Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
11/13 febbraio 2000
Sesshin di Roma
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

I 12 innen


Venerdì 11 febbraio 2000, kusen delle 7:00

Sin dall'inizio di zazen concentratevi bene sulla vostra postura. Inclinate il bacino in avanti, prendete fortemente appoggio con le ginocchia al suolo, lasciate che il peso del vostro corpo prema sullo zafu, rilassando bene il ventre.

Estendete la colonna vertebrale a partire dalla vita, estendete la nuca, spingete il cielo con la sommità del capo, rientrate il mento, rilassate le spalle e tutte le contrazioni della schiena, estendete tutto il vostro corpo tra il cielo e la terra. Non lasciate che i vostri pensieri sfuggano da zazen, ma tornate costantemente all'attenzione sul qui ed ora della vostra pratica. Il viso è rilassato, in particolare le mascelle, la lingua è posta contro il palato, lo sguardo è rivolto davanti a sé, verso il suolo, senza fissare un punto speciale. Lo sguardo diventa ampio, avvolgendo tutto lo spazio intorno a sé. Lo spirito in zazen diventa come questo sguardo, senza fissare un pensiero speciale, senza attaccarsi a nulla, diventa vasto e tutto può riflettersi in esso. Tutto quanto si riflette nello specchio di zazen, diventa zazen stesso.

Lo spirito in zazen non afferra né respinge nulla, così, non fermandoli, i pensieri che sorgono passano rapidamente e ritornano alla loro origine, a ku, la vacuità. Le mani non afferrano nulla: la mano sinistra è nella mano destra, i pollici sono orizzontali ed è bene concentrarsi sul loro contatto, che è senza tensione, delicato. In questo modo possiamo calmare l'agitazione mentale e pensare col corpo intero, realizzando l'unità del corpo e dello spirito.

Inspiriamo ed espiriamo profondamente, sforzandoci di andare sino al fondo di ogni espirazione. Concentrandoci in questo modo sull'espirazione possiamo attraversare tutti gli stati d'animo, incontrare i pensieri, le emozioni, le sensazioni senza dimorare su nulla, senza attaccarci a nulla, prendendo semplicemente coscienza di ciò che è presente nell'istante: espirare e lasciar passare.

Il Buddha realizzò il risveglio concentrandosi in questo modo, comprendendo chiaramente tutti gli aspetti della sofferenza umana; l'origine della nostra ignoranza, dell'avidità, delle nostre avversioni. Realizzò anche che illuminando quest'ignoranza, abbandonando il desiderio di afferrare e respingere, era possibile ritrovare una grande pace e libertà di spirito, mettendo fine alla sofferenza.

Pratichiamo zazen e in particolare partecipando a una sesshin, abbiamo l'occasione di fare la stessa esperienza di Shakyamuni, di ritrovare questa Via antica che lui stesso aveva trovato, attualizzandola in ogni comportamento della nostra vita quotidiana.

Non dormite, rientrate il mento, espirate ed inspirate profondamente, non lasciate che la vostra postura si rilassi. Tendete bene le reni, la nuca e rientrate il mento. Anche se la sesshin dura tre giorni, il tempo passa molto velocemente, quindi non sciupate nessun istante.

Venerdì 11 febbraio 2000, kusen delle 11:00

Quando la postura di zazen diventa stabile ed equilibrata l'espirazione si allunga e si approfondisce naturalmente. L'agitazione mentale si calma e lo spirito diventa chiaro. In questo modo la postura, la respirazione, gli stati d'animo sono completamente interdipendenti. Se, ad esempio, ci attacchiamo ad un pensiero, la respirazione si accorcia. Se ce ne accorgiamo e ci concentriamo sull'espirazione, allora possiamo lasciar passare questo pensiero e ritrovare uno spirito disponibile, tornando alla concentrazione sulla postura ed essendo completamente presenti.

Se abbiamo la tendenza a sonnecchiare, concentrandoci sull'inspirazione possiamo risvegliarci naturalmente. Se, al contrario, ci troviamo in uno stato di sanran, cioè siamo troppo agitati, possiamo concentrarci su lunghe espirazioni, spingendo tutta l'energia sotto l'ombelico: in questo modo l'agitazione si calma. Ogni stato d'animo è condizionato dalla respirazione, e reciprocamente. La respirazione è condizionata dalla postura e viceversa.

Praticando zazen il Buddha si era chiesto come mettere fine alla sofferenza e da cosa fosse condizionata la malattia, la vecchiaia, la morte. Aveva compreso che tutto ciò avveniva a causa della nascita. Tutti gli esseri viventi che hanno una nascita finiscono per ammalarsi, invecchiare e morire. Si chiese allora da cosa fosse condizionata la nascita e scoprì le dodici cause interdipendenti che fanno girare la ruota della vita, comprendendo quelli che sono detti i dodici innen, le dodici cause e condizioni della nostra trasmigrazione.

Come punto di partenza viene l'ignoranza, che significa anche non comprendere noi stessi. Ogni tipo di motivazione che appare influisce sulla coscienza, che a sua volta influisce sul corpo e sullo spirito, che produce ancora la nascita di un nuovo stato d'animo, che produce la nascita di un corpo e di uno spirito. Questo corpo e questo spirito è dotato di organi di senso con i quali si stabiliscono i contatti con gli oggetti, con il mondo, che determinano sensazioni, desideri, attaccamenti, che a loro volta provocano il processo del divenire, del voler continuare, che dà origine a nuove nascite, vecchiaie, morti.

Ciò che fa girare questa ruota non è qualcun altro, non è fatalità, non è nemmeno un ego, un io che esisterebbe prima. Il nostro ego è condizionato da queste dodici cause interdipendenti. Comprendere come funziona quest'interdipendenza è la possibilità di liberarsene, e, al fondo, l'essenza di tutto l'insegnamento del Buddha, ciò che chiamava la Via del Mezzo.

La Via del Mezzo, si pone tra una credenza che pensa esista un essere eterno e la credenza nichilista che pensa non ci sia relazione tra la persona che agisce, l'autore degli atti, e colui o coloro che ne ricevono gli effetti. L'autore della mia vita non è né io né un altro, ma l'interdipendenza stessa. Imparare a conoscere se stessi nella pratica di zazen, a comprendere la propria vita, il proprio karma e come liberarsene, significa studiare profondamente quest'interdipendenza e in ultima analisi realizzare la vacuità, poiché interdipendenza significa vacuità, in quanto nulla esiste separatamente, in modo assoluto e autonomo. Tutto ciò che avviene nella nostra vita è legato a cause, condizioni, al nostro modo di agire, al nostro karma presente, alla nostra pratica presente che, a loro volta, diventano cause e condizioni della nostra vita futura, senza contare l'influenza di tutto ciò sull'ambiente, sugli altri, sul mondo. Essere coscienti di quest'interdipendenza significa diventare esseri più responsabili, meno centrati sul proprio piccolo ego. La nostra autentica natura è l'esistenza con gli altri.

Comprendere dalle profondità del proprio essere, corpo e spirito, aiuta a superare i nostri condizionamenti, le abitudini egoiste, a creare una vita più generosa, più in armonia con la nostra realtà profonda.

Durante questa sesshin vi propongo di meditare sui dodici innen, sulle dodici cause interdipendenti, per vedere come funzionano nella nostra vita, ad ogni istante.

Venerdì 11 febbraio 2000, kusen delle 16:30

Nel prendere la postura di zazen mettiamo i pugni sulle ginocchia con i pollici all'interno e i palmi rivolti verso il soffitto, poi facciamo gasshô mettendo le mani all'altezza del viso, gli avambracci orizzontali e ci incliniamo profondamente in avanti, poi mettiamo la mano sinistra nella mano destra, pollici orizzontali, il taglio delle mani in contatto col basso ventre, nella zona in cui si concentra l'energia dell'espirazione. Alla fine dell'espirazione si crea una leggera espansione sotto l'ombelico nel punto di contatto con le mani.

Sebbene la ruota della Via sia senza inizio, proprio come le condizioni che la fanno girare, nel suo insegnamento il Buddha cominciava generalmente la serie delle cause interdipendenti con l'ignoranza. Non bisogna pensare all'ignoranza come causa originale, poiché l'ignoranza stessa è condizionata da altre cause. In ogni caso, l'ignoranza consiste nel non conoscere se stessi, come un cavaliere che trascinato dal suo cavallo è incapace di dirigerlo.

Non conoscere se stessi significa sia ignorare le nostre caratteristiche, il nostro carattere, le nostre motivazioni, ciò che fa di noi un essere diverso dagli altri, ma soprattutto non comprendere l'essenza della nostra esistenza, la nostra natura profonda.

Per il Buddha l'ignoranza consisteva nel non comprendere le quattro nobili verità, nel non comprendere il risveglio alla realtà, nel rifiutare di vedere la sofferenza universale, legata all'impermanenza, al fatto che non si può evitare di invecchiare, di perdere coloro che amiamo, di incontrare ciò che non amiamo, di non poter ottenere sempre ciò che desideriamo e in ultimo di non poter evitare la morte.

Anche nei momenti più felici della vita permane sempre una parte di inquietudine, la paura di perdere ciò che condiziona questa felicità. Ignoranza significa anche non comprendere le cause di questa sofferenza, cioè il fatto di non vivere in armonia con la realtà profonda, cercando di attaccarci ad ogni sorta di oggetti. Ignoranza significa ancora ignorare che questa sofferenza universale non è una fatalità, ed esiste una via per uscirne. Praticare zazen significa illuminare quest'ignoranza, osservare la propria vita da un punto di vista più elevato. In zazen possiamo fare l'esperienza che nulla in noi è permanente: le nostre sensazioni fisiche cambiano continuamente, le percezioni dipendono dagli organi di senso. Il nostro spirito cambia senza sosta.

In zazen, riconoscendo quest'impermanenza, impariamo a realizzare lo spirito che non dimora su nulla, nemmeno sulla credenza di aver ottenuto qualcosa. Impariamo essenzialmente ad abbandonare la presa, a smettere di identificarci con alcunché, a lasciar passare i pensieri.

La Via del Buddha è comprendere, illuminare l'ignoranza, le nostre illusioni, non è semplicemente una comprensione mentale. Significa capire con il corpo e lo spirito in unità, armonizzarci istantaneamente con ciò che abbiamo capito. Comprendere è praticare, senza lasciare che si creino separazioni. Se comprendiamo che le nostre costruzioni mentali, i pensieri che sorgono durante zazen non hanno al fondo alcuna sostanza fissa, allora non abbiamo più bisogno di esserne ossessionati. Se comprendiamo che colui che pensa, lo spirito che pensa, non ha anch'esso sostanza fissa, allora la radice delle nostre illusioni può essere naturalmente abbandonata.

Venerdì 11 febbraio 2000, mondo

- Vorrei sapere che cosa significa avanzare nella pratica della Via, se lo spirito deve essere senza scopo, senza desiderio di profitto.

- Avanzare significa diventare sempre più senza scopo e senza spirito di profitto. Non è possibile esserlo sempre, avanzare significa che lo spirito mushotoku è presente il più spesso possibile, mentre lo spirito di profitto è abbandonato sempre più.

- Esistono delle tappe?

- Ci sono e non ci sono. Normalmente non esistono tappe, nel senso che la pratica stessa è realizzazione. Quando pratichiamo senza spirito di profitto, nell'istante stesso quello è il risveglio, un istante di abbandono della presa è un istante di risveglio, un istante di armonia profonda con la nostra realtà più intima. Esistono però delle tappe nel senso che questi istanti sono spesso molto brevi e soprattutto si producono più facilmente durante zazen, nel momento in cui non siamo impegnati in una azione con uno scopo. Spesso nella vita quotidiana perseguiamo un obiettivo, uno scopo spesso egoista, e qui lo spirito mushotoku non riesce a manifestarsi, allora è in questo senso che esistono delle tappe. Realizzare e armonizzare l'unione tra la vita quotidiana e la realtà che possiamo avvicinare in zazen, richiede del tempo ed è un compito che non finisce mai. Possiamo dire che avanziamo di tappa in tappa e in questo senso si può affermare di essere più o meno avanti nella pratica della Via. Immaginiamo una persona che faccia zazen e che attraverso la pratica intraveda come dal buco della serratura la realtà, ma che subito torni nella vita quotidiana; in questo caso dimenticherebbe tutto e sarebbe ripresa dai propri condizionamenti, dalle passioni, dagli attaccamenti, dalle ambizioni, dall'avidità, dagli odi, dallo spirito aggressivo. Non possiamo affermare che questa persona sarebbe molto avanti nella Via. Se invece lo spirito mushotoku si manifesta, esso si manifesta sempre di più anche nelle nostre attività, ci fa abbandonare progetti, azioni o parole, quando ci accorgiamo che le motivazioni profonde sono egoistiche. Non le abbandoniamo a causa di ragioni morali o di proibizioni che ci siamo imposti, ma semplicemente perché non ci sentiamo più di agire in quel modo, quindi non aderiamo più a questo tipo di motivazioni e di condizionamenti. Questo è ciò che si dice avanzare nella Via. Non si tratta di avanzare considerando un punto di partenza e un punto di arrivo con delle tappe intermedie, ma piuttosto che ad ogni istante il nostro modo di essere è il nostro modo di praticare la Via, senza un punto di arrivo definitivo. Possiamo aver capito profondamente, ma essere ripresi da un'illusione, da un cattivo karma. La cosa peggiore sarebbe credere di essere arrivati da qualche parte. Dobbiamo essere molto vigilanti, attenti e coscienti circa il modo in cui si manifestano i nostri condizionamenti, perché questo significa avanzare, cioè diventare più umili, senza credere di essere arrivati.

- Cosa vuol dire ristagnare?

- Significa rimanere sempre nella stessa condizione, come chi avesse delle ossessioni sessuali e restasse sempre al loro interno, sempre con gli stessi comportamenti, seduzione, abbandono del partner, ad esempio. Ristagnare significa restare fermi in una forma di illusione, come chi, avido di potere, cerchi solo la promozione del proprio ego, e sia sempre motivato dalla stesso desiderio in qualunque modo agisca. Questo significa ristagnare. Dal momento in cui prendiamo coscienza di questo tipo di ripetizione, istantaneamente si crea un'apertura, poiché illuminare le proprie illusioni è il modo migliore per uscire dal ristagno. Non rendersi conto di ristagnare è come essere uno scoiattolo che gira in tondo, anche se è molto attivo e sembra che non ristagni su nulla, in realtà ristagna completamente. Perché mi poni questa domanda? E' in rapporto a te stessa, alla tua pratica?

- In certi giorni mi pare di avanzare, in altri di ristagnare. Comprendo a livello di logica lo spirito mushotoku, il modo in cui si parla di ristagnare o di avanzare…

- Quando avanziamo, anche desiderare di avanzare non è contrario allo spirito mushotoku, perché anche quando la persona si libera dai propri attaccamenti, dalle proprie illusioni, aiuta gli altri a creare una buona interdipendenza. Sarebbe invece contrario a mushotoku praticare con uno spirito avido, come chi cercasse di scalare l'albero della cuccagna per acchiappare qualcosa, un salame che è in alto. Voler ottenere il satori per se stessi, o semplicemente accumulare dei meriti per ottenere una buona reincarnazione, anche se in un certo senso fa avanzare, in realtà fa avanzare come un asino che insegue la carota. Non contribuisce ad avanzare nel senso di una liberazione autentica, abbiamo semplicemente cambiato l'oggetto dell'avidità, ma non la radice dello spirito avido. Dobbiamo desiderare di liberarci realmente dalle nostre illusioni non per noi stessi, ma con uno spirito di condivisione del risveglio con gli altri, così come ha fatto il Buddha. Questa diventa allora la pratica generosa, mushotoku rappresenta la pratica generosa, non limitata a sé, ma che include gli altri. Avevo posto la stessa domanda al Maestro Deshimaru, sostenendo che mi sembrava ci fosse una contraddizione tra bodaïshin, lo spirito del risveglio, e mushotoku. Il Maestro Deshimaru mi rispose, senza esitare: “Bisogna praticare per gli altri!” Era un modo semplice e diretto ed è vero che quando pratichiamo non pensiamo “sto praticando per gli altri”, ma il fatto di praticare insieme aiuta anche gli altri, quando una persona avanza veramente, quando abbandona qualcosa del suo egoismo. Non dobbiamo credere che mushotoku significhi essere assolutamente senza oggetto, senza desideri. Se il Buddha non avesse avuto il desiderio di aiutare tutti gli esseri a risvegliarsi, non sarebbe progredito durante i 45 anni del suo insegnamento. Non si sarebbe stancato ogni giorno a ripetere lo stesso insegnamento a coloro che lo interrogavano. Non aveva uno scopo personale, non cercava di diventare celebre o di aumentare il proprio potere sugli altri, ma aveva come oggetto il desiderio di aiutare gli esseri a liberarsi. Non si trattava di uno scopo personale, in realtà era una cosa del tutto naturale, non poteva fare altrimenti. Si sentiva naturalmente solidale con gli altri, in uno spirito di simpatia con gli altri. Il Maestro Deshimaru diceva la stessa cosa affermando: “Le persone ordinarie hanno piccoli desideri, il vero monaco è colui che ha un solo desiderio, ma grande. Il desiderio di aiutare tutti gli esseri.”

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- Questa mattina hai parlato della trasmigrazione, ma chi o che cosa trasmigra? E' un ego, l'anima, lo spirito?

- E' proprio questo il punto importante delle 12 cause interdipendenti. Trasmigrano solo queste cause interdipendenti. Non trasmigra una sostanza fissa, che sarebbe al di fuori. E' il processo di interdipendenza che continua, ciò che consideriamo il nostro ego è in realtà condizionato da questo processo. Il nostro corpo, l'attività mentale, la coscienza, i desideri, la volontà, rappresentano le maglie della catena delle cause interdipendenti. Ciò che trasmigra non è qualche cosa, ma questo processo che continua, e noi siamo al contempo gli autori e il risultato di questo processo, che è senza fine, sempre cangiante. Il modo migliore per rappresentare ciò consiste nel visualizzare un'onda, una grossa onda che appare all'orizzonte e avanza verso la riva. Sembra che si muova, e se qualcuno fa del surf può essere portato dall'onda e avere l'impressione che si tratti di qualche cosa. In realtà l'onda non è mai la stessa, e le particelle d'acqua che la compongono non sono mai eguali, ma esiste una forza che condiziona il movimento dell'acqua, il fatto che le gocce si sollevino e l'onda arrivi sino alla riva. Questa forza è legata al vento, alla corrente, ed è condizionata da qualcosa d'altro. Ciò che trasmigra infine è l'interdipendenza. Non trasmigra una sola cosa, ma il processo di interdipendenza stesso, e tutto il cosmo, l'universo intero funziona in questo modo, non solo le nostre esistenze individuali. Realizzare ciò significa realizzare la vacuità, il vero senso della vacuità, che non è il puro nulla nichilista, ma è capire che nulla esiste solo per se stessi, che non c'è un essere che trasmigra, ma un processo di trasformazione di cause ed effetti che si concatenano. Questo è il tema della sesshin, che continuerò e svilupperò. D'accordo?

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- Credo che l'abitudine alla preghiera cristiana mi porti a vivere il mantra come qualcosa che diventa una richiesta a qualcuno, o come qualcosa che mi afferra per non rimanere in qualcosa d'altro. In questo caso c'è la mia volontà. Quando il Maestro Deshimaru recitava il Namu Amida Butsu qual era il suo spirito?

- Era lo spirito di sua madre, non il suo spirito, era sua madre che apparteneva alla scuola. Gli aveva insegnato questo mantra quando era piccolo, Namu Amida Butsu, come un metodo che consente di pacificare lo spirito. Come tutti i mantra obnubila lo spirito e, come dicevi, quando si recita un mantra non si pensa ad altro. E' un modo di catturare il funzionamento del cervello sinistro, ma non provoca nessun risveglio, non ha nulla a che vedere con lo zen, che non è praticare i mantra. Solo se vi capita di avere dei problemi, di essere angosciati, potete recitare l'Hannya Shingyo, vi darà coraggio, ma è una piccola dimensione della pratica, la pratica dello zen non è la pratica dei mantra. Questo non significa che i mantra non esistano nello zen, è vero che l'Hannya Shingyo può diventare un mantra, ma non è il senso ultimo della pratica; può essere un rimedio in determinate situazioni. Il mantra, al limite, può essere il contrario del risveglio, può significare diventare dipendenti da una formula che si ripete e spesso con uno spirito che vuole ottenere qualche cosa. Le persone che praticano i mantra sono persone convinte di avere il potere di ottenere qualche cosa recitandolo, come del resto le preghiere quando chiediamo a Dio di darci questo o quello, come la continuazione dello spirito avido, dello spirito dell'ego. Non ho mai visto né sentito il Maestro Deshimaru cantare questo mantra, magari li ha menzionati nella sua biografia come ricordo dell'infanzia. Quando non possiamo fare zazen, quando camminiamo per la città, recitare l'Hannya Shingyo può calmare lo spirito. Spesso nei villaggi in Giappone si invitano i monaci per recitare l'Hannya Shingyo nei luoghi che si credono infestati dai fantasmi, dato che i monaci zen non ci credono. A quel punto si crede che il potere dell'Hannya Shingyo sia quello di scacciare i fantasmi, invece il suo potere è proprio comprendere la vacuità delle nostre illusioni, i fantasmi sono nelle nostre costruzioni mentali. Perché fai questa domanda? Hai la tendenza a praticare i mantra?

- Ogni tanto viene da sé…e mi piace, però me ne accorgo, fra me e me. A volte lo canto proprio, mi fa compagnia. Ho letto un libro che parla dell'accompagnare i moribondi, un canto può aiutare, come accadeva agli indiani d'America che avevano un canto personale che li accompagnava. Personalmente ho fatto un'esperienza durante un intervento chirurgico da sveglia: è arrivato un piccolo canto nella mente, senza volerlo, un canto religioso. Mi è rimasta impressa questa forza, mi sono chiesta se il Namu Amida Butsu fosse una forza che potevo coltivare dentro di me.

- Certamente.

- E' possibile?

- Sì, ma non è lo zen, non è il senso dell'insegnamento del Buddha. Effettivamente, può avere meriti ed effetti positivi, se può aiutarti bene, ma è qualcosa di molto relativo, è come una boa di salvataggio alla quale possiamo attaccarci, ma il vero insegnamento del Buddha non consiste nell'aggrapparsi a formule, anzi esattamente il contrario. E' curioso come l'insegnamento del Buddha abbia potuto essere mal compreso, lui stesso ha sempre detto che l'attaccamento ai rituali, alle preghiere è un ostacolo per il risveglio, e mille anni dopo ci sono molti buddisti che si attaccano a preghiere e mantra. Ciò è legato anche al fatto che molte persone non hanno più fiducia nell'insegnamento del Buddha, nella sua possibilità di risvegliarci. E' quello che è successo alla fine del Medio Evo in Giappone, quando tutti pensavano di essere arrivati all'epoca in cui anche se l'insegnamento del Buddha esisteva da sempre, nessuno poteva realizzarlo, risvegliarsi. Dogen era assolutamente contrario a questa credenza, ma molti pensavano che l'unica possibilità fosse quella di recitare Namu Amida Butsu, sperando di poter rinascere in questo paradiso, ma la Terra Pura non è il risveglio, è solo un luogo nel quale si crede che le condizioni siano più favorevoli, e nel quale, grazie all'aiuto del Buddha Amida, si può praticare il risveglio. Nello zen consideriamo che la Terra Pura sia qui ed ora, in questo luogo. Nel momento in cui pratichiamo shikantaza, non c'è bisogno di chiedere al Buddha Amida di rinascere in un paradiso. Detto questo, posso capire che ci siano delle persone che si ritengono aiutate dal mantra, nello stesso modo che se si è malati si va dal medico dal quale possiamo essere aiutati. Un mantra può essere una medicina, ma non è la Via del risveglio.

Venerdì 11 febbraio 2000, kusen delle 20:30

Durante zazen abbandoniamo ogni tensione, non facciamo nulla, nemmeno zazen. Ci accontentiamo di essere semplicemente e completamente seduti, in unità con la pratica di quest'istante. A questo punto le nostre costruzioni mentali sono abbandonate. Queste costruzioni mentali rappresentano la seconda parte della catena delle cause interdipendenti. A partire dall'ignoranza, che ci fa aderire all'idea di un io, di un ego, appare ogni sorta di costruzione mentale, che condiziona le intenzioni e le azioni. Queste intenzioni, queste azioni, possono concernere il corpo, lo spirito, il linguaggio e sono esse stesse la causa del karma. Durante zazen, abbandonando ogni intenzione, penetriamo il mondo senza karma, il mondo della liberazione. Così, la concatenazione dei nostri condizionamenti può essere interrotta e tutto può tornare calmo. In quest'istante non facciamo nulla. Esiste solo la pratica di zazen condivisa insieme.

Sabato 12 febbraio 2000, kusen delle 7:00

Durante zazen ritorniamo costantemente alla concentrazione sulla postura del corpo, rientriamo bene il mento, tendiamo le reni, la colonna vertebrale, la nuca, spingiamo il cielo con la sommità del capo, rilassiamo le spalle e il ventre. Inspiriamo ed espiriamo profondamente, non lasciamo che lo spirito sfugga da questa pratica, ma lo riportiamo sempre al centro della nostra esperienza qui ed ora, l'esperienza di essere seduti con calma in questo dojo. Le nostre costruzioni mentali si calmano. Esse rappresentano il secondo anello della catena delle interdipendenze, sono le nostre intenzioni e motivazioni, buone o cattive, che ci spingono ad agire, le nostre inclinazioni, le nostre abitudini, sono l'origine del karma dell'azione. Nella vita quotidiana passiamo il nostro tempo a perseguire ogni sorta di oggetto, a cercare di evitarne altri. In zazen, nel dojo, non perseguiamo nulla, così, anche se le fabbricazioni mentali appaiono, non le seguiamo. In questo modo tutto ciò che provoca la nostra agitazione si calma e lo spirito può ritornare chiaro. Le costruzioni mentali condizionano la coscienza che è il terzo anello della catena. Se ad esempio crediamo nella trasmigrazione, siamo convinti che le ultime costruzioni mentali prima di morire condizioneranno la coscienza che rinascerà in una prossima vita. Alcuni buddisti, che desiderano ardentemente rinascere nella Terra Pura, pensano che se il loro ultimo pensiero, il loro ultimo stato di coscienza sarà rivolto verso il Buddha Amida, avranno buone possibilità di rinascere nella Terra Pura. Per la pratica dello zen, che ci riguarda, si tratta di come rinasciamo ad ogni istante, di come le nostre costruzioni mentali condizionano la nostra coscienza in questa vita, come rinasciamo di istante in istante, come la nostra coscienza presente, attuale, influenza la nostra visione del mondo. La coscienza che in sanscrito è vinnana, non è separata dagli organi dei sensi e nemmeno dalle costruzioni mentali, non c'è coscienza in sé: la coscienza appare sempre in rapporto ad una sensazione. La sensazione sorge, ne prendiamo coscienza, ed allora la coscienza diviene coscienza della sensazione. Una percezione, percepiamo un rumore e la coscienza diventa coscienza di questa percezione. Un pensiero, un desiderio appare, ne prendiamo coscienza e la coscienza diventa coscienza di questo desiderio, di questo pensiero. Se proviamo un piacere e ne diveniamo coscienti, allora diviene la coscienza del piacere. Per far comprendere questo concetto il Buddha usava l'esempio del fuoco. Il fuoco dipende dal combustibile. Se accendiamo il fuoco con la paglia è un fuoco di paglia, se lo accendiamo con il legno è un fuoco di legna, con il carbone è un fuoco di carbone. Ma non esiste il fuoco in sé, è sempre il fuoco di qualche cosa. Allo stesso modo la coscienza è sempre la coscienza di qualche cosa. Così la coscienza non costituisce un ego, un sé, ma è una maglia nella catena dell'interdipendenza, dunque non c'è ragione di attaccarsi in modo particolare alla coscienza. Poiché percepiamo il mondo, le nostre relazioni con gli altri attraverso la coscienza, che a sua volta è condizionata dalle nostre costruzioni mentali, spesso proiettiamo queste costruzioni intorno a noi ed abbiamo difficoltà a vedere gli esseri così come sono. Nascono per questa ragione molti malintesi, molte cause di conflitto, di incomprensione, perché ognuno vive nel proprio mondo limitato. Proprio come i commercianti, che hanno la tendenza a vedere clienti ovunque, o come i gendarmi che vedono i delinquenti in ogni luogo, allo stesso modo ciascuno vede il mondo attraverso il filtro delle proprie costruzioni mentali, come guardando con occhiali colorati. Praticare zazen significa imparare a vedere tutto ciò, vedere come coloriamo la nostra visione, ritrovando una coscienza più limpida. E' questa purificazione della coscienza da tutte le nostre costruzioni mentali che crea l'autentica Terra Pura, consentendoci di incontrare gli esseri e il mondo così come sono, al di là dei nostri desideri e delle nostre paure. Durante zazen, per quanto è possibile, non ristagnate nei vostri pensieri: ne prendiamo coscienza un istante, espiriamo e lasciamo passare. Non ci identifichiamo con nessuna costruzione mentale. Questa coscienza, che si chiama vinnana, nel senso che discrimina, può mettersi a funzionare come shanana, la coscienza al di là della discriminazione. E' hishiryo, al di là del pensiero e del non-pensiero. Anche questa coscienza non è indipendente, dipende dalla qualità della pratica di zazen ed è il frutto di zazen.

Sabato 12 febbraio 2000, kusen delle 11:00

Prima di sederci in zazen facciamo gasshô allo zafu, poi ci voltiamo e salutiamo i partecipanti. Fate attenzione, sedendovi, a mettervi bene al centro dello zafu, sulla parte anteriore, in modo da poter inclinare il bacino in avanti e avere le ginocchia a contatto con il suolo. Raddrizzate la schiena, mettete i pollici all'interno dei pugni, i pugni sulle ginocchia con i palmi rivolti verso il soffitto. Oscillate energicamente sette-otto volte da destra a sinistra e da sinistra a destra, con movimenti ampi all'inizio e ridotti alla fine, in modo da sciogliere le articolazioni della schiena e del bacino, trovando così il centro di gravità della vostra postura. Poi uniamo le mani in gasshô all'altezza del viso, gli avambracci orizzontali e ci incliniamo in avanti, riportando la mano sinistra nella destra, pollici orizzontali, il taglio delle mani a contatto con il basso ventre. Facciamo due o tre grandi inspirazioni, inspiriamo ed espiriamo profondamente, poi lasciamo che il ritmo si faccia naturalmente. Invece di seguire i nostri pensieri seguiamo la respirazione. Riportiamo costantemente la nostra attenzione alla verticalità della colonna vertebrale, ricercando l'equilibrio, senza essere né troppo tesi né troppo rilassati, cercando in modo particolare di rilassare bene le spalle e rientrare il mento.

Il senso della pratica dello zen consiste nel conoscere se stessi. Quando cerchiamo di conoscerci comprendiamo che ciò che definiamo noi stessi non è qualcosa che possiamo afferrare, qualcosa di fisso, e che la nostra esistenza è un continuo processo di trasformazione a partire da cause interdipendenti. Conoscere noi stessi significa anche conoscere l'interdipendenza nella quale ci troviamo, che ci consente di non esserne più il giocattolo, ma al contrario di liberarci dai nostri condizionamenti. Le nostre motivazioni, le costruzioni mentali, influenzano la nostra coscienza, la nostra visione di noi e degli altri. La nostra coscienza condiziona corpo e spirito che determinano la nostra individualità, la quarta maglia della catena delle cause interdipendenti, rendendoci gli individui che siamo, con il nostro corpo, così com'è, le nostre sensazioni, il nostro modo di percepire, le nostre passioni, i nostri desideri e la nostra coscienza. Tutti questi elementi che ci costituiscono provengono dalla nostra coscienza anteriore, ne ricevono l'influenza. Questo corpo e questo spirito che siamo può diventare in zazen completamente intimo con noi stessi, abitare autenticamente il proprio corpo e osservare intimamente i movimenti del nostro spirito, osservare l'interdipendenza dei due, come la concentrazione sulla postura del corpo liberi lo spirito e come il fatto di lasciar passare i propri pensieri consenta di rilassare il corpo. Il legame tra i due è realizzato per mezzo della respirazione. Con questo corpo e questo spirito siamo al tempo stesso un individuo completamente unico, differente da tutti gli altri, e impariamo a riconoscere la nostra singolarità legata al nostro karma, alla nostra storia che è diversa da quella degli altri. Nel contempo gli elementi che formano il nostro corpo provengono dall'universo e non ci appartengono. Se realizziamo ciò possiamo essere un po' meno attaccati al nostro corpo e comprendere ciò che si chiama il corpo del Buddha, il corpo senza separazione tra la natura, l'universo e il nostro corpo. Questo corpo e quello che chiamiamo il nostro spirito, i nostri processi mentali, sono completamente interdipendenti con gli altri, con l'aria che respiriamo, il nostro cibo, le nostre relazioni. Tutti sperimentiamo questa interdipendenza e siamo solidali in ciò, al tempo stesso soli e completamente insieme, inseparabili.

Sabato 12 febbraio 2000, kusen delle 16:30

Concentratevi completamente sulla vostra postura, estendendo bene la colonna vertebrale, rilassando la tensione delle spalle e concentrandovi sull'espirazione. Durante zazen corpo e spirito diventano unità con la pratica. Corpo e spirito costituiscono la quarta catena delle dodici cause interdipendenti. Corpo e spirito diventano il luogo della pratica della Via. Questo stesso corpo e questo stesso spirito con i quali perseguiamo ogni sorta di oggetto, erriamo e trasmigriamo, nel momento in cui entriamo nel dojo cambiano, pur senza modificare la loro forma, diventando strumento della pratica della Via, cominciando a funzionare in modo differente, senza essere occupati ad inseguire ogni sorta di oggetto, né ad evitare alcunché. Nel dojo abbandoniamo ogni combattimento, ogni agitazione. In sanscrito corpo e spirito si dicono namarupa: rupa è la forma, ad esempio la forma del corpo, tutto ciò che ha una forma, un peso. Nama è ciò che può essere nominato, la funzione del nominare, dunque l'attività mentale che discrimina tra le differenti cose, che distingue le differenti sensazioni, percezioni, i differenti pensieri. Quest'attività di discriminazione è molto utile nella vita, ma se il nostro spirito funziona solo in questo modo, è come se utilizzassimo solo la metà del nostro cervello, il cervello sinistro, il cervello della dualità e della discriminazione. Rimaniamo ai margini di ciò che può farci percepire la nostra unità con tutti gli esseri, con l'intuizione della non-separazione rispetto alla natura, agli altri, al Buddha, a Dio. In zazen l'attività mentale che discrimina si calma e si sviluppa l'intuizione, che ci permette di cogliere l'altro versante della nostra esistenza, quello della non-dualità, della non-separazione. Lasciare spazio a questa visione ci consente di equilibrare la nostra vita, la dimensione dell'ego e la dimensione al di là. E' ciò di cui si occupano tutte le religioni e ne possiamo fare l'esperienza attraverso zazen, un'esperienza diretta, intima. Possiamo sperimentare ciò che non può essere nominato, che si perde nell'istante in cui vogliamo rinchiuderlo in nozioni. E' quanto succede quando l'attività mentale nama è completamente assorbita da rupa, la forma della postura di zazen, il corpo seduto nella postura del Buddha. Così, questo corpo e questo spirito che sono spesso solo un anello della catena dell'interdipendenza, possono diventare l'anello della Via, ciò che ci libera dai nostri condizionamenti.

Sabato 12 febbraio 2000, mondo

- Il praticante zen, il bodhisattva, il monaco, viene indirizzato verso un'attività nel sociale, verso un'umanità che soffre?

- Ciò che è raccomandato è quanto cantiamo durante la cerimonia del mattino e della sera, il primo voto del bodhisattva: “Per quanto numerosi siano gli esseri viventi che soffrono, faccio il voto di salvarli tutti”. Non si tratta semplicemente dell'aiuto in senso ordinario, l'aiuto nel sociale, ad esempio. Si tratta piuttosto dell'aiuto per liberarsi profondamente dalle cause della sofferenza e risvegliarci. E' un aiuto di tipo spirituale, l'aiuto più alto per un bodhisattva. Nella nostra comunità possiamo notare che quanti praticano zazen desiderano sempre di più avere una relazione d'aiuto con gli altri anche nel sociale, ma non esiste, come nella religione cattolica, il concetto del fare buone azioni, praticare la carità. Non si tratta di un imperativo, qualcosa su cui si insiste, ma diventa un atteggiamento assolutamente naturale. Più pratichiamo e meno desideriamo produrre beni materiali per arricchirci, perché i nostri atteggiamenti egoistici ci sembrano senza significato, non ci sembrano più giusti. Ci sembra invece opportuno dedicare il nostro tempo e la nostra energia ad aiutare gli altri, ma non si tratta di senso del dovere o perché esiste una pressione in questo senso. Non c'è nessuno che dice: dobbiamo fare questo o quello. Ciascuno crea da se stesso, in modo da esprimere la propria pratica. Spesso vediamo persone che cambiano professione, che si impegnano in un'attività nel sociale, diventano psicoterapeuti. In trent'anni ho visto molte persone evolvere in questo senso, ma nessuno ha detto loro di agire in questa direzione, tutto è nato dal loro intimo, spontaneamente. Non è tanto l'attività sociale in sé ad essere importante, perché per svolgerla non è necessario essere bodhisattva ed esistono moltissime persone che s'impegnano in azioni umanitarie molto generose, che aiutano a salvare persone, come medici senza frontiere e tutte le organizzazioni umanitarie, che sono importanti, ma non sono specifiche. La cosa principale per il discepolo dello zen è essere all'interno di un processo di trasformazione interiore, di risolvere le sofferenze alla radice. Esistono tante ineguaglianze sociali, tante guerre, persone che diventano sempre più ricche e persone sempre più povere…tutto ciò a causa di un'attività materialista, nella quale l'egotismo domina e gli interessi sono costantemente in opposizione. Praticando lo zen cerchiamo di risolvere in noi e al tempo stesso di aiutare gli altri a risolvere l'origine, la radice della sofferenza. Ma poiché non possiamo aspettare che il mondo diventi una sorta di nirvana, esistono certamente delle urgenze, come alleviare la miseria, le malattie, in questo senso è importante impegnarsi socialmente, ma non bisogna dimenticare la dimensione autentica del bodhisattva, scegliendo le occasioni che si offrono, anche attraverso l'attività nel sociale, per aiutare gli esseri a risvegliarsi più profondamente, diventando veramente responsabili della loro vita e non solo vittime della società.

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- E' molto che vorrei porre questa domanda: la natura di zazen, lo spirito senza profitto, è naturale nell'uomo? Perché a volte è così difficile?

- Perché non seguiamo la nostra natura, o piuttosto perché all'interno di questa natura esistono due dimensioni, due aspetti che non sono equilibrati. Esiste l'aspetto per il quale siamo un individuo, differente e separato dagli altri, che ha un ego, una rappresentazione di se stesso e che cerca costantemente di identificarsi con questa rappresentazione: questo provoca l'egoismo e il conflitto. L'altra dimensione è quella della non-dualità, della non-separazione. Spesso non riconosciamo questa seconda dimensione, come se fosse nascosta. Fin dall'infanzia siamo educati a rafforzare l'ego e nemmeno il nostro cervello è abituato a funzionare in modo da percepire l'unità, la non-separazione. L'attività generosa, non egoista è spesso innaturale, come se fosse un po' forzata, come una costrizione: le religioni agiscono così, predicano l'amore, la necessità di aiutare il prossimo, di non essere egoisti. Ciò è curioso, perché diventa come un comandamento, un ordine che ci imponiamo, un contratto morale. Ciò che invece sembra naturale è l'egoismo, credo dipenda dal fatto che ci manca la visione di una realtà più profonda di quella del nostro ego, da cui siamo condizionati. Non è la nostra natura autentica, ma la nostra natura condizionata, poiché siamo attaccati a questo namarupa, di cui parlavo prima. Questo ego, che è una costruzione mentale, qualche cosa di relativo, nasce dalla nostra educazione e serve al nostro equilibrio mentale, perché abbiamo bisogno di essere un individuo per poter funzionare socialmente. Quest'aspetto è stato talmente accentuato dalla nostra educazione che abbiamo completamente trascurato l'altro aspetto della nostra vita. Zazen è là proprio per farci riprendere il contatto con quest'aspetto di non-separazione, nel quale dare ad un altro non è una forzatura, ma diventa naturale. Dare a qualcuno è come dare a noi stessi, perché non creiamo separazioni, ma questo implica una trasformazione del nostro stato d'animo. La pratica dello zen mira proprio a questa trasformazione, piuttosto che ad utilizzare i comandamenti. Non è né facile né rapido a causa del peso dei nostri condizionamenti.

- Allora non è zazen che è difficile, è l'ego che è grande!

- Sì.

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- A proposito della domanda precedente il Maestro Deshimaru parlava sempre di tornare alla condizione normale, non nel senso di ottenere una condizione speciale, ma di ritornare alla nostra autentica condizione originaria, come se l'avessimo dimenticata o trascurata.

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- Quanto è importante il cerimoniale, e quanto può essere allo stesso tempo pericoloso per la falsa interpretazione e per l'impressione che può esercitare sulle persone?

- Nello zen il cerimoniale è poco importante. Si potrebbe dire che non ha alcuna importanza, se ne potrebbe tranquillamente fare a meno. Ciò che conta è la pratica di zazen. Non abbiamo bisogno di fare cerimonie e zazen non sarebbe diminuito da ciò, ma in realtà facciamo delle cerimonie e questo può sembrare paradossale. Facciamo delle cerimonie, perché è una buona transizione tra il silenzio e l'immobilità di zazen e la vita quotidiana. E' una pratica, dobbiamo vederla come non necessaria, come un'espressione di zazen, libera. Se non volete fare la cerimonia, anche in questa sesshin, potete rimanere in seconda fila e non farla, osservando ciò che accade, ma si tratta solo di una forma di espressione e ce ne sono molte altre. I gesti della cerimonia sono: gasshô, che esprime completamente l'unità del corpo e dello spirito, di sé e degli altri e significa diventare l'altro, rispettare l'altro, rispettare la natura del Buddha in ciascuno di noi. E' un atteggiamento sia di umiltà che di unità e diventa una buona pratica. Sanpaï è la stessa cosa, significa spogliarsi completamente portando la fronte, il cervello frontale al suolo, e quindi è veramente un atteggiamento di abbandono della presa, l'espressione di zazen e un gesto religioso molto antico, penso che il primo gesto religioso degli uomini sia stato quello di prosternarsi verso qualche cosa e di rendersi conto che il nostro ego non è il centro del mondo. Abbandonare l'ego è una buona pratica. Oltretutto, poiché in zazen la colonna vertebrale è sempre estesa, durante sanpaï possiamo rilassarne le tensioni. Bisogna rialzarci senza usare le mani, quindi essere ben centrati sull'hara. Anche quando cantiamo i sutra non cantiamo solo con le labbra, ma con l'addome. Il soffio viene direttamente dall'hara, dal fondo dell'intestino. E' una vibrazione che viene dal basso e cantiamo il più a lungo possibile su una sola espirazione, approfondendola. Spesso le persone non riescono ad arrivare sino al fondo dell'espirazione, sono bloccate a livello del plesso e il canto aiuta veramente ad attraversare questo blocco, a far scendere l'espirazione. Quando cantiamo è necessario cercare di essere in armonia con gli altri, senza cantare più forte o andare più lenti o più veloci. E' una pratica di attenzione e di armonizzazione con gli altri. Esiste poi il significato di ciò che cantiamo, l'espressione della saggezza di zazen, ma per spiegare ciò ci vorrebbe molto tempo. Il sutra che cantiamo è la quintessenza dell'insegnamento dello zen. Il godo, a nome della comunità del Sangha, offre l'incenso, con un gesto che è dono, e che costituisce un'altra pratica molto importante. Si può vedere, quindi, che la cerimonia è composta di forme ed espressioni che partono dall'esperienza di zazen, che consente di uscire da zazen, creando un modo naturale di espressione di ciò che vediamo. Anche i pasti, il lavoro, l'attività quotidiana possono esserne l'espressione, non solo la cerimonia, tutta la vita può diventare una cerimonia, la dedica della nostra energia, della nostra attività, l'espressione della Via. La cerimonia è giusto un modello, un aiuto per procedere in questa direzione. Non acquisiamo nessun merito nel fare la cerimonia, non è un attaccamento al rituale e nemmeno abbiamo l'impressione che manchi qualcosa se non la facciamo. Il solo caso in cui si concentrano i suoi meriti è quando dobbiamo aiutare qualcuno, quando offriamo la cerimonia a qualcuno, per esempio ad un malato. In questo caso si chiama kito e diventa una sorta di preghiera, non propriamente una preghiera, ma il dedicare l'energia della nostra pratica per aiutare qualcuno. Domattina ne faremo uno. Spesso è molto efficace, misteriosamente efficace.

Domenica 13 febbraio 2000, kusen delle 7:00

Durante zazen non chiudete gli occhi. Se chiudiamo gli occhi abbiamo sia la tendenza a dormire sia a sognare, a creare fantasmi. Durante zazen, gli organi di senso rimangono aperti, ricettivi, non cercano di allontanarsi né dal mondo delle percezioni esteriori che dal mondo interiore. Al contrario, attraverso gli organi di senso, le percezioni diventano più sottili, perché la nostra coscienza non è agitata da molti pensieri. Gli organi di senso e i loro oggetti sono il quinto anello della catena delle cause interdipendenti. Siamo condizionati dal corpo e dallo spirito, che a loro volta condizionano il contatto con il mondo. Esistono molti koan zen che riguardano gli organi di senso e i loro oggetti, ad esempio: il vento soffia, le bandiere si muovono, ma dov'è il movimento?

Un monaco aveva risposto: “E' il vostro spirito che si muove”.

Una monaca aveva sentito parlare di questa storia e aveva risposto: “In definitiva, nulla si muove”.

Anche se ci sono degli oggetti di senso, anche se ci sono degli organi, delle percezioni, anche se ci sono delle coscienze percettive, questi tre elementi sono interdipendenti, ma non possiamo afferrare l'essenza dei fenomeni. Tutto ciò che si presenta a noi attraverso il contatto col mondo esterno, oppure col mondo interiore, è completamente impermanente e inafferrabile :

Se comprendiamo ciò, non è necessario interrompere il contatto col mondo esterno , ma semplicemente lasciar passare. A partire dagli organi di senso, si produce il contatto che è il sesto anello. Questo contatto è la prima impressione che sorge nel momento in cui la coscienza e l'oggetto si incontrano. Il contatto segnala la presenza di un fenomeno: visivo, uditivo, gli odori. Questo contatto provoca a sua volta una sensazione, e la sensazione è sensazione oppure sentimento, è l'apprezzamento attraverso il nostro ego della percezione nei termini di: è piacevole, mi piace, oppure è spiacevole, non mi piace, oppure non è né piacevole, né spiacevole, neutra.

Nella vita quotidiana, passiamo il nostro tempo a discriminare tra le cose piacevoli e quelle spiacevoli: le cose, gli esseri, le esperienze, in breve le sensazioni.

Passiamo il tempo a cercare quello che per noi è piacevole, e a sfuggire ciò che per noi è spiacevole, senza comunque mai riuscire ad afferrare quello che amiamo o a mantenerlo, né a evitare ciò che non amiamo. A causa di ciò, molte inquietudini appaiono, anche quando abbiamo afferrato ciò che desideravamo.

Praticando zazen, si producono dei contatti, delle sensazioni, ma in zazen non perseguiamo nulla né fuggiamo nulla: accettiamo quello che è qui e ora, così com'è. Anche se incontriamo uno stato piacevole, non ci attacchiamo a esso; anche se proviamo un dolore, non lo fuggiamo. E' l'atteggiamento fondamentale dello spirito in zazen, che esprime la liberazione realizzata grazie alla pratica di zazen.

Ciò che faceva dire a Maestro Sozan all'inizio dello Shin Jin Mei, il poema sulla fede nello spirito: “Penetrare la Via non è difficile, ma è necessario non avere né avidità né odio, né scelta né rifiuto”.

E' il senso del koan di Tozan, al quale un discepolo aveva chiesto: “Quando viene la grande calura o il freddo estremo, come possiamo evitarli?”.

Tozan aveva risposto: “Devi trovare il luogo dove non fa né caldo né freddo.”

Il discepolo gli aveva chiesto: “Dov'è questo luogo?”. Tozan aveva risposto: “E' il luogo nel quale quando fa freddo, abbiamo totalmente freddo, e quando fa caldo, abbiamo totalmente caldo”. E' lo stato di coscienza nel quale smettiamo di opporre il caldo al freddo, diventando semplicemente unità con la situazione presente, senza rimpiangere né aspettarci qualche cosa d'altro. E' incontrare e accettare la realtà del qui e ora, assolutamente. Il contatto e le sensazioni, invece di essere delle catene, degli anelli che ci incatenano, possono essere l'occasione di risvegliarci, risvegliarci a partire dai fenomeni, abbandonando l'ego, che vuole sempre attaccarsi a qualcosa o rifiutare, diventando liberi.

Domenica 13 febbraio 2000, kusen delle 11:00

E' l'ultimo zazen della sesshin, concentratevi bene. Tendete bene le reni, la colonna vertebrale, la nuca e rientrate il mento. Non cercate di economizzare le vostre energie. Dall'energia che diamo a zazen, riceviamo in cambio l'energia che ci porta al di là di noi stessi. Questo significa che una postura forte è più facile da praticare più che una postura rilassata, perché ci sostiene e l'energia circola meglio.

Per terminare il kusen sui dodici innen, le dodici cause interdipendenti, manca ancora qualche anello.

Il principale, che risulta dalle sensazioni, è quello che chiamiamo il desiderio, la sete, l'avidità, che ci porta ad attaccarci agli oggetti quando amiamo, che ci porta ugualmente a detestare ciò che non amiamo e a temere di perdere ciò a cui siamo attaccati. Nell'insegnamento originario del Buddha era una delle cause essenziali della sofferenza. Ma il Buddha insisteva sul fatto che l'avidità, i desideri, non sono solo condizionati dalle sensazioni, ma anche dall'ignoranza: L'ignoranza che fa misconoscere la nostra natura autentica e ci fa attaccare a un'idea erronea di noi stessi, che vuol fare del nostro ego qualcosa di separato, di indipendente, di eterno. La pratica di zazen ci aiuta a dissipare quest'illusione. Anche nel buddhismo Mahayana, per esempio nell'Hannya Shingyo che cantiamo dopo zazen, si insiste tanto sulla vacuità. Non è un attaccamento alla vacuità, ma un modo per relativizzare l'ego e liberarci dalla radice dei nostri attaccamenti, e dunque delle nostre sofferenze e ci consente di aprirci all'autentica dimensione della nostra esistenza, al di là dei limiti delle nostre fabbricazioni mentali.

Percepire noi stessi, l'essenza della nostra esistenza, come facenti parte di un'interdipendenza nel tempo con la nostra storia, nello spazio, qui e ora con tutti gli esseri. Realizzare la vacuità delle nostre illusioni egotiche, liberarcene, è la funzione essenziale dell'insegnamento del Buddha che ci permette di vivere più in armonia con la realtà, animati maggiormente da sentimenti di amore e di solidarietà per gli altri, di responsabilità in rapporto a ciò che avviene nel mondo è la trasformazione che appare da zazen. In altre vie spirituali la stessa trasformazione appare nell'immagine dell'uomo creatura di Dio, collegato con una dimensione che lo oltrepassa completamente, ed è la funzione di tutti gli insegnamenti spirituali che ci aiutano a riequilibrare la nostra vita, a vivere più in armonia con ciò che siamo in realtà.

Nello zen tutto ciò avviene attraverso la pratica del corpo e dello spirito in unità. In altre vie avviene a partire dalla fede. Il Buddha proponeva l'esperienza: non credete a ciò che dico, fatene l'esperienza. Il buddismo, lo zen, non sono religioni per sentito dire, ma si basano su una pratica e sull'esperienza.

Se realizziamo ciò, i nostri attaccamenti diminuiscono e gli anelli successivi della catena delle cause interdipendenti, cioè il voler vivere che determina il divenire e quindi nuove nascite, non sono più motivati dal nostro egoismo, ma dai nostri voti di bodhisattva.

Non rimaniamo in questo mondo per attaccamento, ma per il desiderio di aiutare tutti gli esseri che soffrono, noi compresi, amando tutti come noi stessi, senza separazioni. E' la via del bodhisattva che trasforma la ruota degli attaccamenti in Via di risveglio, in anello della Via. La nascita e la morte non sono più subite passivamente, ma accettate. E' la stessa differenza che esiste tra cadere nell'acqua e immergersi in essa volontariamente.

Traduzione: Maresa Di Noto