Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
19 dicembre 1999
Giornata di zazen al Dojo Sanrin di Fossano
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Rahula


Domenica 19 dicembre 1999, kusen delle 8:15

Prima di assumere la postura, non dimenticate di mettere i pugni sulle ginocchia e di oscillare sette otto volte energicamente a partire dalla vita, in modo decrescente, fino ad acquistare la verticalità della postura. Poi fate gassho e inclinatevi profondamente in avanti. Ponete la mano sinistra sulla mano destra, i pollici orizzontali, il taglio delle mani bene a contatto con il basso ventre. A quel punto prendete due o tre grandi respiri, inspirate ed espirate profondamente, e poi seguite semplicemente il ritmo naturale della vostra respirazione, restando semplicemente attenti alla respirazione.
 
Fin dall'inizio di zazen non lasciatevi trascinare dai vostri pensieri, non identificatevi con i vostri pensieri, ma concentratevi costantemente sulla vostra postura, ritornate ai punti fondamentali della vostra postura.
 
Inclinate bene il bacino in avanti: lasciate che il corpo pesi sullo zafu e mantenete l'inclinazione del bacino in modo che l'ano non tocchi lo zafu. A partire da questi punti di pressione sullo zafu e sul suolo, estendete bene il vostro corpo, spingendo il cielo con la sommità del capo e la terra con le ginocchia. Estendete la colonna vertebrale a partire dalla vita, tirate bene la nuca. Rilassate le spalle: le spalle restano costantemente abbassate.
 
Durante zazen osserviamo il nostro corpo e, al tempo stesso, correggiamo la postura del corpo. Così si arriva a pensare con tutto il corpo, il corpo intero diventa cosciente, la sua postura seduta diventa cosciente; non solo la testa, ma tutto il corpo diventa pensante, corpo e mente in unità.
 
Rilassate bene il viso. Le mascelle non sono bloccate. La lingua è contro il palato. La bocca tace, chiusa. Sospendiamo ogni discussione interiore.
 
Lo sguardo è posato sul suolo davanti a sé, senza fissare alcun punto: in questo modo lo sguardo è rilassato e vasto.
 
Anche la mente è rilassata, perché non si attacca a nessun pensiero. E al tempo stesso è vasta e riflette tutti i fenomeni che sorgono, come un vasto specchio, senza scegliere, senza trattenere i pensieri piacevoli e senza respingere quelli spiacevoli, proprio come uno specchio che riflette ogni cosa così com'è e fin dal primo istante in cui appare.
 
E' importante avere una attenzione estremamente vigile, come una guardia forestale che sta attenta all'inizio dell'incendio. D'estate, quando il clima è caldo e secco, alcune persone hanno proprio la funzione di mettersi in cima agli alberi e osservare con un binocolo il primo fumo che indica l'inizio di un incendio: se vediamo l'inizio di un incendio, possiamo bloccarlo rapidamente e spegnerlo. L'osservazione durante zazen e nella vita quotidiana è la stessa cosa: un'osservazione istantanea, rapida, che osserva il nascere dei fenomeni.
 
Quando osserviamo il nostro corpo, se sentiamo uno squilibrio, possiamo correggerlo prontamente. Ad esempio le tensioni nella schiena, nelle spalle: possiamo cambiare la nostra postura e rilassare rapidamente i muscoli. Se non facciamo attenzione, gli squilibri, le tensioni diventano velocemente troppo importanti e poi è molto difficile correggerle.
 
Questa osservazione del corpo non diventa attaccamento al corpo perché al tempo stesso osserviamo che il corpo è del tutto impermanente: la sua condizione cambia di istante in istante. Anche se ci prendiamo cura del nostro corpo, non è eterno: un giorno gli elementi che lo costituiscono ritorneranno al cosmo.
 
L'autentica osservazione deve partire dal corpo: osservarlo, osservare che il nostro corpo non ci appartiene, che non costituisce un sé. Allora possiamo abbandonare l'attaccamento al nostro corpo e al tempo stesso possiamo prenderci cura del nostro corpo: non siamo attaccati al nostro corpo, ma ci prendiamo cura del nostro corpo, così come ci prendiamo cura del dojo.
 
Così pure osserviamo le nostre sensazioni: talvolta ci sentiamo bene e talvolta non ci sentiamo bene, a volte le nostre sensazioni sono piacevoli, altre volte sono spiacevoli. Lo spirito ordinario consiste nello attaccarsi alle sensazioni piacevoli e non accettare quelle spiacevoli. Ma lo spirito della Via, che si manifesta in zazen, è lo spirito che non sceglie, è lo spirito che osserva le sensazioni senza attaccarsi ad alcuna di esse e senza ristagnare su alcuna di esse.
 
Osserviamo il nostro stato d'animo, osserviamo lo spirito che vuole sempre afferrare qualche cosa o rifiutarne qualche altra: riconosciamolo nell'istante in cui si manifesta e non lo tratteniamo.
 
Osserviamo anche se siamo vigili o addormentati: se ci addormentiamo, allora concentriamoci di più sull'inspirazione; se invece abbiamo lo spirito agitato, concentriamoci di più sull'espirazione, facendo scendere l'espirazione fino al basso ventre.
 
In ogni caso, torniamo costantemente alla concentrazione sulla postura e sulla respirazione. Osserviamo l'impermanenza di tutti gli stati, realizzando uno spirito che non dimora su nulla. Possiamo imparare in questo modo ad essere completamente presenti alla vita ad ogni istante e, al tempo stesso, a non ristagnare su alcunché, a rimanere completamente liberi.

Domenica 19 dicembre 1999, kusen delle 11:15

Un giorno il Buddha Shakyamuni si recò nel posto dove soggiornava suo figlio Rahula, che era diventato monaco. Vedendo arrivare il Buddha, Rahula gli preparò un posto per sedere e dell'acqua per lavarsi i piedi. Questo era il modo tradizionale di accogliere il Buddha: preparargli un seggio e dell'acqua.
 
Allora il Buddha prese dell'acqua in un catino e si lavò i piedi. Rimase un po' di acqua nel catino e il Buddha si rivolse a Rahula dicendo: "Vedi questa piccola quantità d'acqua rimasta nel catino? ", "Sì. ", "Allo stesso modo ci sono molto poche qualità religiose nei religiosi che non hanno vergogna di dire menzogne".
 
Poi il Buddha rovesciò completamente il catino e disse a Rahula: "Vedi, ora il catino è vuoto. Allo stesso modo la vita religiosa dei religiosi che non hanno vergogna di dire menzogne è completamente vuota, nulla". E aggiunse: "Per chi non ha vergogna di dire menzogne, non esiste nessun male che non sia capace di fare, sia a se stesso che agli altri. Nemmeno per scherzo devi dire menzogne: non devi mai dire menzogne".
 
Rahula era ancora molto giovane al momento di questo discorso del Buddha e si potrebbe pensare che il discorso fosse rivolto ad un bambino, anche se in effetti è molto profondo.
 
Non mentire è la funzione essenziale di zazen: non mentire a se stessi, vedersi esattamente così come si è, non avere paura di osservare le proprie illusioni, ma guardarle lucidamente attraverso la concentrazione di zazen; e non seguirle, non aderire ad esse; vedere chiaramente quanto il nostro animo sia avido, interessato, ostile, non chiaro, rigido, agitato, dubbioso, triste o gioioso. È importante essere ben coscienti di ciò che ci abita, vedere prontamente cosa ci sta succedendo, quale emozione ci ha invaso, quale pensiero ci occupa, quale paura, quale desiderio, nel momento stesso in cui ciò appare, senza rifiutarlo, senza reprimerlo, vedere chiaramente di cosa si tratta, e lasciar passare, non ristagnare sui fenomeni mentali, ma ritrovare costantemente uno spirito disponibile e nuovo, capace di accogliere la novità e ciò che sorge ad ogni istante seguente.
 
In questo siamo molto aiutati dalla concentrazione sulla postura e sulla respirazione: ritornare costantemente al corpo e alla respirazione.
 
Ma anche nella vita quotidiana è importante riflettere. Durante zazen non può essere commesso alcun male, perlomeno col corpo e con la bocca, con la parola; nella vita quotidiana invece dobbiamo fare delle scelte, dobbiamo agire, e a quel punto è importante riflettere: ci sono momenti in cui è importante riflettere. È il seguito dell'insegnamento del Buddha a Rahula. Egli dice: "Cosa ne pensi, qual è l'utilità di uno specchio? " E Rahula gli risponde: "Lo specchio serve a riflettere. " E il Buddha aggiunge: "Allo stesso modo, Rahula, è dopo la riflessione che le azioni corporali devono essere compiute, ed è dopo la riflessione che le azioni verbali devono essere compiute, ed è anche dopo la riflessione che le azioni mentali devono essere compiute. " Per il Buddha anche i pensieri sono azioni, sono karma: non solo le parole e le azioni corporali.
 
Come riflettere? Qui il Buddha dà a suo figlio Rahula un consiglio molto semplice, ma al tempo stesso molto profondo; gli dice: "Qualunque sia l'azione che pensi di fare con il tuo corpo, devi riflettere se questa azione corporea contribuirà al tuo proprio male o al male degli altri o al male di entrambi, se questa azione corporale provocherà della sofferenza. E se capisci che questa azione che stai per fare provocherà del male, della sofferenza ad altri oppure a te stesso, allora questa azione non deve essere compiuta. "
 
Spesso nello Zen si ha la tendenza a credere che l'azione debba essere sempre spontanea, ma solo l'azione animata dallo spirito di zazen può essere spontanea, dallo spirito mushotoku, dallo spirito di compassione. Ma nella vita quotidiana non è sempre così: il nostro spirito è spesso condizionato dal nostro passato, dall'avidità, dall'odio, dall'ignoranza, e si rischia costantemente di provocare della sofferenza agli altri o a se stessi. Dobbiamo utilizzare lo specchio della nostra mente per riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni, parole e pensieri, e astenerci da pensieri, parole e azioni che provocano sofferenza, concentrandoci sui pensieri, sulle parole e sulle azioni che hanno effetti benefici, che portano felicità agli altri e a se stessi.
 
Questo sutra è la base dell'etica buddhista: non è che ci sia un bene o un male assoluto, rivelato una volta per sempre, fissato in comandamenti, ma ci sono costantemente delle situazioni mutevoli in cui dobbiamo decidere cosa faremo, tenendo conto dell'interdipendenza e degli effetti dei nostri pensieri, delle nostre parole, delle nostre azioni corporali, avendo come criterio di decisione: "Ciò che farò, ciò che dirò, contribuirà ad alleviare la sofferenza, a condurre alla felicità, alla liberazione? " È la domanda che il bodhisattva si pone costantemente, la sua riflessione costante.
 
Oggi giorno molte persone si sentono scombussolate, disperate, come se non avessero più punti di riferimento nella vita per decidere. L'insegnamento del Buddha a suo figlio Rahula è un grande aiuto per tutti, non soltanto per un bambino.

Domenica 19 dicembre 1999, kusen delle 14:30

Nel seguito del suo insegnamento a Rahula, il Buddha gli dice: "Quando riflettete sulle conseguenze di un'azione, se comprendete che questa azione ha contribuito al vostro male o al male degli altri, o al male di entrambi, se questa azione sbagliata ha creato della sofferenza, allora, Rahula, tale azione che avete compiuto deve essere rivelata, confessata: dovete farlo sapere al vostro maestro, o anche a un condiscepolo. E, una volta che l'avete confessata, che avete fatto conoscere questa azione, allora dovete sforzarvi di non compierla più in futuro."
 
Il Maestro Deshimaru diceva spesso che zazen stesso è una confessione di fronte a se stessi, di fronte al Buddha.
 
La confessione non porta alla colpevolezza ma, al contrario, porta al sollievo: rivelare a qualcuno un errore, uno sbaglio, è sempre un sollievo ed è molto meglio che tenere questo pensiero per sé. Non è il caso di volere farsi belli, di voler proteggere la propria immagine nei confronti degli altri. Al contrario, il fatto di rivelare i propri errori allevia anche gli altri: anche gli altri si dicono "beh, anch'io ho fatto quell'errore", spesso sono portati a riconoscerlo insieme a noi e così tutti sono alleviati, e ci sentiamo meno soli.
 
Inoltre è importante fare il proponimento di non ripetere più quell'errore. Molte volte il Maestro De-shimaru, quando un discepolo aveva commesso un errore, lo criticava finché non riconosceva il proprio errore; ma una volta che lo aveva riconosciuto, che lo aveva confessato, allora spesso rideva e diceva: "Non è grave. Semplicemente non ricominciare".
 
Il Buddha non intende colpevolizzare gli esseri umani, intende sviluppare la saggezza: bisogna imparare a partire dai propri errori, a partire dal riconoscimento dei propri errori. Per esempio, nel dojo può essere una buona pratica quella di riunirsi di tanto in tanto e parlare dei propri errori, invece di parlare in segreto degli errori degli altri. E questa è una pratica costante da 25 secoli in un certo sangha: per esempio tutti i monaci Theravada fanno così, al plenilunio e al novilunio.
 
Invece attualmente tutti vogliono nascondere i propri errori. Solo davanti a un tribunale, dopo che un inchiesta ha provato gli errori, allora le persone finiscono per confessare, talvolta… Ma non avviene sempre così: si preferisce mentire, nascondersi. E questo atteggiamento avvelena completamente la vita sociale, specialmente la politica.
 
Una questione da porsi è sapere cos'è veramente il male, la sofferenza, il bene, la felicità. Per esempio: una madre rifiuta di comprare il secondo pacchetto di caramelle al figlio e il bambino si mette a piangere, non è per nulla contento, soffre. L'azione della madre è male o bene? Fare il bene, contribuire alla felicità delle persone, significa soddisfare i loro desideri?
 
Per molte persone la felicità è ottenere l'oggetto dei propri desideri, avere sempre di più, e se si rifiuta loro qualcosa si sentono frustrati, infelici. Cosa fare? Trattenere l'avidità? Stimolare l'avidità, come fa il mondo economico moderno? Far dipendere la felicità dall'ottenimento di oggetti che ci vengono proposti? Anche su questo punto il Buddha insegnava la Via di Mezzo: considerava che nel mondo sociale le ricchezze sono giustificate ma devono essere condivise, e faceva una differenza fondamentale tra felicità e liberazione. Si può ottenere una felicità temporanea dalla soddisfazione di un desiderio, ma in genere questa soddisfazione è assolutamente impermanente ed implica inoltre una certa forma di dipendenza e di paura, di paura di perdere ciò da cui facciamo dipendere la nostra felicità. Anche se non preconizzava l'ascetismo e la mortificazione, il senso ultimo del suo insegnamento era quello di liberarsi dall'avidità.
 
Ognuno può realizzare questo soltanto da sé, non lo si può imporre agli altri. Attraverso la pratica della Via possiamo comprendere questa libertà, questa felicità stabile, indipendente dal possedere o non possedere qualche cosa.
 
Qual è allora l'azione giusta a questo proposito, ad esempio per la madre nei confronti del suo bambino? Non è certamente quella di viziarlo dandogli tutto quello che chiede, né quella di frustrarlo costantemente predicandogli il distacco, ma quella di aiutarlo a comprendere quali sono i suoi autentici bisogni: alla fin fine ognuno ha bisogno di realizzare il Risveglio, di risvegliarsi all'autentica natura della propria esistenza e di armonizzarsi con ciò.

Domenica 19 dicembre 1999, mondo delle 16:00

- Una volta hai detto che bisogna donare alle persone che chiedono - era riferito al Dharma -…
 
- Donare cosa? A persone che chiedono cosa? Dovresti chiarire le circostanze. Qual è la tua domanda? Perché poni questa domanda?
 
- Qualche volta può succedere che si dà a persone che non vogliono ricevere - per esempio, l'amicizia o qualunque altra cosa, non ha importanza -. Può succedere che si voglia donare qualcosa e che gli altri non sono interessati a ricevere.
 
Allora… per quanto riguarda il dojo, se si parla del Dharma, è possibile dire che quando si entra in un dojo è perché si ha l'intenzione di imparare il Dharma, di praticare il Dharma. Ma, anche se noi possiamo dare a tutti, ci sono differenti livelli di pratica. Allora, bisogna dare a qualcuno meno che ad altri, a quelli che non chiedono? In questo modo si farebbero delle differenze nel dojo… anche se tutti siamo dei buddha quando ci sediamo sullo zafu, e certamente siamo uguali. Allora cosa facciamo?
 
- Nel dojo l'insegnamento è dato per tutti, non per qualcuno in particolare. Io credo che la cosa migliore sia di dare l'insegnamento in generale per tutti. Alcuni sono ricettivi in quel momento, lo ricevono, altri non lo possono comprendere, non lo possono ricevere, non sono pronti per quell'insegnamento particolare, quel giorno. Alle volte dicono, per esempio: "quel kusen non l'ho capito". Allora si ripete regolarmente. Si è ascoltato qualcosa che non si è capito e può darsi che la decima volta - tac! - ne siamo toccati. Lo stesso avviene quando si legge degli insegnamenti di Dogen, del Buddha: magari li si conosceva già, ma la prima volta non ci avevano toccato, e invece dopo…: "ah, è vero! ".
Il modo di insegnare secondo la tradizione dello Zen Soto è di insegnare a tutti la stessa cosa. Non c'è un insegnamento per i principianti, uno per gli anziani, o per qualche persona in particolare: "a questo non do l'insegnamento, a quell'altro lo do"... 
 E' come seminare diffusamente, e poi l'insegnamento dà i suoi frutti in certi posti e in altri posti no. Allora bisogna continuare a seminare regolarmente. Infine il campo germina dappertutto.
Questo risponde alla tua domanda o c'è qualcosa di più specifico?
 
- Nel dojo ci sono rapporti diversi tra le persone: vi sono persone che si avvicinano di più…
 
- E' bene che ci siano contatti personali con chi dirige, con gli insegnanti, con ciascuno. Questo è bene.
 
- Allora è naturale che si finisce per condividere di più la pratica con quelli che fanno delle domande, che si confrontano.
 
- E' vero che non si può insegnare, non si può aiutare qualcuno che non chiede dell'aiuto, non si può insegnare a qualcuno che non è ricettivo all'insegna-mento: non possiamo forzarlo. In quel caso tutto ciò che possiamo fare è stimolare la ricettività, la richiesta. Non è come aprire il becco degli uccellini e riempirli a forza, non funziona così. Innanzi tutto bisogna che, nella relazione dell'aiuto, prima ci sia una richiesta. Se non c'è questa richiesta…
Beh, non è sempre così, perché a volte ci sono persone in uno stato di disperazione tale, che non sanno chiedere, e bisogna comprendere anche questa possibilità.
A volte bisogna provocare, andare incontro: apertura. Non esiste una regola sistematica, ma, in generale, non si può forzare la domanda. Se non c'è una richiesta, possiamo solo aspettare il momento, stare attenti a quello che è il momento importante: ricettività.
 
- In questo periodo la mia sensazione era quella di lasciare da parte, di trascurare certe persone. L'ho percepito così, l'ho sentito così…
 
- Cosa intendi per lasciare da parte, trascurare?
 
- Che non si condivide la pratica con tutti allo stesso modo: le persone che non mi chiedono mai nulla, che vengono saltuariamente, che non si immergono di più nella pratica, è difficile aiutarle. Allora mi sembra di trascurare queste persone. Ma se non si impegnano loro stesse in qualcosa…
 
- Ma tu puoi anche creare, puoi smuoverle. Se qualcuno, per esempio, viene al dojo e sempre si siede soltanto in zazen, senza parlare mai con nessuno, non fa mai domande nei mondo, è possibile rispettare questo suo modo di fare, lasciarlo così, ma se dura troppo si può anche scegliere di trovare un'occasione, di creare un contatto, invitarlo a bere un te... E' un problema delicato: si tratta di rispettare il fatto che le persone possano non averne voglia, ma al tempo stesso di non lasciare delle situazioni troppo bloccate. E' questione di sentire ciò che è giusto.
E' vero che talvolta, quando si insegna, si ha l'impressione di avere un tesoro che nessuno vuole: si vorrebbe condividere, mentre gli altri non ne hanno voglia; abbiamo voglia di trasmettere qualcosa, ma si ha l'impressione che non interessa a nessuno. E' una situazione triste, ma non fa nulla: bisogna solo restare attenti, avere una grande pazienza, non essere troppo attaccati, non volere trasmettere a tutti i costi.
 
- Non si tratta di trasmettere… Ma allora le persone vengono al dojo per che cosa?
 
- Per praticare zazen.
 
- Si certo.
 
- Ma per ciascuno zazen è diverso. Allora l'insegnamento di base è ricordare il senso fondamentale di zazen, sviluppare bodaishin, lo spirito del risveglio, ed evitare che le persone continuino zazen come una semplice ginnastica, come una tecnica di rilassamento. Questo è importante.
 
- Ma evitare come?
 
- Attraverso l'insegnamento appunto: mostrare la vera dimensione di zazen.
 
* * * * * * * * * *
 
- Non so se la mia è una domanda, ma io comunque oggi ho avuto una risposta, o almeno credo.
Sono sola affettivamente da tanti anni e le persone che mi capitano sono comunque impegnate, sposate. E l'unico motivo per cui io non sono entrata in una relazione è per evitare a me stessa una sofferenza. Non ho pensato ad una terza persona, e ho anche dimenticato che questo è uno dei precetti del bodhisattva - anche perché mi manca la pratica nel dojo, per cui è difficile per me confrontarmi -.
Mi chiedo come devo fare per entrare in relazione con una persona con cui ho delle affinità. Mi sono detta che forse resterò sola perché comunque ho più di 40 anni e diventa difficile, e non voglio entrare in una relazione per appagare momentaneamente il mio bisogno. Credo che altre persone come me abbiano lo stesso problema, anche perché la scelta del monaco è difficile.

 
- Sei monaca?
 
- No, ma lo vorrei..
 
- Vorresti essere monaca
 
- Sì, vorrei praticare per diventarlo. Ma allora, mi potresti aiutare, puoi darmi una risposta a questo proposito?
 
- Quale tipo di risposta ti aspetti da me? Perché, se ho ben capito, le persone, gli uomini… Si tratta di una domanda relativa agli uomini, se ho ben capito?
 
- Si tratta di essere un bodhisattva, un monaco, ed esserlo anche nella vita personale.
 
- Ma la domanda che tu poni si riferisce al formare una coppia con qualcuno. E' questo che vuoi dire? Voglio essere sicuro di avere ben capito.
 
- Sì.
 
- Dici: hai quarant'anni, sei sola, gli uomini che incontri sono già sposati, sono già impegnati - voglio essere sicuro di avere ben capito - e dunque non voglio soffrire, non voglio creare una relazione di questo tipo, non voglio avere una relazione passeggera solo per soddisfare un bisogno…
 
- Sì.
 
- … allora piuttosto preferisco niente, preferisco star da sola. E' questo che succede?
 
- Sì.
 
- Cosa mi chiedi? Hai fatto la diagnosi della tua situazione, e che cosa mi chiedi?
 
- Mi sembra una condizione molto frequente tra i monaci…
 
- Non si deve mischiare tutto: dici che è una situazione frequente fra monaci e monache, ma questo non ha niente a che vedere con il fatto di essere monaci o monache. Ci sono un mucchio di persone che sono in questa situazione e che non praticano zazen, e poi ci sono monaci e monache che sono sposati, hanno figli, sono felici, e per loro non è un problema. Non è la stessa cosa.
 
- Forse la difficoltà sta nella scelta della persona.
 
- Sì, ma allora dovresti chiederti piuttosto come mai tutti gli uomini con cui hai dell'affinità sono già impegnati: se è sempre così, allora è strano. Forse tutti gli uomini di qualità sono già stati acchiappati… difficili da trovare… a quarant'anni… 
 - Comunque è vero: è un problema.
 
- E' difficile che tra i 40 e i 50 anni gli uomini siano ancora completamente liberi o siano separati.
 
- E' vero. Ma è per questo che insisto e voglio sapere esattamente quello che mi chiedi: voglio sapere se vuoi che ti aiuti a risolvere questo problema o piuttosto ad abbandonare questo desiderio e diventare monaca, dimenticando gli uomini. 
 - Tu cerchi la felicità o la liberazione? E' proprio questo il punto! Se cerchi la felicità, se hai bisogno di soddisfare i tuoi desideri, allora devi lavorare su te stessa e chiederti, per esempio, perché si tratta sempre di uomini impegnati. Ma se invece cerchi davvero il risveglio, la liberazione, allora è meglio non ossessionarsi con questo problema, dimenticarlo e concentrarsi solo sulla pratica: se un giorno incontrerai un uomo tanto meglio, ma se non lo incontrerai fa lo stesso. Non essere ossessionata da questo problema. Spesso essere ossessionati da un problema ci impedisce di risolverlo: gli uomini non amano molto le donne che li rincorrono, ed in quel caso hanno piuttosto la tendenza a scappare, come i gatti…
 
- Ma finora io ho soltanto detto di no.
 
- Hai detto di no? Hai rifiutato delle relazioni con uomini sposati?
 
- Sì.
 
- Hai fatto bene. E' proprio quello che il Buddha diceva a Rahula: riflettere sulla sofferenza che puoi creare, sia a qualcun altro che a te stessa: "cosa succederà dopo? ". Invece le persone non riflettono: hanno un desiderio e cercano di soddisfarlo, senza riflettere. 
 E' vero: per una donna una relazione con un uomo sposato provoca sofferenza, indipendentemente dai precetti. I precetti esistono proprio perché si sa da sempre che ciò è motivo di sofferenza, per tutte e tre le persone coinvolte. 
 Allora, per il futuro, devi comprendere veramente che cosa è importante per te. Ok?

Domenica 19 dicembre 1999, kusen delle 16:45

Il Buddha conclude il suo insegnamento a Rahula dicendogli: "Da sempre coloro che hanno seguito la Via hanno purificato il loro corpo e il loro spirito praticando questa riflessione costante". Poi questo sutra sulla utilità dell'attenzione termina dicendo che Rahula, il figlio del Buddha, fu completamente felice di questo insegnamento.
 
Questa riflessione costante consiste nell'osservare l'interdipendenza delle cause e degli effetti nella propria vita, tenendone conto sia per la nostra azione presente che per la nostra azione futura, imparando a generare della saggezza nella nostra vita, a partire dall'esperienza passata e dalla riflessione.
 
Il Buddha non ha mai imposto l'insegnamento con autorità, non ha mai detto "ho avuto una rivelazione: dovete credere a questo, dovete credere a quest'altro"; ha praticato la meditazione, l'osservazione, ha insegnato a capire le cause della sofferenza e a porvi rimedio, e ha sempre invitato gli altri a fare la stessa cosa: meditare, imparare a conoscere se stessi, imparare ad armonizzarsi con la realtà profonda della propria esistenza e smettere di seguire le proprie illusioni, che sono causa di sofferenza.
Poco fa ho parlato di aiutare gli altri a capire i loro autentici bisogni, il bisogno di risvegliarsi; ma quando pratichiamo zazen anche questo bisogno viene abbandonato, poiché, finché c'è un'attesa, non c'è realizzazione, non c'è vera liberazione. Alle persone che erano attaccate alle loro illusioni il Buddha insegnava a cercare il Risveglio, ma a coloro che cercavano il Risveglio il Buddha insegnava mushotoku, a non aspettare il Risveglio, a non desiderare il nirvana: quando smettiamo di perseguirlo, di attenderlo, allora viene naturalmente, da solo, come i gatti…
Dunque, la riflessione costante permette di evitare il male e di contribuire alla felicità degli altri ed alla nostra, ma la pratica di zazen è al di là della riflessione, è senza oggetti, è al di là della felicità e dell'infelicità e al di là della contrapposizione tra le due: è autentica liberazione.
Rientrate bene il mento. Concentratevi solo sulla vostra postura per qualche minuto.

Traduzione: Maresa Myogen Di Noto 
Annotazione:  Bruno Brugnoli, Francesco Tairyu Mandracci, Anna Avagnina 
Raccolta e trascrizione:  Lucio Yushin Morra