglia, con certe capacità, intelligenza o stupidità, questo è legato a un karma passato, di una vita anteriore. Ma non è soltanto il Buddha che pensava questo: in quel tempo tutta l'India pensava così. E tu?

- Più che altro questa domanda è legata ad una vicenda personale: è un eterno conflitto che esiste tra mia moglie e mio figlio: Comunque questa cosa ha una ragione, il fatto che mio figlio fin dalla nascita aveva delle caratteristiche, che ho notato, che gli erano proprie e che non si spiegava perchè avesse certi atteggiamenti in casa. No? Nessuno gli aveva imposto di avere... un esempio pratico: il fatto del disordine. Può apparire una cosa banale, ma lui era così fin dal momento della nascita! [risate] Veramente! Nessuno gli ha insegnato! [risate] Nel senso che lui stesso lo ha riconosciuto: "Nessuno mi ha insegnato ad essere disordinato. Sono nato così. E questa cosa è vera.

- Ma voi avete fatto sforzi per insegnargli a non essere disordinato?

- Sì. Mia moglie fin dall'inizio ha tentato di correggere questa cosa. Questa domanda è nata per questa circostanza, ma può essere per qualsiasi altro atteggiamento. Quindi, tutto quello che ci capita nella vita in qualche modo è sempre frutto del karma o comunque è una cosa che ci portiamo addosso senza essere frutto di una nostra scelta?

- E' difficile dire. Perchè il disordine può essere legato ad un karma passato o forse no. Ma nella pratica dello Zen non ci attacchiamo tanto alle questioni del karma, pensiamo più in termini di "qui e ora". Qui e ora ci sono delle condizioni interiori, delle caratteristiche della personalità, e ci sono anche delle condizioni esteriori, nel mondo nel quale viviamo, e la nostra posizione in questo mondo e che cosa possiamo fare con questo. E' come ricevere un mazzo di carte: all'inizio della partita vengono distribuite le carte, poi tu hai queste carte. Come giochi la tua vita con queste carte? Questa è la cosa importante nello Zen. Non si può fare niente perchè la nostra condizione di adesso non sia così. Ma questo non vuol dire che lo Zen sia fatalista: non è assolutamente fatalista. Abbiamo delle condizioni, ma abbiamo anche il potere di trasformare queste condizioni, e più siamo coscienti di queste condizioni e più siamo impegnati nella pratica, più lo spazio di libertà si apre. Poi dipende anche molto dalla motivazione: ci sono delle persone che seguono i condizionamenti perchè non hanno nessuna motivazione spirituale per un grande cambiamento, allora lasciano fare alla vita com'è, e allora seguono la moda, la politica, la società, fanno come tutti, senza prendere una decisione chiara per dare un senso alla vita, un senso con cui puoi essere veramente in armonia ed investirci veramente le proprie energie. E io credo che sia la cosa più importante. Non è tanto importante pensare se è il mio karma di essere ordinato o disordinato, di avere molta o poca energia, di essere molto o poco intelligente, perchè questo è così, ma che cosa faccio adesso per essere in armonia con la mia visione della vita. Allora dipende dalla tua visione della vita. E questa visione della vita, quando pratichiamo zazen, è una visione di una vita che è fondamentalmente una vita di relazione, di interdipendenza con gli esseri ed essere in armonia con questo vuol dire sviluppare uno spirito di compassione, di benevolenza, di solidarietà con gli esseri, specialmente con gli esseri che soffrono, che hanno delle difficoltà. Allora il senso della vita di un bodhisattva - tu sei un bodhisattva - è di essere al servizio degli altri,di vedere come puoi rendere la tua vita più utile, non per soddisfare i desideri egoisti degli altri - questo non è un vero aiuto -, ma per aiutare gli altri a risvegliarsi. Quindi vuol dire concentrarsi sulla Via del Risveglio: come possiamo aiutare gli altri a realizzare qualcosa che neanche noi abbiamo realizzato? Vuol dire concentrarsi sulla Via per sviluppare la saggezza, l'attenzione e la capacità di compassione verso gli altri e agire a partire da questo. Allora, qualunque sia il tuo karma passato, sarà canalizzato da questa motivazione di bodhisattva. A questo punto puoi utilizzare le tue caratteristiche in questa direzione, anche se le caratteristiche non sono tanto buone, perchè anche le caratteristiche non tanto buone ci aiutano a capire gli altri, che forse hanno anche queste stesse debolezze. Capisci?

- Sì.

- Vuol dire condividere con gli altri la nostra umanità, anche con dei bonno, delle debolezze, ma sempre pensare a come posso trasformare questo in una paramita. Il bodhisattva pratica le paramita, le pratiche che aiutano ad andare al di là della sofferenza, e tutto può diventare paramita. E questo diventa il senso della nostra vita. Perchè, non ne abbiamo parlato, ma è il punto più importante della tua domanda, quando tu hai detto: "Io no ho ancora compreso il senso della vita". Il senso della vita per me è molto più importante della missione. "Missione" sottintende che c'è un creatore che ci ha dato una missione. Ma nello Zen non ci riferiamo ad un creatore. Pensiamo che c'è un Dharma, c'è un ordine cosmico e che questo ordine cosmico non è il caso: ci sono delle leggi in quest'ordine. E capire queste leggi è molto importante per dare un senso alla nostra vita. Per esempio, capire che tutto succede secondo la legge fondamentale dell'interdipendenza ci aiuta a comprendere che non è possibile isolarsi, attaccarsi ad un ego solido e stabile, ci stimola a intendere la nostra vita come piena solidarietà con gli altri e a mettere attenzione per capire come si sviluppa questa solidarietà. Ok?

- Ok, grazie, ho le idee molto più chiare.

- Allora rimaniamo su questa chiarezza. Il mondo è finito adesso.

Domenica 17 dicembre 2006, kusen delle 16:00

Questa giornata di zazen sta per finire. Durante questa giornata abbiamo camminato insieme sulla Via, praticato zazen, kin-hin, samu, ciò che chiamiamo gyo, la pratica, che vuol dire "andare sulla via", andare sulla Via come dei pellegrini.

Spesso abbiamo in fondo a noi stessi una sorta di nostalgia, che Dogen esprime in una poesia in cui dice: “Dov’è il nostro autentico paese natale? Questo luogo, che crediamo sia nel fondo della montagna più profonda, questo paese natale è qui dove pratichiamo e viviamo, qui e ora”. In altre parole il senso della nostra pratica è trovare questo luogo in cui siamo in armonia con l’ordine cosmico, questo luogo in cui la questione sul senso della vita non si pone più, perché questo senso è realizzato nel nostro stesso modo di essere qui ed ora. Diventa la non-dualità, la non-separazione. In altre parole, trovare la nostra fede fondamentale, come quando riuniamo le mani in gassho e ricreiamo l’unità. Ciò implica l’essere totalmente "uno" con la pratica ad ogni istante, implica non credere che la pratica esista in un luogo speciale, perché il dojo è ovunque, principalmente nel nostro proprio corpo, quando il corpo e lo spirito non sono più in dualità.

Prima qualcuno ha posto la domanda sull’immobilità. E’ vero che noi viviamo in un mondo estremamente agitato. Tutti corrono in tutti i sensi, come persone che hanno perso la testa e la cercano ovunque. L’autentica immobilità non consiste nel decidere di non muoversi, di sforzarsi di non muoversi di qui e di là, alla ricerca di qualcosa che è già qui e ora in noi stessi. Allora possiamo cessare di errare in continuazione, cessare di sentirci come stranieri su questa terra. E’ la sensazione di trovare il proprio paese natale, di ritrovarci finalmente a nostro agio dove siamo. Quando pratichiamo zazen, totalmente attenti al corpo e alla respirazione, senza cercare né di ottenere né di fuggire alcunché, possiamo realizzare questa esperienza di totale intimità con noi stessi. E a questo punto non c’è più bisogno di andare qui o là. Ciò non vuol dire che restiamo fissi nell’immobilità, ritirati nel nostro paese natale, poiché, quando ritroviamo questa intimità con noi stessi, allora appare il bisogno di condividere ciò con gli altri, condividere insieme la Pratica della Via.

E’ ciò che Dogen esprimeva in un altro poema e che chiamava Il verde eremitaggio. Diceva: “Anche se sono troppo idiota per diventare buddha, spero di poter essere un autentico monaco che aiuta gli altri a passare”, cioè a passare sull’altra riva, al di là del mondo della sofferenza legata agli attaccamenti. Ciò diventa il senso della nostra vita, anche se diventiamo monaci, poiché seguire la Via vuol dire divenire dei Bodhisattva, degli Esseri del Risveglio.

Non dormite! Risveglio è anche stare svegli!

Traduzione: Franca Mondino
Annotazione 8:15 e 11:00: Andrea Ghisleri
Annotazione 17:00: Chiara Pandolfi
Raccolta e trascrizione: Andrea Ghisleri
Revisione: Lucio Yushin Morra