Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
10/12 novembre 2000
Sesshin di Pégomas
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Sutra del Diamante


Venerdì 10 novembre 2000, kusen delle 7:00

Sin dall'inizio di zazen concentratevi sulla postura. Inclinate il bacino in avanti.. Appoggiate le ginocchia al suolo e a partire dalla vita raddrizzate la schiena in modo da non essere sbilanciati in avanti..

A partire dalla quinta vertebra lombare estendete la colonna vertebrale verso l'alto, rilassando tutte le contrazioni della schiena. Raddrizzate la nuca come se voleste spingere il cielo con la testa, rientrate il mento, rilassate completamente le spalle. Ponete la mano sinistra nella mano destra, i pollici orizzontali. Il taglio delle mani è in contatto con il basso ventre. Il viso è disteso, lo sguardo è appoggiato davanti a sé verso il suolo e non fissa nessun punto particolare. Lo spirito di zazen non si fissa su nulla, non si attacca ad alcun pensiero. Semplicemente ritorna alla coscienza della postura, vigilando sul suo equilibrio, né troppo tesa, né troppo rilassata, rimanendo attento alla respirazione. Realizziamo naturalmente uno spirito libero che non ristagna su nulla e le nostre coagulazioni mentali possono dissolversi. Durante la sesshin questa libertà può proseguire nella vita quotidiana, riportando costantemente l'attenzione alla postura del corpo, dei gesti, al contatto con gli altri e con l'ambiente circostante, senza smarrirci nei nostri pensieri. Tornare costantemente alla concentrazione sul corpo, sul nostro corpo, non significa essere egocentrici, troppo legati a noi stessi. Concentrati sul corpo e sulla respirazione, il nostro spirito non può attaccarsi a concetti, a categorie dualiste. L'attaccamento a ciò che è ego, a ciò che possediamo, viene abbandonato e realizziamo che noi e gli altri non possiamo essere separati. Il nostro sé esiste solo in virtù degli altri. Il nostro corpo esiste solo in quanto partecipe delle relazioni di interdipendenza di tutto l'universo, ciò che chiamiamo la vacuità, che non significa il nulla, ma la vacuità delle nostre illusioni. Comprendere la vacuità dell'illusione egotica e vivere nella realtà della nostra interdipendenza con tutto l'universo è la saggezza profonda e la compassione del Buddismo Mahayana. Nel corso di questa sesshin vi presenterò il Sutra del Diamante, un insegnamento essenziale del Buddismo Mahayana. Venne composto circa 700 anni dopo la morte del Buddha, circa due secoli dopo Gesù Cristo ed esprime l'essenza dell'insegnamento del Buddha. L'autore lo presenta come se fosse pronunciato dal Buddha stesso, da Shakyamuni. Come tutti i grandi sutra, inizia con la descrizione della scena, delle circostanze nelle quali è stato dato l'insegnamento. Inizia con queste parole: “Un giorno ho sentito questo.

L'io narrante è Ananda. Buddha viveva a Shravasti nel boschetto di Jetta. In quell'epoca i monaci si riunivano nei giardini messi a loro disposizione dai benefattori. Il Buddha si trovava là con una assemblea di 4500 monaci e bodhisattva. Al mattino aveva indossato il suo kesa e fatto il giro delle elemosine. Dopo il pasto si sedette con le gambe incrociate, la schiena ben eretta, l'attenzione rivolta davanti a sé. Il Buddha si sedeva così prima di fare un sermone. Il suo sermone era la manifestazione diretta della sua esperienza di zazen, dello spirito realizzato in zazen. E' questo l'insegnamento che ascolteremo durante la sesshin, per guidarci nella nostra pratica.

Venerdì 10 novembre 2000, kusen delle 11:00

Non dormite!
Durante zazen è importante rimanere completamente svegli, vigilanti. Quando siamo totalmente concentrati sulla postura, su ogni espirazione, quando il nostro spirito non ristagna sui pensieri, allora lo spirito diventa chiaro. Possiamo osservare i nostri attaccamenti, i nostri bonno, vedendoli da un altro punto di vista, non centrato sul nostro ego, ma sulla vacuità delle nostre costruzioni mentali. Lo spirito che osserva la vacuità è come un diamante che non possiede un colore proprio, ma assume il colore dell'ambiente circostante. Concentra la luce, ma soprattutto ha la capacità di recidere ogni materia. Da questo suo aspetto nasce il titolo del Sutra del diamante che ha il potere di recidere le illusioni, tutte le cause di sofferenza che noi stessi creiamo con i nostri attaccamenti, con la nostra visione limitata.

Questo insegnamento si presenta con l'aspetto di un mondo, un dialogo con un discepolo del Buddha chiamato Subhûti. Tutti i discepoli circondano il Buddha, Subhûti si alza, copre la sua spalla sinistra con il kesa, s'inclina di fronte al Buddha e pone la sua domanda: “E' meraviglioso! Quanti bodhisattva, quanti grandi esseri sono stati aiutati attraverso il Buddha, attraverso l'aiuto più elevato? Diteci, per favore, come dovrebbe praticare un discepolo che si è impegnato nella Via del bodhisattva, nel veicolo del bodhisattva. Come dovrebbe progredire? In quale modo dovrebbe controllare i suoi pensieri?

Qui, in questo dojo, molti tra di voi hanno ricevuto l'ordinazione a bodhisattva. Abbiamo scelto il veicolo del bodhisattva. Bodhisattva significa letteralmente un essere risvegliato. Il bodhisattva è colui che fa il voto di consacrare tutta la propria vita, tutta la propria energia alla realizzazione del risveglio per aiutare tutti gli esseri che soffrono, non per sfuggire al mondo, ma per essere utile al bene di tutti gli esseri. E' questa la ragione per la quale sono detti anche grandi esseri. Mahasatva significa grande, santo, illimitato. La pratica del bodhisattva non è limitata a se stesso, egli non ricerca la salvezza per sé. Aiuta a risolvere le sofferenze che incontra per poter aiutare gli altri a fare la stessa cosa. La motivazione di un bodhisattva, il senso della sua vita, è la grande compassione che include sé e gli altri, senza creare separazione ed opposizioni tra sé e gli altri. Comprendere che non possono sussistere opposizioni fa parte del risveglio del bodhisattva, che esiste già nella decisione di impegnarsi in questa via.

Il veicolo dei bodhisattva è uno dei tre veicoli del Buddismo, i tre veicoli che consentono ad ognuno di realizzare la propria liberazione. Il veicolo degli Uditori in cui i praticanti hanno lo scopo di diventare degli Arhat, esseri liberati dal ciclo delle rinascite praticando le quattro nobili verità, in particolare l'ottuplice sentiero, con l'obiettivo di perfezionare se stessi e di accumulare ogni sorta di meriti. Il secondo veicolo è il Pratyekabuddha, quello dei praticanti solitari, che non trasmettono il loro risveglio.

Infine, il veicolo dei bodhisattva è il veicolo in cui non ci si preoccupa di accumulare meriti. I meriti della pratica vengono immediatamente indirizzati agli altri. Non ci si preoccupa nemmeno di raggiungere rapidamente il nirvana, cioè di uscire dal ciclo delle rinascite, non perché si rimane attaccati al mondo, ma perché ci si sente solidali con tutti gli esseri. Il Buddha accoglie la domanda di Subhûti e gli dice: “Ascoltami bene, ti risponderò

Venerdì 10 novembre 2000, kusen delle 16:30

Come praticare la Via del Buddha, in che modo praticare quando il senso della nostra vita diventa realizzare il risveglio con tutti gli esseri, per aiutare tutti gli esseri? E' la domanda di Subhûti al Buddha Shakyamuni, ma è anche la nostra domanda, se abbiamo fatto veramente il voto che ripetiamo dopo lo zazen del mattino: “Shu jo muhen seigan do: per quanto siano numerosi gli esseri, faccio il voto di salvarli tutti.”

Il Buddha risponde a Subhûti: “Colui che ha scelto il veicolo del bodhisattva deve pensare in questo modo: per quanto numerosi siano gli esseri in tutto l'universo, sia quelli nati a partire da un uovo, coloro che sono nati a partire da una matrice, da una muffa, o anche coloro che sono nati miracolosamente, quanti sono dotati di forma, ma anche coloro che non hanno forma, cioè gli spiriti, sia dotati di percezioni o senza percezioni, e anche per quanto numerose siano le forme di esistenza concepibili, devo condurle tutte al nirvana, al nirvana ultimo, che non lascia traccia. E tuttavia, per numerosi che siano gli esseri che sono o che saranno condotti al nirvana, nessun essere è stato condotto al nirvana. Perché? Se un bodhisattva mantiene la nozione di essere, non può essere definito tale, non può essere detto essere del risveglio, se in lui vi è ancora la nozione di ego o di essere

Questa risposta del Buddha può apparire scioccante, ma è un insegnamento molto profondo, che mostra l'ampiezza del voto del bodhisattva, il suo carattere illimitato. Spesso nella nostra vita siamo spinti a voler aiutare i nostri cari, gli amici, i membri della nostra famiglia o del nostro gruppo, in breve, coloro coi quali abbiamo delle affinità. Non ci sentiamo motivati ad aiutare gli altri, coloro che non fanno parte di questa cerchia. Se ragioniamo in questo modo, significa che abbiamo ancora uno spirito discriminatorio, che dividiamo gli esseri in due categorie, coloro che amiamo e coloro che non amiamo, coloro che riteniamo meritino il nostro aiuto e gli altri, ma questo spirito di discriminazione non è lo spirito del risveglio, ma solo lo spirito di attaccamento. Aiutare gli esseri che amiamo equivale semplicemente ad aiutare noi stessi. Aiutare gli esseri con i quali non abbiamo alcuna affinità significa invece aiutare al di là di sé, al di là della separazione tra sé e gli altri. Solo se possediamo questo spirito di non discriminazione possiamo essere veramente di aiuto, poiché l'aiuto autentico del bodhisattva consiste nel liberarsi da nozioni quali “amico” o “non amico”, sé e altri, amare o non amare. La compassione del bodhisattva non è uno stato emozionale, ma l'espressione del suo risveglio.

Certo, non possiamo aiutare tutti, soprattutto non possiamo aiutare sempre, ma la cosa migliore è non scegliere, cioè rispondere spontaneamente alla richiesta secondo le circostanze, senza calcoli, senza secondi fini. Questo aiuto non è limitato agli esseri umani. La descrizione del Buddha lo mostra: gli esseri nati da uova, da muffe, ecc., fanno parte di tutti gli esseri sensibili, gli animali, le piante. Occorre proteggere, per quanto è possibile, tutti gli esseri viventi, compresi gli spiriti, ed è per questo che alla fine del pasto offriamo del pane per i gaki, i gaki sono gli spiriti.

La compassione del Buddha è molto ampia, abbraccia tutti gli esseri senza discriminazioni. Ma non si tratta di un aiuto qualsiasi. Certo, possiamo sempre aiutare offrendo una moneta d'argento, un sorriso, un consiglio, un sostegno, un supporto. Tutte le forme di aiuto sono le benvenute, ma l'aiuto autentico del bodhisattva non è solo carità. Consiste nell'aiutare gli esseri a liberarsi delle loro sofferenze, offrendo loro i mezzi per risvegliarsi, realizzando in sé il nirvana, senza cercare la mera soddisfazione dei loro desideri, ma consentendo loro di rispondere all'aspirazione più profonda, realizzare la vita illimitata, la vita senza nascita e senza morte, la vita nella quale l'ignoranza, l'avidità, l'odio, sono abbandonati ed è anche abbandonato l'attaccamento a un ego, a un sé. Il bodhisattva fa il voto paradossale di aiutare tutti gli esseri e al tempo stesso vede che non c'è nessun essere da aiutare ed è questa la visione che lo aiuta a spogliarsi veramente di se stesso, della radice dei suoi attaccamenti. Capire questo insegnamento del Buddha significa capire che esistono due livelli di realtà. Quando afferma che in fondo non c'è nessuno da salvare, questa non è la negazione degli esseri che esistono e soffrono attorno a lui, ma significa piuttosto comprendere che al fondo la natura dell'esistenza di tutti gli esseri è illimitata, non possiede sostanza propria. E' ciò che salva tutti gli esseri, questa visione condivisa che permette di realizzare il nirvana vivente che non separa, non oppone il mondo dei fenomeni, della trasmigrazione da quello del nirvana.

La maggior parte dei buddisti interpretano ciò come il nirvana nel quale vi è estinzione totale, cioè dopo la morte, quando tutti gli aggregati sono dissolti e non resta più alcuna traccia. Credo in realtà che si tratti dell'abbandono di ogni traccia di attaccamento, compreso quello al nirvana, che consente di praticare in modo autenticamente libero, di praticare la vera libertà, la pratica senza oggetto, al di là di ogni oggetto. Non si tratta più di entrare nel nirvana, nel futuro. Esiste qui ed ora l'attualizzazione di una pratica liberata.

Venerdì 10 novembre 2000, mondo

- Ho condiviso profondamente ciò che hai detto nel kusen e vorrei porti una domanda relativa alla morte, all'estinzione, vorrei sapere se la morte è l'unico modo di conoscere la non nascita.

- Sì, ma la morte di cosa? Nell'insegnamento del Buddha si parla della realizzazione della non nascita in quanto estinzione del ciclo delle nascite e delle morti che provocano la sofferenza, poiché c'è impermanenza, malattia, vecchiaia, morte. All'epoca del Buddha gli indiani gli chiedevano: “Come liberarsi di questo ciclo che porta alla sofferenza?” E Buddha insegnava: “Se non volete morire, non dovete nascere!” Possiamo capire tutto ciò a un livello materiale, nel senso di sopprimere realmente la nascita. L'insegnamento più profondo da capire riguarda che cosa nasce? E se comprendiamo che alla nascita non nasce un ego, allora anche se c'è nascita, non c'è nascita dell'illusione e quando parliamo di morte si tratta della morte di un'illusione. Se giungiamo a disfarci di questa illusione che consiste nell'identificarci con questo ego limitato, allora non c'è più attaccamento alla nascita e alla morte e non c'è più bisogno di non voler nascere! Questa è l'essenza dell'insegnamento del Buddha che cercava il modo di liberarsi e di liberare gli esseri dalla sofferenza. La radice della sofferenza non consiste nel non esistere, ma è nel fatto di essere attaccati. E' importante nello zen comprendere ciò per evitare di opporre il nirvana al samsara, realizzando uno spirito liberato dalle proprie illusioni senza avere attaccamento alle proprie categorie mentali. Certo rimane ancora sofferenza e non si tratta del nirvana totale. Se raggiungiamo un alto grado di risveglio e di liberazione dalle nostre categorie mentali mettiamo fine ai nostri attaccamenti, ma continuiamo ad esistere in un corpo che può soffrire, essere malato, morire. E' questa la ragione per la quale si parla di un nirvana incompleto, ma coloro che affermano ciò sono troppo attaccati al non soffrire e non si tratta dell'insegnamento del Buddha, ma di una conoscenza limitata. Il grande messaggio della via del bodhisattva è di capire più profondamente il messaggio del Buddha, non avendo più paura del samsara, della nascita e della morte, comprendendo che occorre liberarsi da questi attaccamenti, di queste illusioni, delle sofferenze morali senza aver paura della malattia e della morte che sono cause inevitabili di dolore, non legate alle nostre illusioni ma al fatto di essere nati. Il bodhisattva non rifiuta il fatto di essere nato, poiché ha dato un senso alla propria vita volendo salvare tutti gli esseri. In questo modo non si tratta di un nirvana senza sofferenze, ma piuttosto di un nirvana nel quale si cessa di torturarsi lo spirito a causa dei propri attaccamenti, rimanendo accecati dall'odio, dall'avidità, da tutte le emozioni negative legate alle nostre illusioni egotiche. Volevi aggiungere qualcosa?

- Sì, ho anche pensato, facendo la traduzione, a una frase che mi ha colpito molto: “Non ha né forma, né non forma.” E' nell'Hannya Shingyo!

- Sì! Tutto si collega, ma dovremmo imbarcarci nel commento dell'Hannya Shingyo con shiki, la forma e ku, la non forma. In definitiva questo significa non attaccarsi alle proprie categorie, poiché esse sono vacuità e l'una non può esistere senza l'altra, perché né l'una né l'altra hanno esistenza propria, e questo comprende la vacuità delle nostre categorie mentali. Il Buddha si è rivolto contro l'attaccamento mentale ed aveva ragione, perché è a causa sua che soffriamo e creiamo sofferenza intorno a noi.

- Nel kusen hai detto che la cosa migliore per aiutare è che ci sia una domanda di aiuto.

- Sì, ma senza scegliere, indipendentemente da dove arriva!

- Ma se non siamo noi stessi capaci di dare, allora non ci sarà domanda!

- Sì, possiamo aiutare solo secondo il nostro modo di essere, e se noi stessi non siamo liberi dalle nostre complicazioni mentali, allora non possiamo aiutare ed è necessario innanzi tutto aiutare noi stessi. Il Maestro Deshimaru insisteva molto a questo proposito dicendo che non si potevano aiutare gli altri se non si possedeva uno spirito chiaro, altrimenti si sarebbero solo aumentati i loro problemi.

Per aiutare gli altri non è necessario avere realizzato un risveglio completo, perché è possibile aiutare in base alle proprie capacità. Possiamo dire a noi stessi, ed è questo il senso della tua domanda, che se gli altri non chiedono nulla ciò avviene perché sentono che non possono essere aiutati. Bisogna considerare che esistono persone incapaci di chiedere e in quel caso bisogna andare incontro agli esseri senza pensare alle nostre concezioni e indirizzarle, se non ci sentiamo pronti noi stessi. E' una sorta di intuizione in base a ogni momento, a ogni situazione.

Venerdì 10 novembre 2000, kusen delle 20:30

In questo momento, nel dojo, ognuno offre tutta la propria energia alla pratica di zazen, per avere una bella postura. Significa offrire alla Via. E' il dono che consente alla pratica della Via di esistere. Nel Sutra del Diamante che commento da questa mattina, il Buddha offre il suo insegnamento a Subhûti e, attraverso lui, a tutti coloro che si sono impegnati nella via del bodhisattva. Questa via è caratterizzata dalla pratica delle sei paramita: il dono, i precetti, lo sforzo, la pazienza, la meditazione e la saggezza. Tutte queste pratiche sono collegate le une alle altre, sono interdipendenti. Non devono essere praticate come tappe l'una dopo l'altra, ma simultaneamente. In genere si pone il dono al primo posto, perché la generosità è la caratteristica del bodhisattva. La pratica del fuse, del dono, include tutte le altre paramita. Il dono delle cose materiali è la pratica del dono nel senso più ristretto, più limitato. Per quanto riguarda la pratica dei precetti o della pazienza si tratta di praticare il dono della protezione. Praticare i precetti significa prendersi cura degli esseri, evitando tutto quanto potrebbe causare sofferenza. La pazienza è anche protezione contro la collera, contro la violenza, l'intolleranza. In questo senso praticare la pazienza diventa una forma di dono. Ad esempio nel dojo, quando si è alla fine di zazen, e si ha voglia di muoversi, pazientare, evitare di muoversi è un dono che aiuta anche gli altri a pazientare, rafforzando l'atmosfera di concentrazione, diventando un dono per tutti e che aiuta tutti a continuare la pratica. La pratica dello sforzo, dell'energia che poniamo nel praticare zazen, il samu, corrisponde al dono del dharma, dell'insegnamento, che passa innanzi tutto attraverso la pratica stessa.

A proposito del dono, nel Sutra del Diamante il Buddha dice a Subhûti: “Un bodhisattva che fa un fuse, un dono, non deve essere supportato da qualcosa. Quando fa un dono, non deve essere supportato dagli oggetti della vista, dai suoni, dagli odori, dai gusti, dalle sensazioni tattili o dagli oggetti mentali. Il bodhisattva che pratica un dono deve farlo senza essere supportato dalla nozione di un segno. In questo caso il merito, l'effetto del dono è assolutamente illimitato. ” Quando doniamo non dovremmo essere attaccati al valore, alla qualità e non dovremmo dire: “Ho fatto un dono molto importante, ho donato qualcosa di prezioso, un regalo molto caro. ” Non dovremmo nemmeno essere attaccati alla persona alla quale doniamo. Spesso chi dona vuole donare a persone che lo meritino, creando una discriminazione tra coloro che meritano di ricevere il nostro dono e coloro che non lo meritano. Non dovremmo essere attaccati alla nozione di donatore: “Come sono generoso, ho fatto un grande fuse. ” Se pratichiamo il dono con questi pensieri i suoi meriti diventano del tutto limitati, poiché nella pratica del fuse vi è ancora troppo attaccamento. La pratica del fuse che libera veramente sia colui che dona che colui che riceve è quella che viene praticata con uno spirito mushotoku, nel quale non vi è né attaccamento a sé né all'oggetto, né a colui che riceve, né al merito del dono. Non possiamo dire che i doni non siano portatori di meriti, ma tutto ciò che riguarda il merito è ancora limitato. Il dono praticato senza secondi fini, senza calcoli, senza attesa di ricompensa, è esso stesso completamente liberatore, completamente al di là del merito stesso. I meriti possono accumularsi, ma la liberazione è al contrario una sottrazione: significa liberarci da tutto quanto crea attaccamento, compresa la contabilizzazione dei meriti.

Questo è l'insegnamento finale del Buddha: non aspettare nulla, nemmeno il satori o il nirvana. In questa prospettiva il dono che facciamo per la pratica diventa infinitamente liberatorio.

Sabato 11 novembre 2000, kusen delle 7:00

Questa mattina il responsabile della sveglia si è sbagliato di un'ora. La campana della sveglia ha suonato alle 5:20 e ne è nata una grande confusione. Anche lo shusso non sapeva più cosa fare! E' venuto da me dicendomi: “Tutti sono svegli, che cosa facciamo? ” Da un certo punto di vista si potrebbe ammirare la disciplina che fa alzare tutti quando suona la campana, ma anche in questo c'è qualcosa di pericoloso, la mancanza di discernimento, di saggezza. Cos'è più importante? Dobbiamo seguire l'autorità, la disciplina, gli ordini stupidi solo perché sono ordini, oppure il buon senso? Chi ha suonato la sveglia si è sbagliato, è un errore spiacevole, ma non drammatico. Ci si rimette a letto e ci si alzerà quando sarà davvero tempo.

Anche se in un tempio, in un monastero, l'obbedienza è una qualità, non si deve obbedire a qualsiasi cosa, ma seguire ciò che è giusto per sé. Talvolta alcuni privilegiano il seguire, dicendo che è positivo per abbandonare l'ego. Al limite si possono dare degli ordini assurdi per obbligare le persone ad abbandonare il discernimento. E' molto pericoloso! E' proprio in questo modo che, durante la seconda guerra mondiale, dei religiosi il cui primo precetto era non uccidere hanno trovato ogni sorta di ragioni per giustificare il fatto che si dovesse fare la guerra ed uccidersi l'un l'altro. Abbandonare il discernimento per degli ordini stupidi! Talvolta i discepoli imitano il Maestro e giungono sino ad imitare i suoi errori! Sono affascinati dalla sua personalità e giungono sino ad imitare i suoi difetti. Nella società odierna esiste una grande confusione. Ciò che crea la legge è la massa! La condizione normale è ciò che viene fatto da tutti, ma è del tutto anormale. Ricordatevene! Preservate il vostro discernimento non seguendo gli errori degli altri. Certo, quando tutto è preda della confusione, c'è la tendenza naturale a cercare una guida, a ricercare quali sono i segni che indicano realmente la guida adatta e risvegliata.

Nel Buddismo si è sviluppata la credenza nei 32 segni distintivi di un Buddha che consentono di riconoscere un Buddha autentico. Si tratta di segni fisici, come la lunghezza delle braccia, la forma dei piedi e una morfologia tipo è stata stabilita… i segni di un superuomo, di un superman.

Nel Sutra del Diamante Buddha continua il suo insegnamento con Subhûti dicendo: “Cosa ne pensi, Subhûti? Il Buddha può essere visto attraverso il possesso di questi segni?

Subhûti risponde: “Certamente no! Ciò che è stato insegnato dal Buddha come possesso di segni è in realtà un non possesso di non segni.

Il Buddha aggiunge: “Ovunque vi sia possesso di segni, vi è frode. Là ove non esiste possesso di segni, non vi è frode.

Il Buddha deve essere visto come colui che non possiede alcun segno, è questo il suo segno distintivo, il fatto di non possedere nulla. Vogliamo sempre attaccarci allo straordinario attraverso i segni, ma si tratta semplicemente del coltivare nuovi attaccamenti, limitando Buddha con caratteristiche limitate. L'autentico insegnamento del Buddha consiste nel non attaccamento ad alcun segno, nel non lasciarsi ingannare, tornando allo spirito originario, semplice, nel quale non vi è nulla di speciale.

Alla domanda cos'è la vera saggezza un Maestro aveva risposto: “Quando ho fame mangio, quando ho sonno dormo…” Tornare alla condizione normale.

Sabato 11 novembre 2000, kusen delle 11:00

La domanda successiva di Subhûti al Buddha nel Sutra del Diamante è la seguente: “Nei tempi futuri, in particolare nei prossimi 500 anni, quando giungerà il tempo della decadenza della buona dottrina, ci saranno ancora esseri che potranno comprendere l'insegnamento di questo sutra?

In effetti il Buddha insegnava che tutto è impermanente e che anche la trasmissione della sua dottrina e del suo insegnamento avrebbe conosciuto una fase di decadenza. Si è sviluppato nei circoli buddisti la credenza in cinque periodi di 500 anni consecutivi. Ogni volta, al termine dei 500 anni, si perde qualcosa dell'insegnamento, al punto che, nell'ultimo periodo, non ci sarebbe più né pratica né realizzazione. Da un punto di vista cronologico, staremmo vivendo in pieno proprio quel periodo, 2500 anni dopo la morte del Buddha.

Il Buddha risponde: “Non parlare così, Subhûti. Anche in quel momento, cioè nel peggiore periodo di decadenza, esisteranno bodhisattva dotati di buona condotta, di virtù e di saggezza, che, sentendo le parole di questo sutra, ne comprenderanno la verità, poiché avranno seguito l'insegnamento di numerosi Buddha nel passato, piantando così le radici dei buoni meriti.

Il Buddha ha sempre cercato di dare fiducia agli esseri umani nella loro capacità di risvegliarsi. Anche se, praticando il suo insegnamento, non realizzano il risveglio completo, piantano le radici che permetteranno di realizzarlo nel futuro. Tuttavia, non dovremmo praticare per accumulare dei meriti, anche se i meriti della pratica non sono mai rifiutati, negati. Ciò che deve essere abbandonato è l'attaccamento ai meriti, ma i meriti stessi esistono completamente. Essi sono legati alla pratica dei precetti, al comprenderli, a rispettarli, praticarli, sviluppando un atteggiamento giusto nelle azioni del corpo, nel proprio modo di parlare, nella propria vita. Questo significa creare le condizioni favorevoli alla loro realizzazione. Al contrario, trasgredire i precetti, avere un tipo di vita ingiusto, accumula ostacoli sulla via della realizzazione. E' la ragione per cui, durante l'ordinazione del bodhisattva, la cosa principale che viene trasmessa sono i sedici precetti, che sono nuovamente trasmessi quando si diventa monaci o monache, e ancora quando si riceve lo shiho. Se i bodhisattva sono dotati egualmente di virtù, non è solo per la loro moralità, il loro senso etico, ma anche per la loro lunga pratica di concentrazione, della meditazione. E infine, se hanno sviluppato i loro semi di saggezza, è perché hanno studiato molto gli insegnamenti del Buddha, con una grande fede e una totale fiducia.

Nello zen queste tre pratiche si chiamano: kai , jo, e, l'etica, la meditazione, la saggezza. Sono l'essenza dell'ottuplice sentiero , e concentrarsi a praticarle è ciò che crea buone radici che rendono possibile la realizzazione del risveglio, quali che siano le condizioni esteriori di decadenza, per quanto oscura sia l'epoca in cui si è nati.

Se si è praticata questa via e se si continua a praticarla, la realizzazione del risveglio del Buddha è sempre possibile, poiché non è la realizzazione di qualcosa di straordinario, ma l'armonizzarsi naturale con la nostra natura autentica, che è già presente da sempre. Non si tratta di ottenere qualcosa di speciale, ma permettere alla verità di risplendere.

E' molto importante avere questa fiducia, questa fede, e non dire: “Sono nato in un'epoca di decadenza, in un paese contrario, con sfavorevoli condizioni di famiglia, di lavoro, di salute. Se abbiamo incontrato la via dello zen, è sicuramente perché nel passato abbiamo piantato buone radici. Continuare a praticare con fiducia, quali che siano le condizioni sfavorevoli, significa permettere a queste radici di dare i loro frutti. "

Sabato 11 novembre 2000, kusen delle 16:30

Secondo l'insegnamento del Buddha nel Sutra del Diamante anche nei peggiori periodi di decadenza spirituale esistono sempre bodhisattva capaci di comprendere il suo insegnamento, poiché questi bodhisattva hanno piantato delle buone radici concentrandosi su un comportamento giusto, sul rispetto dei precetti, sviluppando una grande concentrazione attraverso la pratica della meditazione., Per ciò che riguarda il comportamento giusto, la concentrazione, il Sutra del diamante non sviluppa questi aspetti della pratica, perché sono conosciuti e generalmente compresi molto bene da tutti coloro che seguono la via del Buddha. Espone invece più dettagliatamente ciò che intende con il termine saggezza.

Rivolgendosi a Subhûti, il Buddha gli dice: “In cosa consiste questa saggezza?

Innanzi tutto nella non percezione di un ego. In un bodhisattva non c'è percezione di un ego. Lo cantiamo ogni giorno nell'Hannya Shingyo, il bodhisattva pratica la grande saggezza, osserva semplicemente cinque skanda: un corpo, delle sensazioni, delle percezioni, ogni sorta di costruzioni mentali e la coscienza di tutto ciò. Al di là di questi cinque skanda, di questi cinque componenti della personalità, il bodhisattva non percepisce ego. Questa non percezione è la fonte della sua saggezza. Ciò significa che quando pratichiamo profondamente, ci rendiamo conto che non esiste nulla che possiamo considerare come “mio” o “io”. Questa non percezione di una illusione permette di armonizzarsi con la realtà di un'esistenza che non è limitata da nulla, che non si lascia chiudere in nessuna categoria mentale, in nessun concetto, che non è qualcosa di afferrabile.

Il bodhisattva non percepisce nemmeno di essere, cioè non percepisce in sé un'entità individuale separata da tutto l'universo, che continuerebbe ad esistere costantemente identica. Non percepisce nemmeno un'anima esistente dalla nascita alla morte, né un'entità fissa trasmigrante di nascita in nascita. Poiché non percepisce nulla di tutto ciò, non vi si attacca e rimane libero da tutto ciò che potrebbe creare un atteggiamento egoista, una vita separata da tutto l'universo. Questa non percezione diventa così percezione giusta, esistenza senza separazioni.

Il Buddha continua dicendo: “Questi stessi bodhisattva non hanno nemmeno la concezione di un dharma, né quella di un non dharma”.

Questa è in un certo senso una pietra gettata nel giardino degli specialisti dell'abidharma, dei filosofi del Buddismo che avevano costruito un apparato concettuale per affermare che, pur non esistendo ego, la realtà, il mondo erano costituiti di dharma, cioè di entità ultime. Ne erano state enumerate sessantaquattro. Il bodhisattva non si ferma a queste concezioni, non si attacca alla nozione di dharma, di realtà ultima e nemmeno a quella di non dharma. Non si attacca nemmeno alla vacuità, poiché, come notava ieri Caroline, nemmeno la vacuità può essere percepita, e così il non dharma. Non si tratta assolutamente di attaccarsi a una percezione della vacuità, ma solo di astenersi dal percepire delle illusioni, più esattamente di percepire le illusioni come illusorie, lasciandole passare, senza attaccarsi ad esse. Anche l'attaccamento a ciò che crediamo sia la verità non è il risveglio. Nella sua pratica il bodhisattva non si attacca ad alcuna nozione. E' ciò che avviene qui ed ora nella pratica di zazen. Se rimaniamo semplicemente seduti e concentrati sulla postura, sulla respirazione, lasciando passare tutti i pensieri, tutti i fenomeni che sorgono, lasciamo che tutte le nostre coagulazioni mentano diventino più fluide.

Il Buddha termina dicendo che questi bodhisattva non hanno né percezione né non percezione, che non si attaccano agli oggetti della percezione continuando a percepire le cose, gli esseri, senza lasciarsi ingannare dalle percezioni.

Sabato 11 novembre 2000, mondo

- Viviamo in un mondo basato sul “cogito ergo sum”, penso dunque sono. Ognuno tra di noi può farne l'esperienza e capire che non possediamo il nostro corpo e la nostra vita. E tuttavia, come è possibile che ognuno possieda i suoi pensieri? Non ho ancora ben compreso, anche se hai spiegato molto bene ciò che intendeva il Buddha quando parlava del punto di vista del non ego.

- Semplicemente che esistono pensieri, ma che il pensatore rimane inafferrabile. Nel penso , dunque sono di Cartesio il dunque sono è una ipotesi. Il Buddha direbbe, “penso dunque esiste pensiero”. E' tutto quanto possiamo percepire. Nel Sutra del Diamante non dice nemmeno che il bodhisattva percepisce la vacuità. Dice semplicemente che il bodhisattva non percepisce ego, è un'astensione. Non dice che il bodhisattva non percepisce pensieri, sensazioni, emozioni o desideri, ma poiché percepisce tutto ciò, non è differente da tutti. Non percepisce ego poiché tutto ciò non costituisce un ego. L'ego è l'autore supposto dei pensieri, è una supposizione, una costruzione mentale, dunque un pensiero. Percepisce il pensiero di un ego, certo, ma lo percepisce come un pensiero tra altri, e non come una realtà in sé, non come un oggetto di percezione. Potremmo dire che tutto questo discutere è come tagliare un capello in quattro. In fin dei conti si tratta del fondamento stesso del risveglio, cioè l'abbandono dell'illusione egotica che è la causa di tutti i tipi di spiriti possessivi che scatenano le paure, gli odi, gli attaccamenti di ogni tipo, che provocano la sofferenza, i conflitti. Si tratta semplicemente di fornire la possibilità di una visione che ci aiuti a distaccarci da ciò che ci fa soffrire abitualmente, esercitando la propria visione, osservando se stessi e constatando che non esiste un sé che possiamo afferrare, dunque astenendoci dal percepire. Non dice nemmeno che non esiste sé, non percepisce. Non si tratta nemmeno di una posizione metafisica che affermerebbe o negherebbe il vuoto contro il fenomeno. Si astiene. E' lo stesso atteggiamento che abbiamo in zazen. Praticare zazen con l'atteggiamento giusto insegnato per la pratica di zazen. Zazen è un'astensione dal percepire ciò che non esiste, o che in ogni caso è inafferrabile. Si dice che zazen significa imparare a conoscere se stessi. In fin dei conti, quando volgiamo il nostro sguardo verso l'interno, quando guardiamo noi stessi, ciò che osserviamo non è un sé, ma tutti i fenomeni fisici, e nulla di tutto ciò costituisce un sé. Se osserviamo le cose in questo modo, siamo meno attaccati, meno fanatici, meno coinvolti nel me, io, io penso che, ti sbagli, in questo tipo di atteggiamenti, e relativizziamo ciò che riteniamo essere il nostro sé. Ciò consente un atteggiamento più tollerante, un minor numero di attaccamenti, ma non ci impedisce di dire ciò che sentiamo, percepiamo, senza però identificarci con queste sensazioni, queste percezioni, lasciano una grande apertura di spirito. Vorrei aggiungere una cosa. Quando dici che il mondo si fonda sul “penso, dunque sono”, quando vediamo i risultati di questo tipo di pensiero, non c'è molto da essere fieri. In effetti si è sviluppato il mondo dell'ego, con tutto il parossismo della violenza, dell'intolleranza, delle ingiustizie, dell'egoismo. Non voglio dire che nel mondo ci sia solo questo aspetto, ma che si è sviluppato molto. Con questo non si può dire che una civiltà fondata sul cogito cartesiano sia un successo e che ci si debba congratulare con Cartesio, che, del resto, è stato anche il promotore di un'idea dell'uomo che deve diventare padrone e possessore dell'universo, idea che va di pari passo, diventando poi l'ideologia dell'uomo tecnologico, dell'uomo che si attribuisce un potere assoluto sulla natura, e ne vediamo i risultati a livello di tutti i danni ecologici che questa idea ha provocato. Mi pare che l'atteggiamento del Buddha e l'insegnamento del Sutra del Diamante sia un buon antidoto per correggere questi errori dell'egotismo

- A proposito di ego…Quando sono seduta in zazen, sono molto attenta alla mia postura, la osservo, la giudico…Quasi spontaneamente ho cominciato a dire: “Che cos'è, chi è questa persona che è qui?” Pormi questa domanda mi ha consolato, proprio quando mi siedo in zazen. Non so se è corretto fare così…

- Sì, certo.

E' esattamente il buon koan, il solo koan che dovremmo porci mentre stiamo facendo zazen. C'è concentrazione, ci si concentra, e possiamo dirci: “Io mi concentro sulla mia postura”, ma in definitiva, la realtà è che esiste concentrazione e postura, ma l'io che si concentra è inafferrabile e la postura non mi appartiene. Certo, non è la postura di un altro. Ma questa postura di questo corpo qui e ora è altamente impermanente e del tutto dipendente da tutti gli elementi dell'universo che costituiscono questo corpo. Sappiamo molto bene che questo corpo non ci appartiene e che nemmeno il corpo che pratica zazen ci appartiene, così come sappiamo che il soggetto che si sforza di concentrarsi è inafferrabile. Se percepiamo le cose in questo modo, possiamo praticare veramente uno zazen satori, non uno zazen tecnico di benessere, che sviluppa nuove forme di attaccamento, uno zazen in cui corpo e spirito sono veramente abbandonati. Se non siamo in unità con questo modo di vedere, allora possiamo porci il koan, la domanda di chi fa zazen?, chi si concentra? Esistono maestri rinzaï per i quali questo è il primo koan. Penso sia un eccellente koan, ma nella nostra scuola soto, la pedagogia non consiste nel dare koan sui quali meditare durante zazen. Se siete troppo attaccati a voi stessi: “il mio zazen”, “la mia concentrazione”, “non disturbate il mio zazen”; forse potete domandarvi chi è disturbato, ma istantaneamente, senza passare ore a ruminare su questa domanda. Il koan è come l'insegnamento del Sutra del Diamante, è un rimedio, un antidoto contro le illusioni. Se ci attacchiamo al rimedio, e questo è il seguito, il paragrafo seguente del Sutra del Diamante, siamo rovinati. In certi casi il rimedio stesso può diventare un veleno. E' per questo che non bisogna nemmeno attaccarsi alla vacuità, ma astenersi semplicemente, l'atteggiamento fondamentale di zazen, astenersi dall'attaccamento a delle costruzioni mentali.

E' un po' la meditazione di Cartesio prima del cogito, ciò che in greco si chiama époké, ma non ha potuto rimanere nella sua époké. E' dovuto uscire dall'astensione, creando una nuova costruzione e tutto il resto ne è seguito. L'insegnamento del Sutra del Diamante è l'insegnamento che ci incita a rimanere nell'astensione

- Poiché l'ego non ha esistenza propria, non comprendo il principio delle rinascite. Mi appare contraddittorio.

- Questa contraddizione è stata sottolineata spesso…Potremmo dire che si tratta del punto debole della dottrina buddista. Quando si vuole mettere in difficoltà un buddista, allora lo si interroga su questo punto. Ma non si tratta di un punto poi così debole. Il fatto che non esista un ego permanente non significa che non ci sia nulla. Non è nichilista. Non si tratta di un ego che rinasce, un'entità simile a un'anima che trasmigrerebbe da questo corpo, andando altrove, per entrare in un altro. L'idea è piuttosto quella della continuazione di una corrente, di un karma, una energia o qualcosa di simile, di un processo. In realtà il Buddha diceva che ciò che continua è la catena delle dodici cause interdipendenti. Non rinasce un ego, ma è piuttosto una sorta di ruota che continua a girare finché è alimentata dall'energia dell'attaccamento. Questa è l'idea generale. Non un ego, ma un karma che continua.. Ecco la risposta in linea generale.. una serie di concatenamenti, di condizioni che continuano. E' anche vero che se si studia più dettagliatamente la dottrina e si cerca di capire come avviene tutto ciò, si avvia una serie di spiegazioni sottili, ma non sempre del tutto convincenti, ad esempio riguardanti la coscienza della rinascita che si produce tra l'istante della morte e il formarsi nell'utero di un nuovo essere. E' proprio di questo che si tratta: esiste una coscienza di rinascita che passa da una modalità di esistenza a un'altra. Si dice che nella procreazione esistono tre esseri in causa, il padre, la madre e la coscienza di rinascita, quell'energia che continua a manifestarsi, che cerca nuovamente di venire alla luce. Questo processo non può però essere provato sperimentalmente.. Diciamo allora che si cerca di costruire una teoria per affermare: “ecco, avviene così”. Non è una teoria scientifica, che si possa dimostrare sperimentalmente. Proprio per questo nello zen non si rimane troppo attaccati a tutto ciò, e ci si concentra molto di più sul come trasmigriamo d'istante in istante, su come avviene la concatenazione dei condizionamenti d'istante in istante, perché è su questo che possiamo modificare il corso delle cose: attraverso la nostra pratica può crearsi una trasformazione. E' su questo aspetto che si pone l'accento nella pratica dello zen, senza preoccuparci del processo attraverso il quale si determina la rinascita. Se si pratica la Via, quale che sia il processo di rinascita, se esiste rinascita, avremo in ogni caso la possibilità di continuare la nostra pratica. Personalmente mi dico, vedrò se c'è un “io” che ha qualcosa a che fare ulteriormente, ma è un pensiero che non mi preoccupa assolutamente. Ciò che conta veramente è come vivo ogni istante di questa vita, poi si vedrà. Ho fiducia che, se si pratica una vita giusta, questo fatto può avere solo buoni effetti, qualunque cosa accada, sia a titolo personale che collettivo, in ogni caso qualcosa di benefico per gli altri e per sé. Ieri sera abbiamo parlato di questo: il Buddha nel Kamala Sutra dice per concludere il suo insegnamento che in ogni caso, anche se non ci fossero rinascite, il fatto stesso di praticare la Via che ha insegnato rappresenta il miglior modo di vivere. Se praticate un comportamento giusto, se praticate la concentrazione e sviluppate la vostra saggezza, il vostro spirito di compassione, vivrete in ogni caso la miglior vita possibile in questo mondo, in questa vita qui ed ora. Allora non c'è da temere di essersi ingannati, poiché la Via si certifica essa stessa. Non pratichiamo la Via perché abbiamo fatto una sorta di calcolo, come la scommessa di Pascal, e ci diciamo che, in ogni caso, investiamo tutti i nostri sforzi in questa vita per praticare la Via del Buddha perché abbiamo la fortuna oppure che rischiamo grazie a ciò di ottenere il paradiso, il nirvana più tardi. E' solo qui ed ora che questo modo di essere, di vivere è il modo migliore per essere felici in questa vita. Allora, per ciò che riguarda la prospettiva delle rinascite, è anche vero che si tratta della prospettiva nella quale vivevano gli Indiani all'epoca del Buddha e che in rapporto a tutti i miti riguardanti le origini e i fini ultimi dell'umanità si tratta di un mito, se vogliamo vederlo come tale, non più stupido di altri. Direi piuttosto che ha molti vantaggi, in particolare di permettere a ciascuno di sentirsi più responsabile del suo destino, di avere fiducia nella possibilità di un progresso spirituale, di avere una visione ampia, vasta dell'esistenza, non limitata dalla nascita e dalla morte, una visione più cosmica. Questa visione apre una prospettiva che trovo molto interessante, ma che non può essere spiegata scientificamente. Come diceva il Dalaï Lama al quale si è spesso chiesto di rispondere a questo proposito, non è nemmeno possibile spiegare il contrario, fatto che certo non costituisce una prova, ma non si può dimostrare il contrario. E' la prova che è un mito. La particolarità dei miti è proprio questa: non possiamo dimostrarli, ma nemmeno possiamo provare il contrario. Per quanto riguarda questo punto preferisco lasciare ogni discepolo che segue il mio insegnamento libero di credere ciò che vuole, senza imporre una credenza. E' la ragione per la quale insisto come ho fatto ora nel mostrare cos'è un mito. Lascio a ciascuno la responsabilità di credere o di non credere alle rinascite. Il mio scopo non è quello di imporre una credenza, ma semplicemente di mostrare che, effettivamente, se si crede in questa prospettiva, essa presenta alcuni vantaggi, ma ciò che insegno e che insegnava il Buddha, è come vivere qui ed ora. E' questa la cosa importante, mentre la teoria delle rinascite rimane sempre in secondo piano.

- La mia domanda riguarda il senso di colpa. Mi dico che se esiste senso di colpa, esiste anche un profondo attaccamento a qualcosa e quindi, da un punto di vista relativo, in che modo gestire le cose, perché abbandonare completamente l'ego non avviene direttamente e su un piano assoluto.

- Per prima cosa potrei dirti: se provi del senso di colpa, chiediti chi è colpevole. E' sicuramente un attaccamento a un'immagine ideale di te stesso che vorresti poter mantenere e che in effetti ti perseguita, perseguita l'ego negativo che non è conforme a questa immagine ideale. A quel punto puoi sviluppare uno spirito di compassione per quell'ego negativo, calmare un poco il gendarme e pregarlo di avere compassione per quel povero ego non conforme all'ideale. La colpa indica che c'è una dualità in sé, una parte di sé che giudica l'altra. Da un punto di vista relativo puoi entrare in questa dinamica, e sul piano ultimo chiederti chi è colpevole, comprendere, se ti può essere di aiuto, che possiamo provare il senso di colpa, ma che in definitiva esso no risolve nulla, non aiuta a riparare l'errore. Non ho mai visto il Maestro Deshimaru colpevolizzare nessuno. Proprio come Patrick che questa mattina si è svegliato un'ora prima e che ha svegliato tutti. Non serve a nulla sentirsi colpevole per questo. Si è commesso un errore. Si capisce ciò, si decide di non commetterlo di nuovo, si interviene affinché non continui, chiedendosi perché è avvenuto. Gli ho chiesto di spiegare come è stato possibile sbagliarsi in questo modo. Questo è l'insegnamento del Buddha, comprendere come ci si sbaglia, illuminare le proprie illusioni e dare a se stessi gli strumenti per non riprodurle eternamente. Nel Buddismo il senso di colpa viene considerato una malattia, un'illusione, che conduce a torturare se stessi, andando completamente contro l'intenzione e l'insegnamento fondamentale del Buddha, di mettere fine alla sofferenza. Non createvi da soli sofferenza, questa è la prima cosa, abbiate compassione per voi stessi, abbiate cura di voi come l'avreste per un bambino, evitate che una parte di voi torturi l'altra. E' positivo avere questa immagine, come se dentro di te coesistessero due personaggi relativi. Prendi in simpatia l'accusato e calma l'accusatore.

Domenica 12 novembre 2000, kusen delle 7:00

Non lasciate che il corpo cada in avanti e raddrizzate la testa. Tendete le reni, la colonna vertebrale, la nuca, raddrizzate il capo. Estendete tutto il corpo tra cielo e terra. Estendendo la colonna vertebrale possiamo allentare tutte le tensioni, ritrovando un'energia nuova e fresca. Tornate costantemente alla vostra respirazione. Quando siamo attenti alla respirazione non lasciamo che il nostro spirito ristagni su nulla. Ritornare alla respirazione dovrebbe essere la pratica di base, non solo in zazen, ma anche nella vita quotidiana.

Nel seguito del Sutra del Diamante il Buddha dice: “Se un bodhisattva si attacca alla percezione di un dharma o di un non dharma, questo significa che in realtà si attacca a un ego". E' l'ego che vuole afferrare un dharma, cioè una cosa dotata di esistenza ultima, reale, sulla quale appoggiarsi. E aggiunge: “Coloro che comprendono che l'insegnamento a proposito del dharma è come una zattera, dovrebbero abbandonare i dharma". Il dharma è l'insegnamento, i dharma sono le esistenze ultime, cioè le costruzioni mentali relative al fatto che ci sarebbero delle esistenze ultime. Aggiunge: “Ancor più dovrebbero abbandonare il non dharma”. Questo, dice, è l'insegnamento, il significato segreto, nascosto. Nella pratica di zazen questo significa sperimentare la non sostanzialità di ciò che crediamo essere noi stessi, rimettere l'ego al giusto posto, cioè nel settore delle credenze, ritrovando uno spirito libero da ogni fissazione mentale, capace di vivere nella realtà di un istante, la novità di ogni istante, anche sperimentando il carattere inafferrabile dell'ego, vedendo che tutti i fenomeni sono privi di sostanza, senza nulla di fisso. La fisica moderna ci mostra ciò e si è smesso di credere che esistesse una realtà ultima nei fenomeni. Né gli atomi né le particelle possiedono una realtà in sé, ma solo energia, solo interdipendenza. Ma anche se vediamo tutto ciò, dobbiamo evitare di farne una nuova costruzione mentale ed attaccarci alla vacuità. Per questo motivo il Buddha paragona l'insegnamento a una zattera, che permette di attraversare il fiume e che sarebbe stupido continuare a portare sulla schiena una volta raggiunta l'altra riva. Lo paragona anche a una medicina che si continuerebbe a prendere anche una volta guariti e che, a quel punto, potrebbe anche diventare un veleno. E' lo stesso per l'insegnamento della vacuità, ed è per questo che Buddha dice: “Non attaccatevi né al dharma né al non dharma”. Tutti gli insegnamenti sono destinati ad aiutare a liberarci dalle nostre illusioni. Se ci si attacca all'insegnamento, anche questa può diventare una nuova illusione. Questo insegnamento è il rimedio migliore contro ogni forma di dogmatismo e di fanatismo.

Domenica 12 novembre 2000, kusen delle 11:00

Lo zazen che pratichiamo è la pratica attraverso la quale Shakyamuni è diventato Buddha, il risvegliato. Per quarantacinque anni ha insegnato la manifestazione del suo risveglio realizzata in zazen.

Quando si entra nella Via dello zen si è spesso pronti ad abbandonare molte cose, attaccamenti, illusioni, per raggiungere il risveglio, che diventa il valore supremo. E' ciò che si desidera realizzare per se stessi insieme agli altri. Questo desiderio del risveglio, bodaïshin nello zen, è la motivazione profonda della pratica. I bodhisattva sono esseri motivati solo dalla realizzazione del risveglio con tutti gli esseri, anche se restano nel mondo non sono più interessati a ciò che fa muovere il mondo, salvo la liberazione, il risveglio alla natura autentica.

La natura del risveglio è un punto importante dell'insegnamento. Nel Sutra del Diamante Buddha chiede a Subhûti: “Cosa ne pensi? Esistono dharma che il Buddha abbia pienamente conosciuto come risveglio autentico il più elevato, il più perfetto? Ci sono dharma che il Buddha ha dimostrato? ” Subhûti rispose: “Da quanto ho compreso dell'insegnamento del Buddha la mia risposta è no! ” Il dharma che il Buddha ha conosciuto pienamente e dimostrato, non può essere afferrato, non è possibile parlarne, non si tratta né di un dharma né di un non dharma. Perché? Perché l'assoluto, l'incondizionato, è ciò che anima l'essere della Via. Questo è un invito a non imprigionare la dimensione assoluta dell'esistenza, a non ridurla secondo le nostre categorie mentali. La vera natura dell'esistenza alla quale ci risvegliamo non è qualcosa di descrivibile, di afferrabile, ma piuttosto è una non natura ed è la ragione per la quale viene chiamata natura autentica. Il vero risveglio non può essere descritto, imprigionato dalle parole. E' al di là dei pensieri, delle trappole e delle reti della nostra coscienza personale. Il vero messaggio del Buddha non può essere afferrato, conosciuto, dimostrato, essere oggetto di un insegnamento. Deve diventare un insegnamento autentico, assoluto. Non può essere una nuova forma di ideologia, una dottrina, un oggetto di credenza, ma l'esperienza vissuta della dimensione illimitata della nostra esistenza. Per preservare questa dimensione inafferrabile, illimitata, questa vacuità, pratichiamo semplicemente zazen. Semplicemente sedersi, al di là di ogni oggetto, al di là del Buddha, al di là del risveglio stesso. Solo sedersi e non dimorare su nulla di limitato. Rimanere aperti a ciò che non può essere limitato da nulla.

Traduzione: Maresa Di Noto