Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
12/14 aprile 2002
Sesshin di Ghigo di Prali
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech



Venerdì 12 aprile 2002, kusen delle 7:00

Durante zazen tornate costantemente alla concentrazione sulla vostra postura, inclinate il bacino in avanti, poggiate saldamente le ginocchia al suolo. Siamo seduti sullo zafu come se l'ano guardasse verso il cielo, il ventre è rilassato. Il peso del corpo preme sul centro del perineo: questo conferisce stabilità alla postura e permette di attingere una forte energia. I punti di appoggio, ginocchia e perineo, sono fonti di energia. A partire dalla vita stendiamo la colonna vertebrale, rilassando le tensioni della schiena, il mento è rientrato. Vegliamo per avere un tono giusto, né teso né troppo rilassato. Riportiamo costantemente l'attenzione alla postura del corpo, tornando al qui e ora della nostra pratica e lasciando cadere tutto ciò che ne è al di fuori.

Abbandoniamo le preoccupazioni per essere unità con la postura seduta. Il viso è rilassato come la fronte e le mascelle; lo sguardo è posato verso il suolo senza fissare nulla di speciale. Così lo sguardo diventa vasto, avvolge tutto: come lo spirito in zazen. Non c'è bisogno di chiudere gli occhi per essere concentrati. Le cose non ci daranno fastidio se non cerchiamo di ottenere e respingere alcunché. La mano sinistra sulla destra, i pollici orizzontali e il taglio delle mani in contatto con il basso ventre. I pollici orizzontali sono il barometro di zazen: se formano una montagna lo spirito è troppo teso, e allora ci si deve concentrare nella espirazione e nel contatto dei pollici senza tensioni. Se, al contrario, formano una valle, stiamo cadendo nel torpore. Occorre allora porre l'attenzione sul punto situato fra le sopracciglia, mantenendo gli occhi ben aperti. Concentrarsi così sulla postura, sulla respirazione, inspirando profondamente e andando fino al fondo di ogni espirazione, è la pratica essenziale di zazen. Riportiamo costantemente l'attenzione su questi punti.

Questa concentrazione implica al tempo stesso l'osservazione. Per fissare l'attenzione sulla postura, occorre concentrarsi per correggerne i difetti. Concentrarsi sulla respirazione e diventare unità con l'espirazione è diventare intimi e conoscere la nostra respirazione dall'interno. Così, progressivamente, la respirazione può ritrovare il suo ritmo naturale e in particolare possiamo andare fino al fondo di ogni espirazione senza trattenere nulla.

Venerdì 12 aprile 2002, kusen delle 11:00

Durante zazen non assentatevi dal dojo. Certo non assentatevi restando in camera; ma soprattutto non assentatevi nel dojo: non allontanatevi con i pensieri, non seguiteli, non fatevi trascinare lontano, ma tornate esattamente ad essere presenti qui, in questo luogo, con gli altri, proprio ora. Lasciate cadere tutto ciò che è senza rapporto con ciò, tutte le distrazioni dello spirito. Nella Via del risveglio trasmessa dal Buddha in poi, il punto essenziale è come praticare la Via qui e ora. Come praticare la Via che ci armonizza con la nostra autentica natura e come diventare autenticamente se stessi. Non nelle proprie particolarità individuali, essendo come questo o come quello, con un certo carattere, con un certo gusto, una certa storia, preferenze, avversioni. Ma come armonizzarci con ciò che siamo al fondo, al di là delle nostre particolarità e al di là di tutte le differenze.

Nella pratica trasmessa vi sono due versanti fondamentali, come nelle montagne, che presentano sempre una facciata nord e una sud. La facciata nord di zazen è la pratica della concentrazione mentre la facciata sud è l'osservazione, la comprensione. E' stato spesso insegnato che bisogna innanzitutto praticare la concentrazione, ma quando si ottiene la calma dello spirito allora si può cominciare a praticare veramente l'osservazione. Questo è il punto di vista buddhista in generale, il senso comune. Il punto di vista dello zen, a partire dal sesto patriarca, da Eno, è che i due aspetti della montagna non possono essere separati, ma procedono insieme: concentrazione e osservazione sono come il diritto e il rovescio dello stesso foglio di carta, come il palmo e il dorso della mano, due aspetti che non si possono separare.

Quando il Maestro Deshimaru descriveva la pratica della concentrazione, diceva che innanzitutto occorre concentrarsi sulla verticalità della postura, per poi lasciare passare i pensieri e infine vedere che i pensieri sono senza sostanza. E' chiaro che in questo modo di praticare la concentrazione vi è anche l'osservazione. Per lasciare passare i pensieri bisogna aver già osservato che i pensieri sono presenti, altrimenti ci trascinano a nostra insaputa. E certo per vedere che sono senza sostanza bisogna osservare profondamente che cosa è un pensiero e cos'è l'atto, l'azione di pensare. Cos'è che appare qui e ora e che cosa scompare l'istante seguente. Non a cosa penso, al pasto di mezzogiorno, al tempo che fa, ma che cos'è un pensiero. Se ci concentriamo così allora l'evidenza della vacuità dei nostri pensieri appare. E non c'è più bisogno di fare molto sforzo per lasciarli passare né di impiegare molta energia per concentrarsi. Invece di parlare di "concentrazione" è meglio dire "essere presenti". La presenza significa non distratti, non attaccati a nulla: solo presenti. Invece di parlare di "osservazione", che presuppone un processo laborioso di analisi potremmo piuttosto dire "intuizione", cioè vedere immediatamente. Come quando si aprono gli occhi, ciò che è presente appare immediatamente e non successivamente. Il traduttore del Sutra della Piattaforma impiega il termine "raccoglimento" per "concentrazione" e "conoscenza" per "osservazione". In ogni caso, concentrazione, presenza, raccoglimento designano una sola pratica. Osservazione, intuizione e conoscenza designano egualmente la stessa pratica: l'importante è non separarli. Per questo Eno diceva: “Nell'istante della conoscenza, dell'intuizione, la concentrazione o il raccoglimento consistono in conoscenza, in intuizione e nell'istante del raccoglimento la conoscenza è puro raccoglimento”. E' per questo che nello zen non ci sono tappe, pratiche per principianti e pratiche per monaci. E' la stessa pratica, dal primo all'ultimo zazen. Che lo si pratichi da poco o da trent'anni, l'essenza della pratica è la stessa. Certo, abbiamo più o meno male alle ginocchia, ma l'essenziale è rimanere presenti a ciò che è, senza attaccarsi ad esso, solo vedere e lasciare passare. Poiché se pensiamo che dobbiamo prima esercitarci molto per raggiungere finalmente lo scopo della pratica, questo scopo non sarà mai raggiunto. E' come la freccia di Zenone che non raggiunge mai il bersaglio, perché rimane sempre uno spazio da coprire, perché si rimane prigionieri della dualità. Tra la pratica di ora e il satori, tra noi e il Buddha. L'autentica pratica abolisce questa dualità, così non sbagliate direzione. Altrimenti rimarrete sempre con l'impressione che manchi qualcosa alla pratica. Ma se smettete di creare separazioni potete risvegliarvi in un solo istante.

Venerdì 12 aprile 2002, kusen delle 16:30

Durante zazen non seguite i vostri pensieri. Non intratteneteli. In zazen smettiamo ogni discussione. E per questo il miglior metodo è concentrarsi sulla punta della lingua, sul contatto della lingua con il palato. Così, senza fare uno sforzo speciale per opporsi al dialogo interiore, alla discussione, ogni discorso cessa naturalmente. Se lasciamo il nostro spirito dibattere senza sosta del pro e del contro, opponendo quello che amiamo a quello che non amiamo, allora non facciamo che rafforzare i nostri attaccamenti. Concentrarsi sulla verticalità della postura è anche concentrarsi sulla rettitudine dello spirito. Nel Sutra di Vimalakirti è detto che la rettitudine dello spirito è la Terra Pura, cioè la condizione dello spirito nella quale non ci attacchiamo ai fenomeni che sorgono di istante in istante. Li vediamo come dei miraggi prodotti dal calore o delle onde sollevate dal vento. Se osserviamo così ciò che appare e scompare di istante in istante, non abbiamo bisogno di voler cacciare le nostre illusioni né di voler arrestare i nostri pensieri. Dobbiamo realizzare uno spirito che non ristagni su nulla. Anche la postura deve essere flessibile: benché sia una postura immobile, non è una postura rigida o bloccata. Respiriamo con tutto il corpo, ma il corpo non è né teso né rilassato. Tutta la libertà di zazen è realizzata quando non vogliamo più nulla: né afferrare l'oggetto dei nostri pensieri, dei nostri desideri, né smettere di pensare e rimanere nel non pensiero. Se siamo seduti senza nessuna intenzione particolare, allora la pratica è già liberazione. Se non perseguiamo nessun oggetto di pensiero, non è perché esiste un attaccamento al non-pensiero, al vuoto, ma semplicemente perché non abbiamo bisogno di nulla, poiché la pratica di ogni istante è sufficiente essa stessa. Essere completamente presenti ad ogni istante, allora nulla manca. E non vi è in definitiva nulla dal quale occorra distaccarsi.

Venerdì 12 aprile 2002, mondo

- Volevo chiederti se potresti parlarci dello spirito del principiante.

- E' l'autentico spirito di zazen, cioè uno spirito che non trattiene nulla. Uno spirito autenticamente libero senza nessuna idea a priori, che non sa nulla a proposito dello zen, che non cerca di far somigliare la pratica a qualcosa di immaginario, che crede di sapere: è lo spirito completamente aperto, senza nulla, il vero spirito di zazen. Non ha nulla a che vedere con l'essere principianti o meno. Si suppone con questa espressione che i principianti non sappiano nulla, che abbiano lo spirito completamente nuovo, aperto. E quindi possono essere toccati direttamente dall'esperienza di zazen, senza cercare di farla entrare in una ideologia, in una dottrina. Attualmente non è così perché spesso i principianti hanno letto molti libri sullo zen, sul buddhismo e, dopo molte letture, avendo già quindi molte idee, vengono a praticare. La prima cosa da fare è dimenticare quello che si è letto, fare esattamente l'esperienza di zazen, senza volere imitare alcunché. Anche se si sono ricevuti molti insegnamenti, il cuore stesso di tutti gli insegnamenti è in definitiva abbandonare l'insegnamento stesso. L'insegnamento è giusto il dito che mostra la luna: se ci attacchiamo al dito non possiamo arrivare a vedere la luna che è nel cielo. Lo spirito del principiante consiste nel non guardare il dito, ma l'insegnamento consiste nel far vedere la luna. L'insegnamento è importante perché mostra la direzione, ma non bisogna attaccarsi all'insegnamento. Bisogna guardare in che direzione l'insegnamento ci invita. Allora, volevi sapere altro?

- No.

- Se si parla troppo dello spirito del principiante, alla fine non può più esserci uno spirito del principiante. Tutti hanno proprie idee sullo spirito del principiante: diventa un paradosso.

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- Nella mia vita trovo difficile ridurre il desiderio. Quando mi applico a qualcosa, si libera subito in qualcos'altro.

- Cosa significa?

- Per esempio se cerco, se faccio attenzione di non fumare più, immediatamente mi viene molta fame e mangio molto. E' sempre così...

- Allora bisogna ritrovare lo spirito del principiante! Lo spirito del principiante è lo spirito che ci mette in contatto con la nostra autentica natura. Lo spirito non limitato da nulla: è lo spirito senza frustrazioni e se non siamo frustrati non abbiamo bisogno di accumulare tanti desideri. Se proviamo il bisogno di fumare (naturalmente spesso questa è un'abitudine sociale eh, che abbiamo cominciato e non riusciamo a smettere); ma, come nello spirito di chi fuma, c'è l'illusione che senza sigarette manchi qualcosa: non è possibile riflettere, concentrarsi, fare qualcosa senza fumare. E questo evidentemente è falso: è l'illusione che senza un oggetto di desiderio non possiamo essere noi stessi. Allora abbiamo bisogno di riempirci: fumare, mangiare del cioccolato, insomma abbiamo sempre bisogno di qualcosa, di colmarci. Perché al fondo c'è una frustrazione: non siamo veramente felici, soddisfatti nella vita e per questo corriamo dietro agli oggetti come fossimo drogati.

Lo spirito del principiante, nella pratica di zazen, è lo spirito che ci permette di entrare veramente in contatto con la nostra autentica natura, di farne l'esperienza, al di là dei pensieri e delle idee che ce ne facciamo. E quella esperienza è l'esperienza della pienezza, nella quale non c'è mancanza: quindi non c'è bisogno di aggiungere qualcosa, né conoscenza, né oggetti di desiderio (oggetti di desiderio di ogni tipo, non soltanto cioccolato o tabacco, ma molte altre cose).

- Nel campo d'estate, in sesshin, ci si riesce, ma nella vita quotidiana come possiamo riuscirci?

- Bisogna cercare di vivere ciascun istante della vita quotidiana come in zazen, senza differenze. Quando cucini, fai le commissioni, guidi la tua automobile, quando pulisci in casa: fai come se tu fossi al campo d'estate! Cioè essendo pienamente insieme a quello che fai, senza pensare che sia una lavoro penoso, che occorra sbrigarsi al più presto, per poi poter perseguire un altro oggetto di desiderio. Si tratta di essere completamente qui e ora. Questo è il senso del campo d'estate. Ma se porta a creare un'opposizione tra quello che avviene nel campo estivo, nella sesshin e la vita quotidiana allora crea una nuova frustrazione: è assurdo!

Sesshin significa diventare intimi col proprio vero spirito, questo autentico spirito è sempre presente, nel métro, in automobile, non è solo lì nel dojo; ma nelle condizioni del dojo è più facile realizzarlo. Ed è vero che nella vita quotidiana è più difficile: per questo occorre cercare di non avere troppe attività, non bisogna essere troppo stressati, correndo sempre dietro a qualche cosa, e prenderci il tempo di essere veramente insieme a quello che facciamo. Senza giudicare questo è bene questo non è bene, e intendo "bene" nel senso di gratificante.

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- Una domanda sulla libertà. Io penso di essere una persona molto libera, e però con la mia libertà non vorrei toccare nessuno. Eppure anche così ...

- Cosa intendi per toccare?

- Fare del male. Eppure, anche facendo attenzione, qualcuno viene toccato dalla mia libertà.

- Ad esempio? C'è qualcuno che vuole attaccarsi a te e tu rimani libera?

- Molte persone.

- Oh la la! [risate]

- Non solo uomini.

- Anche delle donne? [risate]

E' meglio attaccarsi ad una sola persona: così puoi dire “sono già occupata, non sono libera”. E' per limitare i danni: solo un attaccamento. [risate]

- [ridendo]: ... e beh, allora, ... niente, non chiedo più niente.

- Tu devi interrogarti sul vero senso della libertà: che cos'è?

- Quello volevo chiedere.

- E' non dipendere da te stessa. Ma è soprattutto interiore. Non vuol dire sfuggire dalle relazioni con gli altri: vuol dire semplicemente “se stessi non attaccati”. Questo non significa mancanza di relazioni: ma stabilire delle relazioni sulla base del dono, della generosità, non dell'attaccamento. Non so cosa tu intenda per libertà.

- La libertà che si ha dentro.

- Ma la libertà da cosa?

- ... Bella domanda! Proprio nei rapporti con le persone, i familiari, gli amici: in tutti i sensi comunque.

- E allora cosa succede in questi rapporti? Per te.

- Mi sembra che tante volte, quando qualcuno ha bisogno, anche se sono disponibile, a un certo punto mi accorgo che devo andare, comunque. E questo comunque alle volte mi dispiace, perché comunque ho bisogno di pensare anche a me, non solo agli altri. Però forse questo può anche far male!

- C'è qualcuno che si attacca a te e tu gli dici “no, mi devo occupare di me stessa”?

- Sì, succede, tante volte.

- Come ti ho detto all'inizio, la cosa migliore è concentrarsi su una sola persona e approfondire la relazione con una persona. Senza aver paura di perdere la propria libertà. Perché a volte voler mantenere la propria libertà è completamente egoista. Serve solo a soddisfare i propri desideri, mentre credo che la nostra vera libertà sia proprio essere al di là dei nostri desideri personali. La vera libertà è la libertà che utilizziamo per diventare veramente noi stessi: per risvegliarci veramente. A quel punto possiamo essere in una relazione veramente libera con gli altri, ma senza far soffrire: rimanendo attenti anche agli altri, ai loro bisogni, evitando di utilizzarli come oggetti dei nostri desideri.

Spesso quando si va da un partner all'altro, ad esempio, finché l'altro soddisfa i nostri desideri va bene, quando abbiamo un desiderio più forte ce ne andiamo. Possiamo fare questo tutta la vita, effettivamente facciamo soffrire gli altri, e non credo che si possa essere veramente se stessi in questo modo. Credo ci siano molte illusioni a proposito della libertà. A che cosa serve, prima di tutto? Se è solo per seguire i nostri desideri, oppure per realizzare veramente l'essenziale del perché siamo sulla terra. Cioè realizzare ciò che fa sì che non abbiamo più bisogno di correre dietro ad ogni sorta di desideri. E che una sola persona, per esempio un solo partner, basta a soddisfare tutti i nostri desideri. Un solo uomo è tutti gli uomini. Una sola donna è tutte le donne. Non c'è bisogno di collezionare. E' un'esperienza molto più profonda.

D'accordo? Devi provare!

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- Volevo sapere se il Bardo Todol può essere utilizzato anche dal praticante zen, per aiutarlo nel passaggio verso la morte. O se ha altrimenti qualche altro conforto spirituale da parte degli altri praticanti. O se è completamente solo in questo passaggio.

- No, certamente dipende dalle circostanze, ma nello zen quelli che sono morenti, malati molto gravemente, che soffrono molto, sono accompagnati dagli altri. Per esempio qui ci sono delle persone del Dojo di Clarence che hanno accompagnato per diversi giorni un praticante del dojo, hanno fatto zazen con lui, attorno al suo letto, per molti giorni. No, assolutamente non soli: accompagnati da zazen.

- E una volta morto?

- Una volta morto, facciamo una cerimonia: in questa cerimonia preghiamo affinché questa persona continui il suo cammino verso il risveglio. E dedichiamo tutti i meriti della pratica di ciascuno per aiutarlo. Per quanto riguarda il Bardo Todol, è un testo del Buddhismo Tantrico che non utilizziamo nello zen. Ma possiamo dire che la pratica dello zen nel quotidiano è la pratica del Bardo Todol: ma non bisogna aspettare di essere in punto di morte per praticare questo. E' qui e ora, in ciascun istante: è allo stesso tempo un'occasione di essere intrappolati dalle proprie illusioni ma anche un'occasione di risvegliarsi. Bisogna riconoscere queste occasioni di risveglio in ciascun momento, non soltanto studiare come risvegliarsi dopo la morte! Perché la trasmigrazione avviene continuamente, da un istante all'altro. Per esempio durante un'ora di zazen lo spirito attraversa ogni tipo di bardo. Secondo i pensieri ai quali ci attacchiamo, le illusioni che sorgono. Si rinasce da un istante all'altro, in un mondo diverso, seguendo la natura dei propri attaccamenti. Allora bisogna imparare a riconoscere questo: dove si è? Dove sei ora? In che mondo? In che mondo vivi ora? Attraverso i tuoi pensieri, attraverso i tuoi desideri, le tue emozioni.

- Questo sulla reincarnazione?

- Certo: è ad ogni istante! Quindi se impariamo ad essere vigilanti e a riconoscere dove siamo ad ogni istante della vita, se ci troviamo davanti a esperienze al di là della morte, esperienze di reincarnazione, non abbiamo bisogno di pensare al Libro dei Morti: perché ne conosciamo già l'esperienza, la riconosciamo esattamente, sappiamo cosa succede. E' la nostra pratica: cioè il “Libro della Vita”. Perché la vita è vita e morte, sempre: un istante muore e un altro istante nasce. Pensa a questo!

- Grazie.

Venerdì 12 aprile 2002, kusen delle 20:30

Dopo la prima giornata di sesshin, lo zazen della sera è molto concentrato. Ognuno può diventare veramente intimo con se stesso. In questa intimità non c'è separazione tra lo spirito che osserva e se stessi osservati. Questa intimità è proprio non prendere se stessi come oggetti di osservazione, vedere che se stesso è inafferrabile, che non è un oggetto, una cosa, che questo non può nemmeno essere osservato. Allora l'intuizione giusta appare. In questa pratica di concentrazione, la concentrazione è come una fiamma e l'intuizione ne è la luce. Tra la fiamma e la luce non vi è separazione: la luce è semplicemente l'attività della fiamma, come l'intuizione è l'attività della concentrazione. Quando diventiamo la postura stessa, la respirazione stessa, quando cessiamo di offuscare noi stessi; lo spirito diventa chiaro: è il chiarore del vuoto, lo spirito che non dimora su nulla, che non si lascia oscurare da nulla, che brilla senza attaccarsi agli oggetti. Praticare così, sperimentare ciò, è tornare alla fonte, ciò che precede la creazione di ogni separazione.

Sabato 13 aprile 2002, kusen delle 7:00

Questa mattina quando ci siamo alzati, la neve ha cominciato a cadere. Ora ricopre tutto e presto si scioglierà con il sole e la primavera: tornerà acqua. La nostra pratica è così. La neve cade senza pensieri, senza intenzione particolare: come noi quando ci sediamo in zazen. All'inizio di zazen prendiamo la postura, ci concentriamo ad estendere bene la colonna vertebrale, la nuca e rientriamo il mento. Ma con l'abitudine della pratica, questo modo di sedersi diventa naturale: non abbiamo più tanto bisogno di pensare alla postura. Il tono del nostro corpo si corregge naturalmente, la respirazione si fa naturalmente più calma, più profonda e finalmente in ultimo noi facciamo zazen.

Zazen si fa al di là della nostra volontà, senza pensieri; anche se dei pensieri sorgono. Non ci pensiamo volontariamente, non giudichiamo i pensieri, rimaniamo senza pensieri, anche al centro dei pensieri che appaiono e scompaiono. Ciò pensa al di là di se', non ci si identifica con questi pensieri, si lascia passare.

La neve ricopre tutto e l'apparenza delle cose torna a ku. I colori sono aboliti, tutto diventa bianco, anche le forme sono nascoste, il paesaggio è completamente trasformato, possiamo così realizzare che l'apparenza delle cose non è qualcosa di fisso, proprio come il nostro spirito, il nostro corpo in zazen. Anche le nostre sensazioni, percezioni, i nostri pensieri non hanno alcuna forma fissa. Sorgono dal nulla e tornano al nulla. Tutti gli oggetti dei nostri desideri e della nostra avversione in realtà non hanno alcuna stabilità, alcuna forma fissa.

Se realizziamo questo intimamente, possiamo distaccarcene. Questo vuol dire essere meno possessivi, avere una maggiore libertà nei confronti degli oggetti. Possiamo così realizzare lo spirito senza fissazioni, che è l'autentica natura del nostro spirito. Quando non ci fissiamo su un pensiero, la concatenazione dei pensieri si ferma e lo spirito è liberato da essa. Questa liberazione dai nostri legami è diventare simili al Buddha. Questo non vuol dire essere senza relazione, ma senza relazioni basate sull'attaccamento, l'egoismo. Proprio come la neve, il ghiaccio che sotto il sole della primavera si scioglie, ritorna acqua corrente, che scende liberamente la china.

Sabato 13 aprile 2002, kusen delle 11:00

Non dimenticate di oscillare sette otto volte da sinistra a destra e da destra a sinistra prima di prendere la postura; poi fate gasshô inchinandovi bene in avanti; riportando la mano sinistra nella mano destra: poi ci raddrizziamo e manteniamo il bacino inclinato in avanti.

E' importante ripetere questi gesti all'inizio di ogni zazen, senza dimenticarli e senza che diventino meccanici. Ieri qualcuno ha parlato dello spirito del principiante: lo spirito del debuttante passa attraverso la pratica con il corpo. Che vuol dire ritrovare dei gesti nuovi, anche se sono antichi: bisogna farli ogni volta come se fosse la prima volta, cioè essendo completamente presenti col proprio corpo.

All'inizio di zazen non dimenticate ugualmente di inspirare ed espirare profondamente due o tre volte, prima di riprendere il ritmo naturale della vostra respirazione. Invece di seguire i vostri pensieri, pensate a seguire la vostra respirazione. L'inspirazione e l'espirazione ritmano la nostra vita. Quando abbiamo inspirato, non possiamo ritornare su questa inspirazione, come il tratto della calligrafia: ciò che è fatto è fatto, è così. Così è meglio concentrarsi ad ogni istante, per consentire alla respirazione di diventare ampia, e all'espirazione di andare fino al fondo e non arrestarsi in alto.

Nell'insegnamento dello zen si parla spesso dello spirito, ad esempio praticare una sesshin è diventare intimi col proprio spirito.

In realtà quando siamo seduti in zazen e volgiamo la nostra attenzione verso l'interno, se vogliamo osservare il nostro spirito in realtà ciò che osserviamo sono dei pensieri, delle sensazioni, talvolta piacevoli, talvolta sgradevoli. Percepiamo dei suoni, delle forme, degli odori, dei desideri, talvolta della collera, se zazen dura troppo a lungo. Tutte queste sono manifestazioni del nostro spirito, ma lo spirito stesso è inafferrabile, proprio come la vacuità.

Si parla sempre di ku, la vacuità. La vacuità è ciò che non può essere percepito, che non può essere afferrato. Ciò che noi possiamo vedere sono delle forme: le forme sono vacuità e la vacuità resta invisibile, come lo spirito.

Anche nel Cristianesimo, si dice che il mondo è creazione di Dio, ma Dio resta invisibile, ovunque presente, ma inafferrabile. Per ciò che è l'essenza della nostra vita è così. E il fatto che essa sia inafferrabile non dovrebbe essere rimpianto. Non è qualche cosa: allora possiamo dire che è infinita e illimitata, ma anche infinito e illimitato sono solo parole per cercare di designare ciò che ci sfugge, ciò che non possiamo rinchiudere.

Praticare zazen è proprio smettere di voler afferrare alcunché, non è questione di esaminare il proprio spirito, ma semplicemente di sentire che è inafferrabile ed armonizzarsi con questo. Smettendo di voler afferrare qualche cosa.

Taluni parlano di purificare il proprio spirito, in questo senso la pratica della meditazione sarebbe un metodo di purificazione, ma in realtà ciò che non può essere afferrato non può neanche essere macchiato e non ha bisogno di essere purificato.

Allora possiamo realizzare che il nostro stato naturale è puro fin dall'origine e questo è l'insegnamento essenziale del sesto patriarca. Bisogna solo evitare di creare della lordura attaccandoci a un'idea della purezza, opponendo il puro all'impuro. Semplicemente concentrarsi sulla pratica e non creare separazioni.

Quando ci concentriamo sulla postura immobile, come ho già detto ieri nell'immobilità, questa non deve diventare rigida. La vera immobilità consiste nel non seguire il movimento del nostro spirito, lasciar passare. Il Maestro Eno diceva: “L'immobilità consiste nel non percepire gli errori degli altri, significa smettere di agitare la propria lingua per criticare gli altri.

Sabato 13 aprile 2002, kusen delle 16:30

Quando pratichiamo zazen ci concentriamo ad essere solamente seduti, senza nulla aggiungere alla concentrazione della postura, senza nulla aggiungere alla presenza, alla respirazione. Se siamo realmente completamente seduti, allora tutti gli ostacoli scompaiono, è il senso di essere autenticamente seduti, stabili nella propria postura, radicati. Dobbiamo essere seduti come le montagne, che accolgono la neve, la pioggia, il sole senza muoversi; che lasciano passare le nuvole, che lasciano scorrere l'acqua senza trattenere nulla.

Il Maestro Eno diceva: “Quando all'esterno alcuna nozione non si aggiunge agli oggetti, allora siamo veramente seduti, quando all'interno vediamo la nostra autentica essenza originaria senza la minima confusione, allora possiamo parlare di meditazione”.

Lo za di zazen è essere seduti così. Senza chiudere gli occhi, senza chiudere le orecchie, né il naso, rimaniamo completamente aperti al mondo che ci circonda, ma non creiamo dei concetti, delle nozioni. A proposito di ciò che esercitiamo, è ritrovare lo spirito nuovo ed è anche valevole nella vita quotidiana. E' incontrare qualcuno senza, al tempo stesso, immaginare “questa persona è così oppure in quest'altro modo”, ma vedere la persona così come appare, senza proiettare le nostre interpretazioni, i nostri giudizi.

E' anche vedere la luna così come appare nel cielo: quando siamo tristi troviamo che la luna sia triste, quando siamo gioiosi troviamo la luna gioiosa. Ma la luna non è né triste né gioiosa, brilla con calma nel cielo, al di là delle nostre nozioni, al di là dei nostri pensieri.

Dunque lo za dell'essere seduti non concerne solo la postura seduta, ma è anche essere seduti quando camminiamo e in tutti gli aspetti della vita quotidiana, rimanere seduti. Non proiettare le nostre fabbricazioni mentali sul mondo che ci circonda, se ciascuno potesse essere seduto nella vita ci sarebbero sicuramente molti meno conflitti e difficoltà tra gli uomini. E' dunque urgente sedersi e vedere le cose e gli esseri così come sono, non come li immaginiamo.

Il Maestro Eno diceva che lo zen di zazen, il meditare, è vedere l'essenza originaria senza confusione: cioè risvegliarsi alla nostra autentica natura, che è sempre presente, ma che ignoriamo. Poiché ci identifichiamo con i nostri pensieri, dobbiamo ritornare alla fonte di questi pensieri. Quando pratichiamo così, quando viviamo così, allora la concentrazione significa non attaccarsi agli oggetti esterni, non è la concentrazione del ladro che fa uno sforzo intenso per impadronirsi di un tesoro: ma è comunque rimanere centrati come nella postura seduta, non lasciarsi sedurre dagli oggetti e lasciare che la confusione interiore si dissipi, cioè smettere di prenderci per quello che non siamo.

Una rana in fondo a un pozzo guarda il cielo e lo vede come un piccolo cerchio blu. Spesso noi siamo così: vediamo la realtà come un piccolo cerchio, come se lo guardassimo attraverso una cannuccia.

Quando pratichiamo zazen senza aderire alle nostre fabbricazioni mentali, cioè essendo veramente seduti, allora possiamo vedere il cielo così com'è. E il nostro spirito diventa come il vasto cielo, non si lascia ridurre in un piccolo cerchio.

Sabato 13 aprile 2002, mondo

- Una domanda a proposito dei precetti. Si dice che la pratica dei precetti scaturisce da zazen. Allora sforzarsi di seguire i precetti è una forzatura nella pratica della Via? Per esempio riguardo al primo precetto, spesso a casa io faccio attenzione a non uccidere i ragni, le formiche; però quando ci sono le zanzare, mi infastidiscono e le uccido.

- Allora fai delle differenze. Non vuoi fare fuse del tuo sangue.

- Eh! [risate] Allora mi chiedo “ok, verrà un momento in cui accetterò l'esistenza delle zanzare?” E devo accettare che per il momento uccido le zanzare? Oppure devo fare uno sforzo? E spesso non si tratta solo di zanzare, ma di rapporti umani.

- E' meglio fare uno sforzo. Ma al tempo stesso osservare il tuo spirito: cosa succede quando tu alzi la mano per uccidere una zanzara. Vuol dire non accettare un piccolo fastidio, non è grande cosa. Questo non vuol dire che bisogna lasciarsi uccidere! Se qualcuno vuole ucciderci bisogna difenderci. Ma per la maggior parte del tempo uccidiamo perché non accettiamo l'altro. Uccidiamo un animale, un ragno per esempio, perché ci fa paura. Allora bisogna esercitarci a non uccidere: credo sia una buona pratica. Ad esempio spesso ci sono dei grossi ragni, neri: quando li vediamo vicino al nostro letto pensiamo “ah, mi morderà”. Un giorno un monaco mi raccontò, alla Gendronnière, che aveva visto un ragno nella sua camera, grosso, e aveva voluto ucciderlo, ma l'aveva mancato. Esattamente il giorno dopo aveva un occhio enorme. [risate] E' perché il ragno ha molta intuizione! Aveva capito che lui voleva ucciderlo ... d'altronde non c'era stato bisogno di molta intuizione, perché il monaco gli era corso dietro per ucciderlo! [risate]

Al contrario se non uccidi i ragni, non ti toccano, sono molto gentili. A volte io li intrappolo con un bicchiere e un pezzo di carta: e allora si può veramente vedere da vicino quello che ci faceva tanto orrore e dire “è interessante un ragno, intrappolato”. E' necessario fare degli sforzi, perché uccidiamo troppo, inutilmente. Certamente non si può, in modo assoluto, non uccidere. Ad esempio quando camminiamo nell'erba e anche quando mangiamo: se mangiamo un frutto, un pomodoro, uccidiamo un essere vivente! Allora non possiamo essere assoluti nel non uccidere. Ma penso che occorra uccidere il meno possibile: evitare di uccidere. All'inizio è uno sforzo: ma se siamo veramente ispirati dallo spirito di zazen, allora possiamo sentirci in comunione con gli esseri viventi. Anche il ragno, possiamo provare della simpatia, essere in comunione con lui. Anche la zanzara. Solo che la zanzara è più innervosente zzzzzzz ... ma la zanzara ha bisogno di nutrirsi.

Ci sono dei bodhisattva che si sono tagliati un braccio per donarlo alla tigre, perché moriva di fame e non poteva allattare i suoi piccoli. Poi il bodhisattva che aveva fatto questo è diventato il Buddha Shakyamuni. E noi che siamo dei monaci non possiamo donare una goccia di sangue a una zanzara: bisogna fare uno sforzo!

Ma penso che con la pratica ci sia sempre meno bisogno di fare sforzo. Normalmente i precetti riflettono la saggezza e la comprensione di zazen. Se la nostra pratica di zazen diventa più profonda, i precetti diventano naturali, non uno sforzo di volontà: è il contrario che non è naturale. I precetti sono l'espressione della nostra autentica natura: essere uno con gli esseri viventi, e se ci sentiamo uno con gli esseri viventi non è possibile fare del male! Allora i precetti sono rispettati automaticamente e naturalmente, senza sforzo. Quando dobbiamo fare uno sforzo è perché non ci sentiamo uno con. Non possiamo diventare la zanzara, non è possibile: ma dobbiamo diventare la zanzara, è la realtà.

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- Vorrei sapere la funzione dei sutra.

- I sutra che cantiamo o i sutra che studiamo?

- Quelli che cantiamo, gli altri non li ho studiati.

- A proposito della funzione ... innanzitutto un sutra è la parola del Buddha, l'insegnamento del Buddha, trascritto. Allora tutti i sutra sono l'espressione della saggezza del Buddha. In genere bisogna studiare i sutra per approfondire questa saggezza e metterla sempre in relazione con la nostra pratica di zazen.

Cioè non comprenderla come una filosofia straniera, esotica, ma che cosa Buddha mi dice, cosa vuol dire per la mia vita, ora: attraverso la mia pratica di zazen. Questo è il modo di studiare i sutra. Il modo di cantarli dopo zazen è innanzitutto un esercizio di respiro, di respirazione. Si cantano i sutra concentrandosi completamente sull'hara, sotto l'ombelico, si canta a partire dall'hara. “kan ji zaï bo satsu gyo jin ...” Per quanto riguarda la funzione di cantare... non abbiamo il tempo in quel momento di riflettere sul significato: è un esercizio di concentrazione sul respiro e sulla voce. Permette di approfondire la respirazione di zazen. E permette anche di imparare ad armonizzarsi con gli altri. A volte sentiamo persone che cantano come fossero del tutto sole, cantano più forte, allora sentiamo la loro voce, più veloce, più alta e vediamo che non cercano assolutamente di armonizzarsi. Generalmente sono persone un po' disturbate, l'abbiamo notato, si nota proprio nella vita. In fondo la pratica giusta del sutra è di fondere la propria voce con quella degli altri, non si distingue da quella degli altri: armonizzarsi con gli altri.

La funzione del sutra è anche di passare dal silenzio di zazen alle parole della vita quotidiana. Prima di parlare, si apre la bocca per pronunciare le parole del Buddha. E lì esprimiamo al tempo stesso l'essenza dell'esperienza di zazen. Ma di certo se non l'hai studiato non puoi capirlo, devi studiare il senso.

Traducete in italiano l'Hannya Shingyo con i commenti del Maestri Deshimaru?

- Traduttore: sto facendolo.

- Stai facendolo, ecco. Bisogna aspettare ancora un po'..

- Forse, conoscendo il significato, uno lo recita in modo più profondo?.

- Dove pratichi?.

- Al Dojo di Torino..

- Allora è bene di tanto in tanto studiare i sutra a Torino. Per esempio l'Hannya Shingyo è bene riprenderlo ogni tanto. Quando ci sono un po' di principianti, prendere il testo: non c'è tempo di trattare tutti i dettagli, ma almeno l'essenziale. Una volta l'Hannya Shingyo, una volta i quattro voti del bodhisattva, Ji Ho San Shi, il Sutra del kesa: tutti i sutra che si cantano. Non ce ne sono tantissimi... Dai sai geda puku, Hannya Shingyo, i quattro voti, dopo eventualmente Bussho Kapila. E' bene inoltre che la traduzione sia sempre disponibile e una volta al mese potete prendere un sutra e commentarlo. Le persone lo leggono prima e poi vengono con delle domande: cos'è lo skanda? cosa vuol dire bodhisattva?

- Posso fare un'altra domanda?.

- Respira! Sei un po' teso.

- Quando la pratica porta uno stato di pace, ad un certo punto non si sente il bisogno di nulla, quindi ad esempio possono cessare le esigenze quali avere una relazione sentimentale?.

- In ogni caso può cambiare natura. Perché evidentemente durante zazen, nella pratica stessa, non c'è bisogno di nulla. Soprattutto quando si dice che non c'è bisogno di nulla vuol dire nessun bisogno di ottenere qualcosa attraverso la pratica; nessun bisogno di cercare, facendo zazen, di ottenere un'illuminazione speciale. Quando si dice che in zazen non c'è bisogno di nulla, è per liberarsi dello spirito che vuole sempre qualcos'altro rispetto a quello che c'è. In zazen facciamo solo zazen. Ma nella vita quotidiana non vuol dire diventare completamente ascetici, senza relazioni sessuali, sentimentali. Ma se si pratica zazen queste relazioni possono essere purificate. Cioè i nostri sentimenti possono diventare più altruisti, più attenti anche alla felicità degli altri. Non soltanto “amo quella persona perché provo piacere con lei” cioè delle ragioni egoistiche, ma anche il desiderio di donare, condividere. E se anch'essa è una persona che pratica allora si tratta di camminare insieme, di incoraggiarsi nella pratica. Penso che tutti in fondo desiderino seguire la via spirituale: in una relazione sentimentale è importante che quella dimensione si esprima, per condividerla. In altre parole zen non significa non aver bisogno di relazioni, vuol dire invece trasformare i nostri bisogni in un bisogno più puro: non vedere l'altro solo come un oggetto di soddisfazione.

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- Mi è capitato in diverse sesshin di incontrare una persona ai samu in cucina e mi ha colpito il fatto che avesse le mani sporche. In un samu, dove io ero responsabile di cucina, questa persona si è presentata per tagliare le verdure che mangiavamo crude: quando l'ho vista, la prima cosa che ho pensato è che non la volevo per il mio samu e che eravamo già abbastanza, se poteva andare ad un altro samu.

- Perché non gli hai semplicemente chiesto di lavarsi le mani? E' semplice!

- Perché ha lavato le mani, ma non erano solo le mani: erano le unghie sporche.

- E allora doveva pulirsi anche le unghie!

- E io gli ho detto questo, ma non ci siamo capiti, la persona si è seduta per tagliare le verdure e mi ha colpito il fatto che era molto concentrato per fare questo samu, molto attento e il suo spirito era buono. E non ho capito come una persona così attenta, concentrata poteva essere... poteva presentarsi con le mani così...

- Perché ha sempre incontrato delle persone come te! Ci sono persone che non l'hanno educato! Delle volte bisogna cominciare nell'insegnamento dello zen e si ha l'impressione di essere come alla scuola materna. Adesso alla scuola materna non insegnano più ai bambini a pulirsi le unghie o a soffiarsi il naso, allora adesso arrivano a trent'anni in un dojo e bisogna dirgli “beh, sapete, sarebbe meglio che vi puliste le unghie e vi soffiaste il naso”: è il problema dell'educazione ora. Spesso non si sanno le cose e allora bisogna dire le cose semplici. E' un errore tuo: toccava a te dirglielo. Non continuare così.

- No, io volevo dirlo, ma mi sembrava così delicato...

- Non era delicato. Bastava dirlo gentilmente. E' una questione di igiene anche. E' una funzione normale del tenzo di dire questo.

- Io non ero responsabile della cucina, non sapevo se dovevo dirlo io...

- Oh tu puoi dirlo, o se non osi dirlo, puoi dirlo al tenzo. Un giorno al Dojo di Nizza è arrivato uno, una specie di hippie, che aveva l'abitudine di camminare a piedi nudi per strada. Lo shusso non ha osato dire nulla e quello è arrivato coi piedi neri nel dojo dove c'era una bella moquette bianca! E lasciando le sue tracce! [risate] Quando sono arrivato e ho visto questo ero orripilato, gli ho detto “esci subito, vatti a lavare i piedi! e non venire più senza esserti lavato i piedi!” Allora lui ha detto “scusatemi” ed è andato a lavarsi i piedi. E' idiota non osare dire le cose così.

Domenica 14 aprile 2002, kusen delle 7:00

Questa mattina ci saranno le ordinazioni. Le cerimonie di ordinazione iniziano tutte con la presa di rifugio nei Tre Tesori, l'espressione della nostra fede nel Buddha, nel Dharma (l'insegnamento) e nel Sangha (la comunità). Ma cosa sono realmente questi tre tesori? Certo c'è il Buddha Shakyamuni. Certo c'è l'insegnamento del Dharma, le quattro nobili verità, le dodici cause interdipendenti, le sei paramita, eccetera. Ma dal punto di vista dello zen, i Tre Tesori sono contenuti nella pratica di zazen. E' la fonte di questi tre tesori. La pratica nella quale possiamo ritrovarli.

Il Buddha è colui che si è risvegliato in zazen: quando diciamo di prendere rifugio nel Buddha, prendiamo rifugio nello zazen che è esso stesso pratica del risveglio. Questo vuol dire che zazen, lo zazen che è esso stesso risveglio, diventa il nostro maestro, diventa il Buddha che seguiamo. La funzione del maestro non è altro che riportare gli esseri umani in contatto con questo. Evitare di prendere rifugio in vie errate, di ingannarsi a proposito della pratica della Via. A questo proposito il Maestro Eno diceva: “Colui che ha preso rifugio nel risveglio, non produce più errori, ha pochi desideri ed è sempre soddisfatto, si è distaccato dai beni materiali, allontanato dalle forme desiderabili e costui si chiama il più venerabile tra gli esseri risvegliati”. Prendere rifugio non vuol dire andare a nascondersi tra i boschi, imboscarsi, ma mettersi al riparo dagli errori. Prendere rifugio contro se stessi, contro le proprie illusioni, le illusioni del nostro ego, ma lasciarsi illuminare attraverso la pratica giusta di zazen. Quando è lo spirito di zazen che ci illumina, che ci guida, allora lo spirito può ritrovare l'atteggiamento giusto di istante in istante. Anche se talvolta commettiamo degli errori, anche se talvolta trasgrediamo i precetti, ce ne accorgiamo rapidamente, ci correggiamo rapidamente. E se abbiamo pochi desideri, pochi bisogni, è perché abbiamo trovato l'autentica soddisfazione.

Come diceva il Maestro Ryokan: “Miei cari amici, voi che ricercate la Via, per essere veramente felici non abbiamo bisogno di molte cose. Solo una cosa è necessaria: realizzare la propria autentica natura, che è il senso della nostra vita.” Così, prendendo rifugio nel Buddha, non cercate un Buddha all'esterno di voi, ma realizzate lo zazen del Buddha. Anche se studiate tutti gli insegnamenti, studiateli attraverso la vostra pratica di zazen e della vita quotidiana, concretamente e senza speculare. Per quanto riguarda il Sangha, è la comunità di coloro che seguono questa Via e si incoraggiano, si stimolano mutuamente per praticarla. Tutto quello che avviene nel Sangha, dovrebbe essere una occasione di approfondire la nostra pratica. Certo, anche gli errori. Poi, prima di ricevere i dieci precetti, cantiamo il Sangemon, il Sutra del pentimento, che consiste nel prendere coscienza dei propri errori passati, dovuti alla nostra avidità, alla nostra ignoranza, al nostro odio. Pentirsene non vuol dire coltivare il senso di colpa, ma comprendere veramente gli errori e decidere di cambiare: è una conversione dello spirito, cambiare direzione. Ma l'autentico pentimento è la pratica di zazen. Poiché in zazen l'avidità, l'ignoranza, l'odio sono abbandonati, non governano più il nostro spirito né il nostro corpo.

Così il Maestro Eno diceva: “Cari amici, quando passato presente e avvenire, nessun istante di coscienza è macchiato dall'avidità, i nostri vecchi atti negativi scompaiono d'un colpo. E vi è pentimento dal momento in cui nella nostra essenza si aboliscono. Quando passato presente e avvenire, nessun istante di coscienza è lordato dall'ignoranza, allora tutte le vecchie menzogne si aboliscono. E quando passato, presente e avvenire, nessun istante di coscienza è macchiato dall'odio, tutti gli stati aggressivi scompaiono. E vi è pentimento dal momento in cui nella nostra essenza si aboliscono.

Così, in questo senso, l'autentico pentimento non è solo una decisione della volontà, ma l'effetto della pratica di zazen, che converte il nostro spirito, riportandoci alla nostra autentica essenza ed è questa che ci purifica dai nostri tre veleni. Se comprendiamo in questo modo il pentimento, significa che con tutto il nostro corpo, con tutto il nostro spirito ci rifiutiamo di commettere il male. E ci impegniamo a praticare solo il bene. Questi sono i voti puri e sono i primi tra tutti i precetti. Continuate a concentrarvi sulla vostra postura, non lasciate che la vostra testa cada in avanti: raddrizzatevi. Non lasciate nemmeno che il corpo si inclini: estendete bene il vostro corpo tra il cielo e la terra.

Domenica 14 aprile 2002, kusen delle 11:00

Durante la cerimonia dell'ordinazione ciascuno ha pronunciato di nuovo i Quattro Voti del Bodhisattva, che sono il senso profondo della nostra pratica:

 Per quanto siano numerosi gli esseri, facciamo voto di liberarli tutti dalle loro sofferenze.

Per quanto numerose siano le cause di sofferenza, gli attaccamenti, le distruggeremo tutte.

Per quanto numerosi siano gli insegnamenti, li studieremo tutti.

Per quanto grande sia la Via del Risveglio, la percorreremo sino al fondo.

Spesso, ascoltando questi voti, ci paiono talmente immensi che abbiamo l'impressione che non saremo mai capaci di realizzarli. Taluni, del resto, stimano di non poter diventare bodhisattva perché pensano di non poter raggiungere questi voti. E in effetti con le nostre facoltà ordinarie, col nostro ego, questi voti sono impossibili da realizzare. Ma non si tratta di realizzarli col proprio ego e nemmeno con la forza della propria volontà, bensì rimettendoci alla forza della pratica e trasmettendo questa pratica agli altri. Poiché quando facciamo il voto di liberare tutti gli esseri dalle loro sofferenze, diventa chiaro che non siamo noi che possiamo liberarli, ma la pratica di zazen, la pratica della Via: è quello che può liberare gli esseri dalle loro sofferenze. Tutto ciò che noi possiamo fare è incoraggiarli a sperimentare questa pratica, dare voglia di praticare, attraverso il nostro esempio di vita, di modo di vivere, di modo di essere nella vita. E' ciò che diceva il Maestro Eno in uno dei suoi sermoni: “Non sono io che sto liberandovi, ma sono tutti gli esseri, ciascuno così com'è, liberandosi essi stessi nella loro intima essenza”.

Che cosa significa liberarsi così nella propria intima essenza? Vuol dire imparare a conoscere se stessi profondamente. Non solo conoscere il proprio carattere, i propri gusti, le proprie avversioni, ma realizzare che in fondo non esistiamo se non in relazione di interdipendenza con tutto l'universo. In questo senso attaccarsi al proprio ego è una grande illusione. Non possiamo far altro che essere solidali con tutti gli esseri viventi e praticare la compassione, la benevolenza nei confronti di tutti gli esseri.

E' la saggezza la visione giusta che dissipa ogni causa di errore, tutte le cause di sofferenza e che aiuta a liberare tutti gli esseri. Per quanto numerosi siano gli insegnamenti, si riassumono tutti in definitiva in questo: comprendere se stessi, dimenticare se stessi, armonizzarsi con tutti gli esseri, contribuire così a trasformare questo mondo diviso, sempre più violento, in un mondo riunificato nel quale tutti gli esseri possano vivere in pace: nella pace del risveglio alla nostra autentica natura, che elimina il bisogno di correre dietro a tante cose e che permette di praticare la generosità, affinché l'energia di questi voti stimoli la nostra pratica e guidi la nostra vita.

Traduzione: Maresa Di Noto
Annotazione: Francesco Talotta, Guglielmo Capelli, Bruno Brugnoli, Carlo Riva
Raccolta e trascrizione: Francesco Mandracci