Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
11/14 novembre 1999
Sesshin di Pégomas
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Hyakujo


Giovedì 11 novembre 1999, kusen delle 7:00

Progressivamente la respirazione si calma e possiamo accompagnarla con una spinta sulla massa addominale verso il basso, in modo da andare fino al fondo di ogni espirazione. Ma questo modo volontario di respirare ha solo la funzione di correggere l'insufficienza dell'espirazione abituale. Normalmente, con la postura giusta, la distensione del corpo e dello spirito, l'espirazione si approfondisce naturalmente. Se non si seguono i propri pensieri, se non ci si lascia afferrare dai propri pensieri, il pensiero diventa fluido. Se si segue la propria respirazione, questo aiuta a ritrovare una coscienza fluida, che non ristagna su nulla, che non si attacca a nulla e che è dunque, totalmente presente, completamente qui e ora, in contatto con quello che avviene all'interno e all'esterno di sé, senza ristagnare su nulla ed è ciò che permette di rimanere disponibili, di non ruminare i propri pensieri, di non stagnare nelle proprie emozioni, dunque di trovare uno spirito nuovo ad ogni istante. Durante zazen, il punto essenziale è di non seguire i propri pensieri, di non attaccarsi ad essi, ma neanche di rigettarli ed attaccarsi alla vacuità, semplicemente prendere coscienza di ciò che è e lasciar passare.
 
Per quanto riguarda la coscienza ci sono differenti modi di funzionamento, diversi livelli: nel buddhismo si è studiato molto questo. Da ciò la domanda successiva del Maestro Hyakujo.
 
Hyakujo era un maestro cinese del IX° e X° secolo in Cina. E' il quarto successore del sesto Patriarca Eno e faceva parte della linea che avrebbe dato più tardi il lignaggio Rinzai. Dopo Eno, il sesto patriarca, ci fu il lignaggio di Seigen, che è diventato Zen Soto ed il lignaggio iniziato da Nangaku, al quale Hyakujo appartiene, che più tardi avrebbe originato lo Zen Rinzai. A quel tempo, al tempo di Hyakujo, non c'erano grandi differenze tra le due scuole, piuttosto delle differenze nelle caratteristiche dei maestri. Hyakujo si è caratterizzato per il suo lato molto pratico, è lui che ha fondato le regole dei monasteri Zen, così come i precetti specifici dello Zen. E' sempre lui che ha insistito sull'importanza del samu che metteva allo stesso livello di zazen. Contemporaneamente a questi aspetti pratici, egli ha studiato minuziosamente le condizioni per far sì che la pratica sia il Risveglio. Ha scritto lui stesso la sua opera, quando l'insegnamento degli altri maestri è stato trascritto dai loro discepoli. Hyakujo ha scritto la sua opera principale sotto forma di dialoghi di lui stesso con se stesso, riprendendo le domande principali che si ponevano all'epoca e cercando di rispondervi.
 
Allora egli prende una citazione, una citazione che dice: "Trasformare gli otto stati di coscienza nelle quattro saggezze del Buddha e di riunire queste quattro saggezze per formare il triplo corpo del Buddha. " Allora si chiede: "Quali di questi otto stati di coscienza devono essere combinati per formare la saggezza di Buddha? Quale di questi stati di coscienza diventerà la saggezza stessa di Buddha? ".
 
La saggezza di Buddha è una saggezza che ciascuno può realizzare, non è una saggezza appresa dai libri, non è una saggezza trasmessa da qualcun altro, è una saggezza che ciascuno può realizzare da sé attraverso la pratica trasmessa: ciò che è trasmesso è la pratica giusta, che permette di accedere alla propria saggezza. Non c'è bisogno di volersi appropriare della saggezza degli altri per ritornare all'origine di tutta la saggezza in se stessi. E' quello che il Buddha raccomandava incessantemente ai suoi discepoli. Certo egli dava un insegnamento, ma invitava sempre chi lo ascoltava a sperimentare, a verificare di persona, a creare la propria saggezza.
 
Hyakujo risponde: "La vista, l'udito, l'odorato, il gusto ed il tatto sono i cinque stati di coscienza che, tutti insieme, formano la saggezza che permette di perfezionarsi". In altre parole, le nostre percezioni sensoriali non sono affatto da trascurare o da rigettare. Attraverso esse noi siamo in contatto con il mondo e molti monaci si sono risvegliati a partire da esperienze sensoriali: sentendo il rumore di un sasso contro un bambù, sentendo un suono, provando un dolore - ad esempio urtando il piede contro un sasso - udendo il rumore del torrente nella valle, vedendo i fiori di pesco in primavera. Tutti questi esempi mostrano che il mondo intero ci indica, ci mostra la verità e che possiamo diventare ricettivi a queste verità attraverso una pratica come zazen. Ci si spoglia della propria agitazione mentale, delle proprie idee preconcette, dei propri pregiudizi e si può ritrovare così un contatto originale con il mondo. Tutti i fenomeni della natura ci mostrano l'impermanenza, l'interdipendenza di tutti i fenomeni e di noi stessi con tutto l'universo e questo lo possiamo percepire intimamente attraverso gli organi di senso. Smettendo di guardare il mondo come un oggetto da sfruttare (ad esempio non si guarda una montagna come una futura cava o un albero come un futuro asse di legno), si può vedere la montagna in sé e l'albero in sé ed essere ricettivi a ciò che hanno da indicarci, da insegnarci. Praticare una sesshin è diventare intimi con il proprio spirito, con la propria coscienza e, sempre in contatto con tutto l'universo, sperimentare la vita senza separazione.

Giovedì 11 novembre 1999, kusen delle 11:00

Durante zazen non lasciamo che il nostro spirito ristagni su alcunché, ma realizziamo la coscienza hishiryo, che va costantemente al di là di ogni oggetto di attaccamento: non ci si attacca né al pensiero né al non pensiero, né ai fenomeni né alla vacuità.
 
Come abbiamo visto questa mattina con il Maestro Hyakujo, ci sono differenti funzioni della coscienza, che producono differenti tipi di saggezza. Hyakujo continua domandandosi: "Questi quattro tipi di saggezza, in ultima analisi, differiscono veramente tra di loro?". E risponde: "In effetti, in sostanza sono unità, sono simili, ma sono chiamati con nomi differenti". "Ma allora, se sono unità in sostanza, perché dare loro dei nomi differenti? Ad esempio, che cos'è che è unità in sostanza con tutto il resto e tuttavia è chiamata la 'grande coscienza', la 'grande saggezza dello specchio'? ". E là Hyakujo risponde più dettagliatamente. Egli dice: "Ciò che è chiaramente vuoto e calmo, luminoso e imperturbabile, è la 'saggezza del grande specchio".
 
Si è spesso comparata la coscienza in zazen a questo "grande specchio", che non contiene nulla e che non guarda nulla, che è vuoto nel senso che non si attacca a nulla, ed è esattamente questo che gli permette di riflettere ogni cosa. Questa chiarezza della coscienza, che possiamo realizzare in zazen quando smettiamo di proiettare sul mondo tutte le nostre proiezioni mentali. Allora ci diamo la possibilità di percepire gli esseri, le cose, così come sono, in ogni caso con meno deformazioni e non attraverso il filtro delle nostre categorie mentali.
 
In seguito, ciò che può far fronte alle lordure, alle illusioni, senza attaccamento né avversione, che non produce così dualità, opposizioni, è quello che chiamiamo la "saggezza universale", vedere che i contrasti esistono solo in rapporto l'uno all'altro e quindi, smettere di opporli. Questo non significa certamente rimanere prigionieri: è un punto molto delicato! Ad esempio, quelli che chiamiamo i bonno, le cause della sofferenza, che derivano dai nostri attaccamenti - ad esempio l'attaccamento ad un ego, che ama tutto ciò che gli è favorevole e detesta tutto ciò che lo minaccia - è sicuramente quello che dobbiamo abbandonare. Ma se ci si colpevolizza, se diciamo: "l'ego è male", se entriamo in lotta con noi stessi, se vogliamo rigettare il nostro ego con forza di volontà, allora può diventare una forma di mortificazione e certamente non il Risveglio o la liberazione.
 
Quella che Hyakujo chiama "saggezza universale" è vedere che noi stessi esistiamo solo in funzione degli altri, dunque il sé non ha sostanza e nemmeno l'altro. Questo non significa che non esistiamo, ma che esistiamo solo insieme, in relazione d'interdipendenza. In quel momento possiamo liberarci dall'attaccamento al nostro ego senza perdere la nostra identità. La vera saggezza non consiste nel negare la dualità, la separazione, ma nel superarla, accedendo ad una coscienza più vasta, che vede l'interdipendenza, che vede ciò che riunisce tutti i contrasti e che permette di superare tutti i conflitti. Questo vuol dire smettere di rimanere perpetuamente nella propria posizione, ma mettersi anche al posto dell'altro. Se pratichiamo questo scambio, questo cambiamento rapido di posizioni che ci consente di diventare l'altro pur rimanendo noi stessi, allora non faremo all'altro quello che non vorremmo che ci facesse e ritorniamo alla sorgente di tutti i precetti che è questa "saggezza universale", questa saggezza che ci permette di andare al di là delle nostre opposizioni.

Giovedì 11 novembre 1999, kusen delle 16:30

Per la pratica di zazen in un dojo ci si sforza di riunire le condizioni migliori, calma, assenza di rumore o di altre cause di disturbo, per facilitare la concentrazione; questa è la responsabilità del godo, dello shusso: proteggere il dojo. Ma, in quanto praticanti di zazen, anche se percepiamo dei suoni, dei rumori, se dei fenomeni sorgono è importante, da un lato percepirli chiaramente, ma al tempo stesso non esserne disturbati.
 
La coscienza in zazen non elimina i fenomeni, al contrario, abbiamo delle percezioni molto più fini del mondo che ci circonda, allo stesso modo beninteso del nostro mondo interiore. Il punto importante è che ciò che sorge non provochi in noi dei pensieri agitati: ancora una volta non è quello che si produce che è importante, ma il modo in cui noi reagiamo a quello che si produce.
 
Non dormite! Concentratevi bene sulla verticalità della vostra postura. Può capitare di addormentarsi in zazen, che cosa facciamo allora a quel punto? Se ci si accontenta di dormire per tutta la durata di zazen, non è più zazen. Se invece riusciamo a rimanere concentrati sulla nostra postura malgrado la sonnolenza, allora anche questo stato di kontin non disturba zazen e finisce per passare, come tutti gli altri stati.
 
A proposito del terzo tipo di saggezza Hyakujo diceva: "Colui che è capace di mettere ordine nelle proprie percezioni sensoriali, con una grande capacità di discernere le cose e che, tuttavia, non lascia che si producano pensieri tumultuosi, in modo da rimanere assolutamente a proprio agio, libero, anche nel mezzo di tutti i fenomeni, questa è ciò che chiamiamo la 'saggezza profonda dell'osservazione'. "
 
In zazen percepiamo chiaramente quello che avviene, ma non creiamo nessun pensiero a proposito di ciò che capita, giusto ciò, semplicemente questo fenomeno e lasciamo passare. Così lo spirito ritorna completamente semplice, non ci sono amplificazioni o drammatizzazioni a questo proposito, mentre nella vita quotidiana è tutto il contrario: molte persone per un si o per un no, per la minima cosa, ne fanno un dramma e così il mondo è molto agitato. Questo non significa non fare nulla. Quando siamo nella posizione di fare qualche cosa, attraverso la nostra responsabilità, allora facciamo quello che dobbiamo fare, ma se siamo seduti in zazen, non abbiamo nient'altro da fare se non continuare a concentrarci su zazen stesso. Se facciamo così, in generale, le cose rientrano al loro posto molto rapidamente.
 
Infine, la quarta saggezza è quella che, secondo Hyakujo, permette di convertire tutti i sensi, con la loro funzione di rispondere alle circostanze, in una percezione corretta e libera da ogni dualismo. E' la funzione della concentrazione durante zazen. Quando pratichiamo l'osservazione abbiamo sempre un soggetto e un oggetto, il sé e il rumore che sentiamo; nella concentrazione, sé e il mondo che ci circonda siamo solo più unità: c'è soltanto la pratica di zazen stesso, senza ego, senza un io che possa essere disturbato da alcunché. E' lo zazen che ingloba ogni cosa nella pratica stessa, un solo stato di coscienza nel quale tutto diventa zazen, nulla è escluso. E' il samadhi di zazen. E' il nome del dojo di Nizza, Kai in zan mai, il samadhi dello scettro dell'oceano, lo spirito che diventa come il vasto oceano.

Giovedì 11 novembre 1999, kusen delle 20:30

Durante zazen non lasciate che il vostro corpo cada in avanti, raddrizzate bene la schiena, la nuca e rientrate il mento. Durante zazen, quando ci concentriamo sul nostro corpo, nella postura giusta, questo corpo fatto di carne e di ossa diventa il nostro vero corpo, completamente esteso tra il cielo e la terra e realizza completamente la nostra unità con l'universo.
 
Il Buddha Shakyamuni si era risvegliato a questa dimensione di esistenza ed è a partire da lì che ha insegnato agli esseri, li ha aiutati a dissipare la loro ignoranza, a liberarsi della loro avidità e della loro ostilità. Al momento di morire, mentre i suoi discepoli si lamentavano chiedendosi cosa sarebbe successo senza la loro guida, il loro maestro, Shakyamuni disse loro: "Non dovete far altro che seguire il dharma, seguire la verità dell'insegnamento, sperimentarla voi stessi". Dopo la dispersione delle ceneri del corpo del Buddha, il suo insegnamento, il dharma, è diventato il suo autentico corpo, che si chiama dharmakaya e se ne parla come del "Corpo Assoluto", in ogni caso il corpo al di là della nascita e della morte, il corpo della non separazione, così come lo realizziamo in zazen.
 
In seguito i discepoli del Buddha hanno immaginato che esistesse una terra del Buddha, come dei paradisi, dove tutti i buddha si manifestano in quello che si chiama il loro "Corpo della Beatitudine", che si chiama sambhogakaya. Quando un nuovo buddha nasce in questo mondo, non sarebbe in effetti null'altro che l'emanazione di uno di questi buddha, venuto in questo mondo per guidare gli esseri e aiutarli a risolvere le loro sofferenze. In definitiva, nel buddhismo Mahayana, ogni buddha possiede questi "Tre Corpi", ciascuno dei quali manifesta un aspetto della loro esistenza.
 
Da qui la seguente domanda di Hyakujo che si chiede: "Quando si collegano le quattro saggezze del Buddha per formare il Triplo Corpo, quale tra di esse si combina per formare un corpo e quale diventa questo corpo in se stesso? ".
 
Questa domanda di Hyakujo può sembrare un po' complicata, ma mostra che nel suo spirito, per lui, il corpo del Buddha non può essere che il prodotto della saggezza e non il risultato del karma. Ed è questa metamorfosi, questa trasformazione che avviene nella pratica di zazen, con questo corpo impermanente, soggetto alla sofferenza, alla malattia, alla vecchiaia, alla morte; quando conduciamo questo corpo in contatto con la pratica di zazen, quando facciamo zazen insieme, con questo corpo, quando diventa egli stesso zazen, allora questo corpo limitato diventa simile al corpo del Buddha e trova la sua destinazione profonda che ne fa un essere al di là della nascita e della morte.
 
Allora, Hyakujo risponde alla sua stessa domanda: "E' la 'saggezza del grande specchio' che forma il dharmakaya, cioè il 'Corpo Assoluto'. E' la 'saggezza universale' che forma il sambhogakaya, il 'Corpo della Beatitudine'. Ed è la 'saggezza dell'osservazione profonda e della perfezione' che forma il nirmanakaya, cioè il corpo incarnato su questa terra".
 
In realtà questi tre corpi non sono che nomi diversi per aiutare gli esseri a comprendere meglio, più chiaramente. Quando il principio è compreso non ci sono più questi tre corpi con delle funzioni che rispondono ai diversi bisogni, poiché in fondo sono senza sostanza e ugualmente impermanenti. Questo vuol dire che non esistono per se stessi - e in ciò non sono differenti da noi - fanno la loro apparizione in funzione delle cause che consentono loro di apparire, ma la loro autentica funzione, essa, è eterna ed è quella di manifestare la realtà, di insegnarla e di farla sperimentare.

Venerdì 12 novembre 1999, kusen delle 7:00

Durante zazen riportate costantemente la vostra attenzione alla postura del corpo, specialmente al tono dei muscoli che non devono essere né troppo tesi, né troppo rilassati. Concentratevi ugualmente sulla verticalità della schiena, il corpo non deve pendere né avanti né indietro, né di lato. Non lasciate che la vostra schiena s'incurvi, tendete bene le reni.
 
Concentratevi sulla respirazione, specialmente sull'espirazione: andate fino al fondo di ogni espirazione spingendo sulla massa addominale verso il basso e lasciate che l'inspirazione si faccia naturalmente. L'inspirazione dipende dall'espirazione, concentrarsi solo sull'inspirazione non è possibile: bisogna innanzitutto abbandonare per ricevere, lasciare la propria aria per ricevere aria fresca.
 
Il Maestro Hyakujo si chiedeva: "Che cosa significa percepire il reale corpo del Buddha?" e rispondeva: "Significa non percepire più nulla in termini di esistente o non esistente".
 
Ma che cosa significa ciò? Semplicemente che l'esistente è un termine che esiste solo in rapporto al non esistente, così come la non esistenza ha senso solo in rapporto all'esistenza. Ciascuno ha senso, ha esistenza solo in rapporto all'altro e così appartengono all'ambito del samsara, della nascita e della morte. La morte esiste solo in rapporto alla nascita, come la non esistenza in rapporto all'esistenza. Se percepiamo ciò, allora capiamo che nessuno di questi poli, di queste dualità, hanno esistenza propria: io esisto solo in rapporto a voi.
 
Hyakujo diceva: "E' proprio evitando una tale percezione dualista che possiamo contemplare il vero corpo del Buddha". Certo significa ugualmente smettere di separare il Buddha da se stessi, perché il Buddha e sé esistono solo nella nostra reciproca interdipendenza. Percepire questa realtà che ci costruisce è percepire l'autentico corpo, il corpo che riunisce tutti i poli di tutte le dualità: l'uomo e la donna, sé e il mondo, io e te, tu e me, la vita e la morte, così come in zazen l'alto e il basso, il cielo e la terra, l'inspirazione e l'espirazione. Vedere che nessuno di questi poli esiste per se stesso è vedere la vacuità, il vero corpo del Buddha. Armonizzarsi con ciò attraverso la pratica è abbandonare tutti i nostri attaccamenti alle nostre costruzioni mentali, ritrovare uno spirito fluido, una coscienza vasta che non si identifica a nulla, a nulla di limitato e che non costruisce nemmeno la nozione di illimitato.
 
Hyakujo aggiunge: "Se anche i concetti di esistenza e non esistenza non sono validi, cioè non hanno valore in sé, allora come quello del corpo del Buddha potrebbe essere valido? ". E la risposta è: "Proprio perché vi ponete una domanda a questo proposito". Perché lo stesso Hyakujo si pone la domanda: c'è una risposta proprio perché c'è una domanda; nessuna domanda nessuna risposta, nessuna complicazione.
 
E completa la sua risposta dicendo: "Quando tali domande non sono poste, il concetto stesso del corpo del Buddha non è valido perché è come uno specchio: confrontato con degli oggetti li riflette, senza oggetti non riflette nulla".

Venerdì 12 novembre 1999, kusen delle 11:00

Dopo aver realizzato il Risveglio sotto l'albero della bodhi il Buddha si è finalmente deciso a trasmettere l'essenza della sua esperienza e quando, a Benares, ha incontrato i suoi vecchi compagni di ascesi, ha detto loro: "Ci sono due estremi da evitare, l'estremo della mortificazione, dell'ascetismo e l'estremo che ci porta a perseguire solo l'oggetto dei nostri desideri, l'attaccamento ai piaceri", poiché i due finiscono per condurre alla sofferenza, quando esiste una via per liberarsi, che il Buddha chiamò la Via di Mezzo, cioè la via per realizzare l'equilibrio nella nostra vita. Ed è allora che enumerò i differenti aspetti dell'Ottuplice Sentiero, che si compone della saggezza, cioè la comprensione giusta - comprendere se stessi, comprendere la natura della nostra esistenza -; il pensiero giusto, che consiste nell'armonizzarsi con questa comprensione, cioè mantenendo un pensiero di compassione e benevolenza nei confronti di tutti gli esseri. Poi parola, azione e modo di vita giusto, che sono l'espressione attraverso il nostro karma, le nostre azioni, l'espressione della saggezza, della comprensione nella nostra vita ed è ciò che ritroviamo anche nei precetti. E infine lo sforzo, l'attenzione e la meditazione giuste, che concernono più in particolare la pratica della Via attraverso la meditazione, zazen, ma anche l'attenzione e la concentrazione su tutti gli atti della vita quotidiana ed è ciò che il Buddha chiamava la Via di Mezzo, la via per equilibrare la propria vita.
 
E quando Hyakujo si chiede: "Cos'è la Via di Mezzo? ", risponde: "Significa gli estremi". Poiché gli estremi esistono solo in funzione della Via di Mezzo. Buddha, per esempio ha scoperto la Via di Mezzo proprio perché aveva sperimentato gli estremi: inizialmente aveva sperimentato una vita di piaceri, poi aveva rifiutato questa vita ed era caduto nell'estremo opposto, digiunando, mangiando solo più un chicco di riso al giorno, imponendosi ogni sorta di mortificazioni.
 
Spesso nella vita siamo prigionieri allo stesso modo a questo attaccamento agli estremi, da un atteggiamento che funziona con tutto o niente. L'autentica Via di Mezzo non è l'acqua tiepida come "mezzo" tra l'acqua calda e l'acqua fredda, non è il grigio tra il bianco e il nero, non è un compromesso, ma è veramente armonizzare gli estremi, integrarli.
 
Per esempio nell'Hannya Shingyo la questione dei fenomeni: shiki o ciò che appare, ciò che si manifesta, ciò che può essere l'oggetto della nostra esperienza, la forma, il corpo, è ku, cioè vacuità. Apparentemente sono due opposti: o ci sono dei fenomeni o non c'è nulla, il corpo esiste o non esiste, la nostra vita è permanente oppure impermanente; in questi casi la Via di Mezzo non è scegliere un "mezzo" impossibile tra esistere e non esistere, tra le caratteristiche effimere e l'eternità, ma al contrario, è vedere che i fenomeni esistono, ma non hanno sostanza, esistono ma sono vuoti di sostanza fissa. Dunque i fenomeni includono la vacuità e la vacuità non vuol dire nulla se non l'assenza di sostanza fissa. Senza fenomeni non c'è vacuità. Se non avessimo il senso dell'impermanenza della nostra esistenza, della costante trasformazione della nostra vita, non avremmo il senso dell'eternità, la parola stessa eternità non avrebbe senso.
 
Ma se invece di voltare la schiena all'impermanenza, alla ricerca di qualcosa di fisso da qualche parte, impariamo ad armonizzarci completamente con questa impermanenza, allora possiamo trovare l'eternità nel seno dell'impermanenza, come per esempio l'eternità dell'istante che non dipende né dal prima né dal dopo. Specialmente concentrandoci sulla pratica possiamo smettere di opporre i poli di questa dualità e trovare così la pace autentica, abbracciando con lo spirito vasto tutte le contraddizioni che normalmente agitano il nostro spirito. Vedere che dipendono mutualmente l'una dall'altra. Realizzare ciò intimamente significa realizzare la Via di Mezzo, l'autentico Risveglio del Buddha che permette di non rimanere bloccati in questi attaccamenti, in queste fabbricazioni mentali.
 
Una persona questa mattina mi diceva che trovava questo insegnamento di Hyakujo un po' intellettuale, ma penso che sia il contrario: mostra esattamente la via per liberarci dall'attaccamento ai concetti, dall'attaccamento alle nostre costruzioni mentali. In questo è esattamente un successore del Buddha.

Venerdì 12 novembre 1999, kusen delle 16:30

La domanda seguente, che si pone Hyakujo per poterci insegnare è: "Cos'è che chiamiamo i cinque skandha? ".
 
Vi darò la sua risposta dopo, per prima cosa voglio ricordare ciò che vengono considerati i cinque skandha nell'insegnamento tradizionale del buddhismo: sono i cinque componenti della personalità. Le forme, cioè per esempio il corpo, ma non soltanto il corpo, bensì tutto l'aspetto fisico, materiale del mondo e ciò comprende ugualmente i quattro elementi - terra, acqua, fuoco e aria - cioè gli elementi costitutivi di tutto l'universo, inclusi i cinque organi di senso e i loro oggetti. Dunque questo primo skandha della forma non è soltanto il corpo, ma tutto l'universo fisico.
 
Poi ci sono le sensazioni che concernono il carattere piacevole o spiacevole di ciò che noi percepiamo esteriormente o interiormente. Poi ci sono le percezioni, che sono prodotte attraverso i sei organi di senso, nei quali viene incluso anche il mentale. Le percezioni sono quelle che ci consentono di riconoscere l'oggetto, mentre invece le sensazioni ce lo fanno percepire come piacevole o spiacevole o neutro.
 
Poi c'è quella che chiamiamo la volizione, tutto quello che fa parte della volontà, le tendenze, gli impulsi, lo sforzo, la motivazione, tutto quello che ci spinge ad agire e che è all'origine del karma. Infine c'è la coscienza, che è il riconoscimento che c'è qualche cosa; dunque la coscienza è sempre a proposito delle forme, delle sensazioni, dei desideri: è quello che ci permette di discernere ciò che succede, ciò che c'è.
 
Quindi questi cinque componenti costituiscono a un tempo il nostro ego, la nostra personalità e al tempo stesso tutto il mondo condizionato ed è attraverso essi che noi siamo legati a questo mondo condizionato. Allora, imparare a conoscere se stessi, in particolare nella pratica di zazen, è diventare più intimi con il funzionamento di questi cinque skandha, osservare meglio il proprio corpo, la propria postura, la propria respirazione, essere attenti alle proprie sensazioni, alle proprie percezioni, essere presenti a ciò che si manifesta qui e ora, senza attaccarsi ad esso, senza permanervi, essere coscienti delle proprie motivazioni, dei propri desideri, delle proprie emozioni e tutto ciò fa parte di una conoscenza relativa di se stessi attraverso la pratica.
 
Se approfondiamo questa osservazione realizziamo rapidamente che nessuna di queste componenti della nostra individualità, come di tutto l'universo, comporta qualcosa di fisso, di permanente: tutti questi elementi sono in perpetua trasformazione, totalmente interdipendenti gli uni dagli altri. E il mondo, quello che chiamiamo il mondo, è ciò che è condizionato da questa interdipendenza. Allora, siccome ciò che non esiste che per interdipendenza non ha sostanza propria, di essere in sé, questo è ciò che chiamiamo la vacuità: non è il vuoto, non è il nulla, è l'esistenza interdipendente. Realizzare questo intimamente aiuta a disfarsi dai propri attaccamenti e a realizzare una coscienza più solidale con tutti gli esseri, l'essenza stessa di ciò che cantiamo ogni giorno nell'Hannya Shingyo, la Via del bodhisattva.
 
Hyakujo risponde alla sua domanda nel modo seguente: "La tendenza a lasciare le forme che incontriamo crea in noi degli attaccamenti ed è ciò che si chiama lo 'skandha delle forme'. Questo ci rende recettivi agli 'Otto Venti', che provocano l'accumulazione di nozioni erronee e così le sensazioni appaiono".
 
Gli 'Otto Venti' sono ciò che stimola le passioni - come il vento alimenta gli incendi -: l'attaccamento al guadagno, la paura di perdere, l'elogio e la calunnia, i complimenti e la critica, la tristezza e la gioia. Dice Hyakujo che, se lasciamo che le forme imprimano la loro influenza su di noi, se ci attacchiamo ad esse, allora ciò stimola questi "Otto Venti" e le sensazioni di attaccamento e di odio appaiono e cominciano a dividere il mondo in ciò che amiamo e ciò che non amiamo e la lotta comincia. Lo spirito di zazen è fare completamente dietrofront rispetto a ciò: è percepire ciò che appare senza attaccarsi o rigettare alcunché.
 
Quando percepiamo il mondo con questo spirito che discrimina costantemente tra ciò che amiamo e ciò che non amiamo, allora le nostre percezioni ne sono falsate e non possiamo più percepire gli esseri e le cose così come sono, ma solo attraverso le nostre preferenze e i nostri pregiudizi. Questo mina tutte le nostre motivazioni ad agire e invece di agire con saggezza e compassione, per il benessere di tutti gli esseri, iniziamo ad agire in funzione delle nostre preferenze personali, in funzione dei nostri attaccamenti. Allora il quarto skandha della motivazione, dell'azione, diventa la fonte di tutti i karma. "Ogni sorta di complicazione appare, si formano ogni sorta di attaccamenti e improvvisamente - aggiunge Hyakujo - la coscienza ne è falsata".
 
E' per questo che, in genere, quando si parla dei cinque skandha li si qualifica come i "cinque skandha dell'attaccamento", e si può dire che tutta la Via insegnata dal Buddha, la pratica di zazen, la saggezza, i precetti, sono stati insegnati per rimediare a questo funzionamento erroneo degli skandha, per aiutare gli esseri umani a ritornare alla loro autentica condizione normale, ad armonizzarsi con la realtà , al di là dei nostri piccoli ego che si appropriano degli skandha invece di risvegliarsi a partire da essi, prendendo coscienza di ciò che sono in realtà.

Sabato 13 novembre 1999, kusen delle 7:00

Concentratevi sulla vostra respirazione e lasciate passare i pensieri. Questo significa né rigettarli né seguirli e lasciarsi trascinare da essi; lasciar passare significa essere radicati nella concentrazione sulla postura e sulla respirazione, come una roccia che lascia che le onde passino, senza muoversi. Lasciar passare non è una decisione della volontà, ma un risultato della concentrazione sulla postura e sulla respirazione, che ci ancora fortemente nel qui e ora e impedisce allo spirito di andare nel passato o nel futuro, di evadere altrove e ci riporta ad una presenza forte nell'esperienza del qui e ora.
 
Poiché non persegue nulla e non rigetta nulla, la causa del karma è fermata. In zazen smettiamo con la trasmigrazione perché smettiamo di provocare le cause di trasmigrazione e così si dice che zazen è il mondo senza karma, il mondo nel quale l'ego è abbandonato, il mondo dove la fonte del karma è inaridita. Tuttavia gli effetti del karma passato possono ancora venire a manifestarsi, possiamo osservarli, riconoscerli, accettarli, ma non li aumentiamo. Al contrario, attraverso l'osservazione, possiamo conoscere noi stessi e lasciar cadere in noi ciò che provoca il karma, ciò che provoca la trasmigrazione.
 
E' il tema della prossima domanda di Hyakujo che dice: "In un sutra si tratta dei 'venticinque fattori dell'esistenza'. Che cosa sono? ". E risponde: "Questo termine significa che avremo da vivere nuove nascite, nuove incarnazioni nei sei reami, nei sei settori". Cioè il settore dell'inferno, delle sofferenze costanti; l'ambito degli spiriti affamati, dei gaki, che soffrono di un'avidità costante ed impossibile da soddisfare; l'ambito animale nel quale siamo condizionati dai nostri istinti; l'ambito umano, con le proprie preoccupazioni; l'ambito degli spiriti guerrieri ed infine, l'ambito del cielo nel quale si è in uno stato di beatitudine, di estasi e che è semplicemente il risultato di un karma passato, che è dunque impermanente, come tutti gli altri stadi che esistono solo, in quanto effetto di un karma passato, fino all'esaurimento dell'energia di questo karma passato e poi siamo pronti a vivere altre cose.
 
Dunque Hyakujo continua dicendo: "A causa delle nostre illusioni, le illusioni che riempiono il nostro spirito nella vita presente, siamo legati ad ogni sorta di karma e rinasceremo in conseguenza di questo karma. Tuttavia, se nel corso di un'esistenza alcuni hanno la decisione di consacrarsi totalmente alla liberazione e raggiungono uno stato di non nascita, di non rinascita, allora lasceranno definitivamente i Tre Mondi e non dovranno mai più rinascere. Questo implica realizzare il 'corpo del dharma', il 'Corpo Assoluto' del Buddha".
 
Con queste frasi Hyakujo riassume la posizione fondamentale del buddhismo, l'insegnamento originale del Buddha, che ha realizzato nel corso del suo Risveglio, che gli esseri appaiono in questo mondo in funzione del loro karma passato e che siamo il frutto di questi atti: è il principio della responsabilità, la base stessa del buddhismo. E anche la base di tutte le religioni, non c'è infatti nessuna religione nella quale gli uomini non abbiano da raccogliere il frutto dei loro atti.
 
Allora poco importano le spiegazioni metafisiche per spiegare attraverso quale processo questo si realizza, ciò che è importante è realizzare che esiste una causalità karmica, che il nostro destino è il risultato dei nostri atti e non dell'assurdità del mondo, del caso oppure di una volontà esterna, malefica o benefica: non siamo manipolati da nessun altro se non da noi stessi. Solo comprendendo ciò, impegnarsi nella pratica della Via ha un senso, trasformarsi, rimediare al proprio karma passato e cambiare l'orientamento del proprio spirito, imparando a partire dai propri errori, apprendendo a rimediare e così a mettere fine alle cause della sofferenza.

Sabato 13 novembre 1999, kusen delle 11:00

Per quello che riguarda i "Venticinque fattori dell'esistenza", abbiamo visto con Hyakujo che dipendono dal nostro karma, ma egli si chiede: "In che cosa differiscono gli uni dagli altri?". E risponde: "Profondamente sono uno, ma li chiamiamo diversamente in funzione della loro differente funzione e così se ne designano venticinque. Questo numero comprende i 'dieci mali', le azioni negative, le 'dieci virtù', le buone azioni e i cinque skandha". "Cosa sono questi 'dieci mali' e queste 'dieci virtù'? " Hyakujo risponde: "I 'dieci mali' sono: uccidere, rubare, la cattiva sessualità, la menzogna, le parole erronee, il fatto di calunniare o di criticare gli altri, la brama, la collera e le visioni false. Quando diciamo virtù, esse sono semplicemente l'assenza di questi 'dieci mali'".
 
Quindi vediamo che per Hyakujo le cause del karma occupano esattamente il campo dei dieci precetti. E del resto il Maestro Deshimaru, quando ha fatto un lungo kusen sul karma, in definitiva, non ha parlato che dei precetti. I precetti sono come il rimedio, la cura contro il cattivo karma, cioè i pensieri, le parole e le azioni che provocano attaccamento e sofferenza. Come le "dieci virtù" sono l'astensione da queste dieci cattive azioni, possiamo dire che sono tutte incluse nella pratica di zazen. Durante zazen, anche se i pensieri negativi appaiono, non ci attacchiamo e non ci identifichiamo ad essi, li lasciamo passare e dunque, il karma del pensiero è abbandonato. La bocca rimane silenziosa, tranne quella del godo che cerca di trasmettere il dharma, e il corpo immobile non fa nulla, null'altro che praticare la postura giusta. Così i tre karma del pensiero, della parola e del corpo sono aboliti, riportati al punto zero.
 
Così in zazen non abbiamo bisogno di pensare in termini di bene o di male, non abbiamo bisogno di rigettare i cattivi pensieri e nemmeno di attaccarci ai buoni pensieri: l'opposizione stessa del bene e del male è sospesa, diventa inutile, poiché c'è anche il karma del bene, parliamo sempre di cattivo karma. Il karma del bene è quello di attaccarsi alle buone azioni, di praticare il bene per ottenere dei meriti: questo provoca ugualmente la trasmigrazione per ottenere il frutto positivo dei propri meriti. Certo in generale preferiamo immaginare di ritrovarci in paradiso piuttosto che all'inferno, preferiamo raccogliere frutti positivi, deliziosi, piuttosto che frutti amari, preferiamo la felicità alla disgrazia e il Buddha si è evidentemente preoccupato della felicità degli uomini dato che li ha invitati a produrre un buon karma se vogliamo essere felici. Ma il suo insegnamento, il più profondo, è l'autentica liberazione da tutti i karma, certo dal cattivo karma, ma anche dal buon karma.
 
Il Risveglio insegnato e trasmesso dal Buddha è al di là delle categorie umane di felicità come di disgrazia, di gioia o di tristezza. E' giustamente smettere di creare un solco tra i due e questo è realizzato attraverso la pratica di zazen mushotoku, cioè la pratica nel quale non ci attacchiamo ai meriti. Certo è la pratica nella quale non seguiamo il cattivo karma, ma non ci attacchiamo nemmeno al buon karma; la pratica al di là del bene e del male, della felicità come della disgrazia, l'autentica liberazione ed è la dimensione assoluta, in qualche modo al di là della dimensione umana ordinaria. E' difficile da capire poiché è un rovesciamento del senso abituale dei nostri valori, è abbandonare lo spirito umano ordinario e realizzare lo spirito del Buddha, lo spirito al di là di ogni dualità.
 
Se sperimentiamo ciò, anche brevemente, durante zazen, nel corso di una sesshin, allora anche ritornando nel mondo dei fenomeni, della dualità, anche se in quel momento abbiamo bisogno di scegliere, di decidere, di riferirci ai precetti, di sforzarci di evitare il male e di praticare il bene, questo è realizzato a partire da una dimensione più profonda, come espressione del Risveglio di zazen.
 
Sono gli ultimi momenti di zazen, ma non aspettate la fine, concentratevi solo sull'espirazione.

Sabato 13 novembre 1999, kusen delle 16:30

Durante zazen non lasciate che il vostro corpo cada in avanti, raddrizzate bene la schiena, rientrate il mento e non seguite la vostra tendenza ad inclinarvi in avanti, ma restate bene centrati sulla verticalità della schiena. Essere concentrati sulla postura verticale aiuta a non seguire le proprie inclinazioni, a rimanere calmi anche in mezzo ai fenomeni, a rimanere ben centrati e in particolare, a non essere trascinati dall'afflusso dei pensieri nello stato di sanran e a non lasciarsi nemmeno attirare dalla sonnolenza nello stato di kontin.
 
Durante zazen ci si astiene dall'intrattenere i propri pensieri personali e a questo proposito il Maestro Hyakujo diceva: "Significa non fissare il vostro spirito su alcunché e non essere nemmeno intaccati dai fenomeni dell'ambiente, in modo che anche il pensiero di cercare di raggiungere qualche cosa, scompare".
 
Significa ugualmente astenersi dal voler non pensare, astenersi dal volere alcunché, ma accontentarsi di essere solo seduti e semplici testimoni di ciò che avviene, senza intrattenere o rigettare alcun pensiero. E' il principio di base dello stato dello spirito durante zazen, ciò che permette di realizzare qui e ora un'autentica liberazione, che non dipende dall'assenza di pensieri o dall'assenza di fenomeni, ma che si produce quando smettiamo di attaccarci ai pensieri o ai fenomeni.
 
Perciò il modo migliore è passare attraverso il corpo, poiché non è possibile distaccarsi coscientemente e volontariamente, perché questo diventerebbe un pensiero, un'intenzione in più, una causa di tensione e di conflitti supplementare. se invece si è bene centrati nella postura del corpo, se siamo attenti alla nostra respirazione, questo ancoraggio permette di lasciar passare naturalmente e inconsciamente.
 
Hyakujo aggiunge: "Come è detto in un sutra, se insegnate alle persone a intrattenere i 'sei pensieri meritevoli' insegnate loro a pensare in modo erroneo". Questo vuol dire che non dobbiamo intrattenere nemmeno i buoni pensieri, i pensieri meritevoli. All'occorrenza si tratta di pensieri che riguardano il Buddha, il Dharma, il Sangha: anche ai "Tre Tesori", l'oggetto di fede per la maggior parte dei buddhisti, non abbiamo bisogno di pensarci. Allo stesso modo degli altri "tre pensieri meritevoli" - cioè quelli che riguardano i precetti, quelli che riguardano il fuse, il dono e il merito - anche questi buoni pensieri devono essere abbandonati. Realmente abbandonare ogni intenzione, ogni oggetto, non soltanto quelli che abitualmente consideriamo come cattivi, come negativi, ma anche i buoni. Ed è soltanto così che possiamo realizzare uno spirito non condizionato, uno spirito che non dipende da nulla. E' il senso ultimo dell'insegnamento del Buddha e della pratica di zazen.
 
Hyakujo aggiunge: "Coloro che realizzano questo non pensiero sono naturalmente capaci di entrare nello spirito del Buddha, poiché i loro sei organi di senso non possono più lordare lo spirito".

Domenica 14 novembre 1999, kusen delle 7:00

Durante zazen concentratevi solo sulla vostra postura, tendete bene le reni, la colonna vertebrale, la nuca, rientrate il mento, spingete bene il cielo con la sommità del capo e la terra con le ginocchia. Rilassate il ventre e durante l'espirazione premete bene sullo zafu, lasciando che il peso del vostro corpo prema bene sullo zafu. Inspirate ed espirate con calma, facendo attenzione soprattutto alla fluidità della respirazione; non rimanete con i polmoni pieni o vuoti, ma soprattutto, non divertitevi a contare le vostre respirazioni: nella pratica di shikantaza abbandoniamo ogni tecnica mentale, ogni oggetto. Non c'è bisogno di visualizzazioni, non c'è bisogno di mantra, non c'è bisogno di contare i propri respiri, non c'è bisogno di pensare al Buddha, non c'è bisogno di aspettare l'illuminazione, non c'è bisogno di nulla. E' così che lo zazen stesso, qui e ora, può diventare liberazione. Solo così, abbandonando tutte le tecniche e tutti gli oggetti. Non c'è nulla da fare per diventare buddha, semplicemente riconoscere e lasciar essere ciò che è, smettere ogni costruzione mentale.
 
Nella sua opera principale sulla "Porta del Risveglio Immediato", che commento già da un po' di tempo, il Maestro Hyakujo arriva alla distinzione seguente a proposito di ciò che è stato detto ieri: "Se noi stimiamo, consideriamo importante l'assenza di pensieri, allora, come la nozione di entrare nella coscienza del Buddha può avere la minima validità? ". Hyakujo risponde: "Questa validità risulta dall'assenza di pensieri. Poiché come è detto in un sutra: 'ogni cosa esiste solo non permanendo su nulla, nulla di fisso'". E riprende nuovamente l'esempio dello specchio: "Prendete il caso di uno specchio chiaro, anche se in sé non contiene alcuna forma, può manifestare e riflettere miriadi di forme ed è proprio a causa della sua chiarezza senza macchia che è capace di rifletterle".
 
Allora, voi che praticate, se il vostro spirito è senza macchia, cioè se non ristagna su nulla, se non si impadronisce di nulla, sarà libero da tutti i pensieri erronei, in particolare dalle nozioni di sé e di altri, che ci dividono costantemente, che ci rendono avidi e invidiosi.
 
La concentrazione sulla pratica di zazen è la virtù essenziale, che ci permette di lasciar cadere questo spirito che separa e l'attaccamento al linguaggio, che crea le categorie di mio, di tuo, di sé e di altri, a partire dalle quali ogni sorta di conflitto sorge. Ma questo non è che uno spirito relativo della realtà: l'aspetto più profondo è l'unità, la non separazione. Proprio come le onde, che in superficie sembrano avere una propria individualità, ma che in realtà sono della stessa sostanza dell'oceano e non ne sono mai state separate, non sono mai nate e non muoiono, poiché esistono nella non separazione.
 
E' la risposta migliore alla domanda sull'angoscia della morte. E' solo l'identificarsi a questo piccolo ego separato che provoca questa angoscia, se ci colleghiamo ad una coscienza più vasta della nostra realtà profonda, allora questa angoscia scompare. L'angoscia significa che il cuore si rinchiude, ma praticare zazen, praticare una sesshin significa entrare in contatto col proprio autentico cuore, shin, che è vasto e non è ripiegato su se stesso.
 
Hyakujo continua dicendo: "Se praticate così non ci sarà altro che una purezza senza macchia, grazie alla quale sarete capaci di una percezione illimitata". Poi arriva al punto essenziale del suo insegnamento, che riguarda il Risveglio improvviso, immediato, e dice: "Il Risveglio immediato significa realizzare la liberazione in questa vita". Cioè non considerare questa vita come l'occasione per accumulare dei meriti, in vista di un Risveglio ulteriore, di una liberazione ulteriore, ma praticare il Risveglio qui e ora. Non praticare per il Risveglio, ma praticare il Risveglio, direttamente.
 
E Hyakujo si chiede: "Come potrei farvi comprendere meglio tutto ciò? ". Rivolgendosi ai suoi discepoli dice loro: "Siete come dei leoncini, che sono dei leoni autentici fin dalla nascita", cioè significa voi siete fin dall'origine potenzialmente buddha, vi manca soltanto il fatto di realizzarlo: non ci sono buddha da produrre, ma soltanto buddha da rivelare. E aggiunge: "Coloro che intraprendono a realizzare il Risveglio immediato, nel momento in cui lo praticano, entrano nello stato di buddha". Comprendere quel punto, che è essenziale nel suo insegnamento, è comprendere perché Dogen amasse molto il Maestro Hyakujo, cioè perché aveva la stessa esperienza del Risveglio immediato nella pratica: la pratica come Risveglio.
 
E dice: "E' proprio come i germogli di bambù in primavera, rapidamente crescono e diventano simili ai loro genitori, molto prima che la primavera sia passata".

Domenica 14 novembre 1999, kusen delle 11:00

Quando sentiamo parlare di Risveglio immediato, tutti rimangono sedotti e vorrebbero ottenerlo immediatamente. Il Risveglio immediato non è qualche cosa da ottenere, ma ciò che si realizza quando ci si concentra sulla pratica senza cercare di ottenere o evitare alcunché. E' allora che pratichiamo realmente il Risveglio immediato, cioè ci armonizziamo immediatamente con la nostra autentica natura, nella quale non c'è nulla da afferrare e nulla da rigettare.
 
Ciò che permette di realizzare questo non è uno sforzo della nostra volontà o della nostra immaginazione e nemmeno dell'intuizione. Qualcuno dice: "Non è il caso di praticare la meditazione seduta, zazen, solo vedere la propria autentica natura e divenire buddha, come in una specie di lampo intuitivo". Il Risveglio immediato non è una questione di visione, non ha niente a che vedere con ciò; c'è soltanto da smettere di creare illusioni da se stessi, cessare di creare confusione e perciò il metodo migliore è semplicemente sedersi.
 
Hyakujo diceva: "Coloro che intraprendono questa pratica del Risveglio immediato recidono i loro pensieri erronei con un colpo solo ed abbandonano la dualità del sé e degli altri, in modo che la vacuità di queste nozioni è realizzata - cioè la loro non separazione - così la grande calma è realizzata e diventiamo simili a tutti i buddha, perché non esiste più la minima differenza. Così - aggiunge Hyakujo - è scritto da qualche parte che gli esseri ordinari sono profondamente santi, ma coloro che intraprendono la pratica di questo Risveglio immediato, trascendono i Tre Ambiti nel corso di questa esistenza". E, come è detto in un sutra, questo significa trascendere il tormento di questo samsara, di questo mondo di sofferenze e penetrare il nirvana pur rimanendo nel mezzo del samsara, senza sfuggire dal mondo, ma trasformando il nostro rapporto col mondo, cessando di perseguire o di odiare alcunché, continuando eternamente lo spirito di zazen, senza creare differenze tra questo zazen ed il resto della vita quotidiana.
 
Hyakujo conclude dicendo: "Se non impiegate questo metodo del Risveglio immediato, sarete come degli sciacalli che cercano di imitare un leone, ma incapaci di diventare un autentico leone, anche dopo miliardi di anni".
 
L'avvertimento è severo, ma molto stimolante. Gli sciacalli si nutrono di cadaveri, i leoni di carne vivente; la pratica del Risveglio immediato è la pratica sempre vivente, non è l'imitazione di concetti, non si lascia rinchiudere dalle categorie mentali, per diventare costantemente unità con la nostra vita di ogni istante, senza seguire lo spirito di scelta o di rifiuto. Il leone è ugualmente l'animale della non paura, la non paura realizzata quando smettiamo di attaccarci al nostro piccolo ego e di opporlo al mondo, quando smettiamo di sciupare tutto il nostro tempo e la nostra energia per sostenere questa illusione.

Traduzione: Maresa di Noto