Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
11/13 ottobre 2002
Sesshin di Pégomas
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Denkoroku : Tozan


Venerdì 11 ottobre 2002, kusen delle 7:00

Durante zazen, non chiudete gli occhi, teneteli aperti. Non è necessario essere isolati dal mondo esterno per essere concentrati. Occorre semplicemente porre tutta la propria energia ed attenzione nella postura del corpo, concentrandosi sui punti importanti. Inclinate il bacino in avanti, poggiando saldamente con le ginocchia al suolo, cercando di essere seduti sullo zafu in modo tale che l’ano non lo tocchi. Il ventre è rilassato: lasciamo che il peso del corpo prema sullo zafu, in modo tale da sentirci ben radicati e stabili. A partire da questa base estendiamo la colonna vertebrale, dalla vita sino alla sommità del capo, allentando le tensioni della schiena, delle spalle e della nuca, rientrando bene il mento. Questo significa senza un eccesso di contrazioni o tensioni, né di rilassamento, trovando costantemente il giusto tono dei muscoli. Questo equilibrio tra tensione e rilassamento influenza anche la condizione dello spirito. Lo spirito deve essere pronto, vigilante e non tendere verso nulla, senza cercare di afferrare o di respingere alcunché, non trattenendo il passato, non aspettando nulla di speciale dal futuro, semplicemente essendo completamente presente alla realtà così com’è, proprio ora.

Allo stesso modo il viso è rilassato, così come la fronte. Le persone preoccupate hanno sempre la fronte corrugata, e alla fine diventa del tutto rugosa. In zazen il viso può tornare ad essere del tutto liscio, come lo spirito, cioè rilassato. Anche le mascelle sono rilassate, quando si tende a ruminare i propri pensieri le mascelle si contraggono. Ci si concentra allo stesso modo sulla lingua ponendo la punta contro il palato. Poiché per la maggior parte del tempo i nostri sono pensieri verbali e facciamo a noi stessi discorsi interiori; quando ci concentriamo sulla punta della lingua, immobile, questa posizione aiuta a calmare il dialogo interiore.

Infine ci si concentra sulla posizione delle mani, la mano sinistra nella mano destra, i pollici orizzontali, il taglio delle mani costantemente in contatto col basso ventre. Le braccia cadono naturalmente, i gomiti rilasciati, ed è questo il motivo per il quale è opportuno trovare un buon appoggio per le mani. Possono essere le maniche del kolomo arrotolate o una piega dell’abito. In genere, se si pratica il loto o il semi loto le mani possono riposare sui talloni, l’estremità degli avambracci sull’inguine. In zazen il punto importante da considerare è che le mani non afferrano nulla. Poiché lo spirito non si impadronisce di alcun pensiero, né persegue alcun oggetto, né alcun oggetto dei nostri desideri ordinari, non ricerca nemmeno il satori, l’illuminazione, il dharma.

In questo modo possiamo praticare liberamente. Questa libertà, questa liberazione dal dominio del nostro ego è il punto essenziale dell’insegnamento del Buddha. Liberare se stessi da ogni avidità e al tempo stesso da qualsiasi aggressività; non avendo più bisogno di afferrare o di respingere alcunché si realizza di essere completamente unità con la vita di ogni istante. In questa unità non manca nulla, non vi è nulla di troppo, nulla ci disturba, nemmeno i pensieri che vanno e vengono. Se non li seguiamo tornano naturalmente alla loro origine, cioè alla vacuità. Sono come le nuvole che non disturbano il vasto cielo. Il cielo non dice: “Nuvole, mi disturbate, andatevene!” Lascia che passino naturalmente, e lascia semplicemente agire il vento, il vento che porta le nuvole e le riporta con sé. Con l’inspirazione appare un pensiero, con l’espirazione scompare. Se ci si concentra completamente sull’inspirazione quando si inspira e sull’espirazione quando si espira, si possono lasciar passare completamente i pensieri, senza alcuno sforzo di controllo mentale, o di volontà. Senza entrare nella dualità. In questo modo la pratica di zazen può essere del tutto libera e tranquilla. Questa libertà, questa pace possono proseguire nella vita quotidiana. E’ il senso della sesshin.

Venerdì 11 ottobre 2002, kusen delle 11:00

Durante questa sesshin continuerò l’insegnamento del Maestro Keizan, a proposito della trasmissione del Risveglio. La storia di questa trasmissione a partire dal Buddha si chiama Denkoroku. Sono giunto alla trasmissione tra Ungan e Tozan. Tozan divenne in seguito il trentottesimo patriarca del nostro lignaggio. E’ molto conosciuto come l’autore dell’Hokyo Zan Mai, e il nome della scuola zen Soto ha preso il to del suo nome, Soto, dal to di Tozan. Il so è più misterioso, si ritiene che si tratti del so di inizio del nome di un discepolo di Tozan che si chiamava Sozan. Dunque, come d’abitudine, Keizan presenta per primo ciò che chiama il K, il koan, cioè le circostanze nelle quali il nuovo patriarca si risveglia a contatto col suo maestro. Poi ci offre una breve biografia, fa il suo commento al koan e termina sempre con un breve poema che cerca di esprimere l’essenza di questa storia.

Non si tratta certamente per noi di studiare solo la storia, ma di essere a nostra volta risvegliati da questo insegnamento, in altre parole di permettere a questo insegnamento di illuminare la nostra pratica, di comprenderne meglio il senso, in modo da praticare più profondamente. Per questo motivo è opportuno sentire questo insegnamento durante zazen, poiché, anche se si tratta di storie del risveglio avvenute al di fuori di zazen, tutti i maestri dei quali si tratta praticavano intensamente zazen, cosa che ha consentito loro di sviluppare questa ricettività al risveglio.

Tozan era andato presso il Maestro e gli aveva chiesto: “Chi può sentire gli esseri non sensibili predicare il Dharma?”. In genere consideriamo esseri non sensibili le montagne, i fiumi, gli alberi, la luna, il sole. Si suppone dunque che non possano predicare alcunché. Ma nel buddhismo esiste un insegnamento secondo il quale anche questi esseri non sensibili predicano il Dharma, non solo gli esseri umani dotati di parola. Il Dharma non è solo l’insegnamento del Buddha, trasmesso attraverso le sue parole, i suoi sermoni, ma è la realtà alla quale il Buddha si è risvegliato. Questa realtà esiste ovunque: tutti gli esseri ne fanno parte e tutti gli esseri la esprimono. Nasce da qui l’affermazione che anche mujo seppo, gli esseri non sensibili, insegnano il Dharma. Ungan rispose: “Gli esseri non sensibili possono sentire la predicazione del Dharma dagli esseri non sensibili.” In altre parole, le montagne possono comprendere l’insegnamento delle montagne, la luna può comprendere l’insegnamento delle stelle, gli alberi possono comprendere l’insegnamento dei fiumi. Allora Tozan chiese: “E voi, potete sentirlo?” Ponetevi voi stessi questa domanda: potete sentire questo insegnamento? Allora Ungan rispose: “Se potessi rispondere, tu non potresti sentirmi predicare il Dharma.” In altre parole, se potessi sentire gli esseri non sensibili predicare il Dharma, sarei diventato simile ad loro, e poiché tu non sei simile a loro, allora non potresti comprendermi. Per comprendere un fiore, bisogna diventare il fiore. Comprendere la luna significa diventare la luna. Comprendere una montagna vuole dire diventare la montagna. Chi può diventare la montagna? Solo un essere non sensibile. Tutto ciò, naturalmente, non ha nulla a che vedere con ciò che abitualmente chiamiamo insensibilità, nulla a che vedere con l’indifferenza. Diventare simili agli esseri non sensibili è diventare lo zazen stesso, completamente, diventare cioè un corpo e uno spirito che non creano più separazioni, liberati dall’influenza della mente, che comunicano naturalmente, inconsciamente con tutti gli esseri, senza lasciarsi ingannare dalle parole, senza attaccarsi ai concetti, alle parole, comprese le definizioni di sensibile e non sensibile.

Allora Tozan chiese: “Allora in questo caso Tozan, cioè io stesso, non può sentirvi predicare il Dharma?”. Ungan gli rispose: “Se ancora non puoi sentirmi predicare il Dharma, come potresti sentire gli esseri non sensibili predicarlo?” Sentendo la risposta del suo maestro Ungan, Tozan si risvegliò profondamente e compose un poema esclamando: “Com’è meraviglioso! La predicazione del Dharma degli esseri non sensibili è inconcepibile. Se cercate di sentirla con le vostre orecchie, è difficile comprenderla, ma se ascoltate con l’occhio dello spirito, allora la comprenderete.

Continuerò più avanti a commentare questo koan con l’aiuto del Maestro Keizan, ma è chiaro che per noi è essenziale aprire questo occhio dello spirito. zazen consente di realizzare questa apertura, permette di sentire, di comprendere ciò che è inconcepibile per il nostro cervello intellettuale. zazen ci mette direttamente in contatto con ciò che è inconcepibile. Si può dire del resto che tutto l’insegnamento del Buddha consiste nel liberarci dalle nostre concezioni, dai nostri punti di vista limitati, aprendo veramente l’occhio dello spirito a una visione vasta, senza creare più separazioni tra sé e la pratica, tra sé e gli altri, tra gli esseri che amiamo e quelli che non amiamo, tra quelli che crediamo sensibili e quelli che crediamo insensibili.

Venerdì 11 ottobre 2002, kusen delle 16:30

Ogni giorno dopo zazen cantiamo l’Hannya Shingyo, ma spesso lo si canta senza essere penetrati dal senso profondo di ciò che si canta. Nell’Hannya Shingyo è detto: “In ku, nella vacuità, non vi è né occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né spirito.”. Quando era bambino ed era un monaco novizio Tozan sentì il suo maestro insegnargli questa frase dell’Hannya Shingyo, ma non si accontentò di accettarla come una verità rivelata. Si toccò il naso, il viso, il corpo e improvvisamente chiese al suo maestro: “Ho degli occhi, delle orecchie, un naso, una lingua e tutto il resto. Perché nelle scritture è detto che non esistono?”. Il suo maestro fu molto sorpreso e comprese che quel discepolo bambino era eccezionale. Lo mandò a studiare presso un altro maestro, un maestro zen. Si recò presso questo nuovo maestro e lì divenne monaco, gli venne rasata la testa e poi, a venti anni, ricevette tutti i precetti. Anche nella nostra pratica dovremmo trarre ispirazione dallo spirito di questo bambino, non accettare come dogmi ciò che è detto nei sutra, nelle tradizioni, e chiederci sempre cosa vuole dire questo realmente nella nostra vita. Cosa vuole dire: “Non c’è corpo, né sensazioni, né percezioni, né spirito, non vi è ego, non vi è nulla”? In questo caso con cosa pratichiamo zazen? Cosa pratica zazen? Se ci viene insegnato ku, la vacuità, si ha naturalmente la tendenza a volgersi verso i fenomeni, a dire che in definitiva i fenomeni esistono, il nostro corpo esiste, vi è dunque uno spirito che pensa. In questo caso la cosa migliore è non attaccarsi alla vacuità, dimenticare la vacuità e cercare di afferrare il proprio spirito. Cosa è il mio spirito? Cos’è questo corpo? All’inizio è l’unione di due cellule che crescono rapidamente come un fungo, che scompare nel giro di qualche decina d’anni e ritorna alla polvere.

Cos’è questo spirito che pensa? Da dove provengono questi pensieri, queste sensazioni? Se ci si pone questo tipo di domande si giunge rapidamente alla realtà dell’impermanenza del nostro corpo, dell’inafferrabilità del nostro spirito e dei nostri pensieri. In altre parole, se ci si rivolge verso ku, si scoprono i fenomeni, ma se ci si volge verso i fenomeni si finisce per scoprire la vacuità. I due aspetti rappresentano una stessa realtà e sono inseparabili. Per questo nell’ Hannya Shingyo cantiamo: “Shiki soku ze ku. Ku soku ze shiki”, i fenomeni non sono differenti dalla vacuità, la vacuità non è differente dai fenomeni. Se penetriamo realmente questa verità allora può essere recisa la radice dei nostri attaccamenti. Finché permangono questi attaccamenti non abbiamo compreso realmente. Se pensiamo di aver capito, ma nondimeno gli attaccamenti permangono, allora ci rimane da vedere che anche gli attaccamenti sono senza sostanza. Esistono come il nostro naso, le nostre orecchie, ma il loro fondamento è inafferrabile, come il loro oggetto. A partire da ciò si può voler continuare a perseguirli condannandosi a soffrire eternamente, ma si può anche fare il voto di abbandonarli, armonizzandosi con la realtà. E’ il voto che facciamo quando diventiamo bodhisattva, ma occorre ricordare l’esempio di Tozan, non contentarsi di cantare i voti, di recitare un sutra, ma viverli realmente come un koan, cioè come un confronto con la realtà così com’è. Per questo occorre avere la fiducia, la fede che da questo atteggiamento nascerà una grande liberazione. E’ questa fiducia, questa fede che è stata trasmessa da maestro a discepolo, a partire dal Buddha.

Tozan aveva fatto questo voto lasciando la sua famiglia, sua madre e i suoi giovani fratelli. Aveva detto a se stesso: “Non tornerò mai nel mio paese natale, non tornerò a vedere mia madre finché non avrò realizzato il Dharma” e, con questo voto, partì. Un giorno sua madre, che lo cercava errando tra i vagabondi e i mendicanti, lo ritrovò ma lui rifiutò di vederla e lei morì. Dopo la sua morte si recò presso di lei, prese un poco di riso che lei aveva raccolto mendicando e lo offrì alla comunità dei monaci come offerta funebre, per la cerimonia che dedicò a sua madre, per accompagnarla nel seguito del suo viaggio verso il Risveglio. Poco tempo dopo sua madre gli apparve in sogno dicendogli: “Poiché hai mantenuto con fermezza la tua risoluzione, rifiutandoti di vedermi, ho potuto abbandonare tutti i miei sentimenti illusori di attaccamento ed il risultato di queste buone radici è che sono ora nata nel cielo delle divinità felici.” Spesso nelle biografie dei maestri zen appaiono episodi simili, scioccanti dal punto di vista dei sentimenti umani, dell’amore filiale, ma attraverso l’ordinazione di monaco o di monaca in questo caso l’amore filiale si è trasformato in amore autentico: non l’attaccamento, dunque, ma il desiderio profondo di vedere l’altro liberarsi profondamente e risvegliarsi, come se stessi, senza separazioni. Il giorno in cui Tozan è diventato monaco, sua madre ha fatto nascere un autentico monaco. Il giorno in cui ha rifiutato di rivederla, lei ha potuto entrare realmente nella Via della liberazione. In questo modo una relazione filiale è diventata le relazione tra due esseri che hanno realizzato il risveglio e non è questo, in definitiva, il senso profondo dell’essere nati in questo mondo?

Venerdì 11 ottobre 2002, mondo

- La storia che hai appena raccontato mi tocca profondamente perché mi ha fatto pensare alla mia storia personale. Sentendo questo mi sono detto che Tozan aveva provocato una grande sofferenza a sua madre e penso che non potrei infliggere una sofferenza simile a mia madre.

- Non siamo obbligati ad imitare il metodo di taluni maestri zen e da un certo punto di vista, si può provare dispiacere. L’ha fatta soffrire molto e del resto lei ne è morta… Dice che è morta di dispiacere. Ma c’é un seguito e si tratta di un seguito felice. Se si ha fiducia in ciò profondamente, si può concepire che ci si possa liberare dagli attaccamenti perniciosi, perché spesso gli attaccamenti familiari sono malsani, non portano nessuna felicità e nessuna liberazione, sono solo egotici, provocano sofferenza, e sicuramente ci si libera raramente da questi attaccamenti senza soffrire, allora a quel punto si può reggere all’urto rispetto ai sentimenti umani. Anch’io, quando ho letto questa storia avevo voglia di piangere, perché pensavo anche a mia madre, e mi dicevo che non avrei potuto fare questo, ma al tempo stesso mi dicevo che è comunque un peccato, perché in definitiva non ho veramente aiutato mia madre a liberarsi dei suoi attaccamenti. Allora, al fondo, cosa resta di questa vita, di questa relazione? Evidentemente se si pensa che la vita umana sia condurre un’esistenza di attaccamenti, allora, molto semplicemente, non si deve praticare lo Zen. Si può essere un essere umano ordinario o seguire i precetti di Confucio che fa l’apologia dei legami filiali, del culto degli antenati, dei genitori, perché no?

Ma ciò che si deve capire è che il senso del nostro percorso è quello di una via di liberazione nella quale liberarsi degli attaccamenti dell’ego non avviene senza sofferenza, perché vi sono moltissime resistenze ed è proprio questa resistenza, del resto, che crea tante difficoltà nella vita. Se non ci fossero tutti questi attaccamenti, la vita sarebbe molto facile perché questi attaccamenti sono viscerali e in più hanno una funzione. L’attaccamento ai genitori ha anche la funzione di permettere lo sviluppo della vita. Se i genitori non fossero attaccati ai loro figli, non sopravvivrebbero molti bambini. E’ molto difficile sopravvivere da bambini se non si ha l’amore dei propri genitori. Non penso si debba necessariamente fare come Tozan, ma piuttosto rammentare il suo spirito, e chiederci perché si raccontano queste storie edificanti, perché è proprio di una storia edificante dello Zen che si tratta. E’ per fare l’apologia della grande risoluzione. Tozan dice che è grazie a questa grande risoluzione che sua madre ed egli stesso hanno finito col liberarsi, risvegliandosi.

Occorre vedere tutto ciò come storie che, al di là della nostra reazione emozionale, umana, ci invitano ad andare più lontano, a porci delle domande. Qual è il senso della nostra nascita in questo mondo? Quale il senso di avere avuto una madre e per una madre di aver avuto un figlio? Solo per avere un legame di attaccamento? Si può rispondere sì, ma in questo caso non si è sulla Via. Spetta ad ognuno scegliere profondamente il senso della propria nascita. E se si crede che il senso della nostra nascita sia veramente di risvegliarci alla realtà fondamentale nella quale non vi è in ogni caso alcun attaccamento possibile, allora a quel punto questa pratica di liberazione diventa la cosa più importante, per la quale si è pronti a fare sacrifici, ad abbandonare molte cose. E’ l’esempio offerto da tutti i grandi maestri del passato.

Tuttavia se tutto ciò vi pare, come a me spesso, al di là della nostra capacità, se semplicemente non si possiede lo stesso spirito di questi patriarchi del tempo passato, ricordiamo a noi stessi almeno il senso dell’ordinazione, il senso di diventare monaci o monache, che consiste nel trasformare le nostre relazioni, non necessariamente nell’eliminarle. Il metodo di Tozan è il più radicale e senza dubbio non è stato capace di agire diversamente, si può sperare di fare in altra maniera, cioè restare in contatto con la propria famiglia, i genitori, i figli, ma mantenendo una posizione ferma in rapporto a ciò che rappresenta questo legame d’amore che si suppone ci leghi, approfondendo questo problema, permettendo a questo legame di trasformarsi. In altre parole si tratta di mantenere il legame, ma facendo in modo che la causa di questo legame sia differente. In altre parole, non resto in contatto con la mia famiglia perché le sono attaccato in modo viscerale e non riesco a recidere questo legame, ma resto in contatto con essa per scelta, per aiutarli facendo tutto ciò che è in mio potere per far loro condividere lo spirito della Via che pratico cercando di trasformare questo legame in un legame più felice, perché si tratta ora di un legame che aiuta a realizzare la dimensione autentica della vita, che ci aiuta a distaccarci dal nostro spirito limitato. Penso che tutti possano fare questo voto. L’atteggiamento di Tozan come quello di altri maestri è un po’ estremo, del resto non si sa se è veramente avvenuto questo. Si può dire che la biografia dei maestri è spesso abbellita per conferire loro una forza convincente , come in questo caso in cui vi è l’esempio estremo di una grande decisione che supera ogni attaccamento umano ordinario. Non si deve nemmeno evitare di confrontarsi con questo tipo di insegnamento, altrimenti si mostra un insegnamento edulcorato, sdolcinato, e tutto è bello, tutto avviene nel migliore dei modi, non vi è mai sofferenza o dolore...

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- La mia domanda si collega un po’ alla precedente. Mi pare di ricordare che Buddha Shakyamuni avesse accettato di rivedere sua madre.

- Sì, ma solo dopo essere diventato Buddha, dopo avere realizzato il Risveglio. L’ha rivista proprio convertendola e questa donna, che in realtà era sua zia, perché sua madre era morta nell’arco di una settimana, è diventata la prima monaca del Sangha. Ha mantenuto ferma la sua risoluzione e non ha mai rivisto la sua famiglia prima di aver realizzato il Risveglio. Per sei anni è rimasto completamente in disparte e quando ha accettato di riprendere i contatti, era con l’idea precisa di educare la sua famiglia. E’ così che anche suo padre, credo, si è convertito, e soprattutto suo figlio Rahula che è diventato un grande monaco, col quale sono avvenuti numerosi mondo molto importanti. Ha riallacciato i rapporti con la sua famiglia per aiutarla a liberarsi ed è esattamente la stessa cosa per Tozan che non era sicuramente risvegliato quando ha rifiutato di rivedere sua madre. E’ per questo che il seguito avviene nell’aldilà. E’ un’altra possibilità, un finale felice, poiché si sono rivisti, mentre nella storia di Tozan la conclusione non sembrava così felice, ma in effetti si ritrovano nell’aldilà.

Si deve sapere che nel buddhismo questa vita è considerata un episodio in una catena di vite numerose e che si deve tenere conto non solo di quanto avviene tra la nascita e la morte, ma anche considerare in quale dinamica di evoluzione ci si trova. L’insegnamento di Tozan a sua madre non era un gesto crudele, ed è stato molto efficace. Può essere che la natura delle loro relazioni facesse sì che se si fossero visti sarebbero ricaduti nell’attaccamento, che non ci fossero soluzioni diverse rispetto a quella di recidere il legame, e che quindi non bisognasse rivedersi. Vi sono relazioni di questo tipo. Tozan ha mantenuto saldo il suo proposito e, grazie a questa fermezza, sua madre si è liberata ed è ritornata in sogno per dirglielo. Lo spirito di compassione è come lo spirito del Buddha. Buddha non è un essere gentile e compassionevole in contrapposizione con Tozan visto come un maestro severo e crudele. La situazione era sicuramente differente all’interno della relazione. Il rifiuto si presenta spesso per verificare la risoluzione così come tradizionalmente si rifiuta l’entrata in un monastero alle persone che si presentano. Le si rifiuta tre volte nel corso di una settimana e spesso questo rifiuto appare crudele perché le si lascia fuori al freddo, in cattive condizioni, ma tradizionalmente la prassi è questa. Si tratta di un atto di compassione perché se non possedete questa forte risoluzione di abbandonare tutto per la vita monastica, di fare precedere a tutto la Via, perderete il vostro tempo e farete perdere tempo a tutti i vostri condiscepoli. Allora è meglio non rientrare, ma se lo fate è perché la vostra risoluzione è veramente forte. Vi si lascia fuori per aiutarvi a forgiare la vostra decisione. E’ il contrario di quanto si fa ai giorni nostri. Ora si fanno conferenze, si mettono fiori ovunque, anche sui parabrezza delle macchine per dire venite, venite... altri tempi, altri costumi, ma non si deve dimenticare lo spirito che anima Tozan o Buddha anche se non si agisce come loro e si trovano altri mezzi.

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- Tra le cose che mi sono capitate in questi ultimi tempi e che avevo difficoltà ad accettare, anche se mi rendo conto che vi è sempre una ragione per le cose che succedono, c’era il fatto che mia madre venisse a vivere con me perché non c’erano altre soluzioni. Mi sono detta che è una cosa positiva per risolvere il problema dell’attaccamento che ha e che ho anch’io, anche se in modo diverso. Mi rendo conto che occorre una grande fiducia nella possibilità che le cose si svolgano in modo felice, felice nel senso di una certa liberazione.

- E’ venuta a stare da te? E’ deciso?

- Sì, dal mese di luglio, ma in ogni caso ero rimasta con lei da marzo.

- Posso solo augurarti che il fatto di vivere con una monaca l’aiuti a finire bene la sua vita e a seminare buone sementi per lei, anche se non entra nella Via immediatamente. Se puoi almeno trasmetterle qualche cosa della tua fede nella pratica della Via, questo è già un buon regalo, oltre al fatto di prenderti cura di lei sul piano puramente umano, occuparti dei suoi bisogni, della sua salute. Non si può dire di voler aiutare gli esseri spiritualmente e poi lasciarli nelle loro difficoltà, ma non perdere di vista ciò che puoi portare di più prezioso per il fatto che sei una monaca. Cosa puoi trasmettere a tua madre di più prezioso, al di là dell’affetto e delle comodità che puoi cercare di procurarle, sul finire della sua vita?. Cosa puoi offrirle di meglio? Forse questo implicherà anche una certa fermezza affinché possa fare essa stessa un lavoro di trasformazione. Non si tratta di darle solo un libro da leggere sullo Zen perché questo le faccia nascere buone idee. Certo, se tua madre è colpita mentalmente sarà più difficile, ma esiste un’influenza spirituale che va oltre la comprensione, anche se non si è più in grado di comprendere chiaramente le cose col proprio intelletto, consciamente. A quel punto, ciò che è importante è che il tuo spirito la influenzi per incitarla a rinascere in una condizione nella quale possa praticare la Via.

Venerdì 11 ottobre 2002, kusen delle 20:30

Durante zazen non lasciate che la vostra postura si rilasci. Rientrate il mento e tendete le reni. Anche se, a volte, nel corso di una sesshin si attraversano momenti difficili, in particolare con la postura, occorre, per quanto è possibile, continuare a dare tutta la propria energia per la pratica e praticare con una forte risoluzione poiché, a quel punto, la pratica diventa più forte di noi, ci porta oltre noi stessi e diventa più facile continuare a praticare.

Questa risoluzione non riguarda solo ogni istante della pratica nel dojo. E’ grazie ad essa che pratichiamo profondamente malgrado tutte le difficoltà che incontriamo nella vita quotidiana. E’ questa risoluzione che permette di trasformare le difficoltà in occasioni di pratica. E’ quanto illustra la storia di Tozan che ha mantenuto la sua decisione di recidere l’attaccamento con sua madre. Proprio grazie a questa risoluzione non solo entrambi hanno potuto realizzare il risveglio, ma Tozan è diventato l’autentico fondatore della nostra scuola.

Keizan lo ammira e nei suoi commenti racconta questo aneddoto: quando cominciò la sua pratica dello Zen Tozan era andato presso il Maestro Nansen che era un maestro Rinzai. Era lui che aveva tagliato il gatto in due, un maestro che non scherzava nel recidere gli attaccamenti dei suoi discepoli. Nansen era lui stesso discepolo di Baso che insegnava con grande dolcezza, offrendo una tazza di tè a tutti coloro che giungevano a vederlo, anche ai principianti.

Quando Tozan arrivò nella comunità del Maestro Nansen, stavano preparando le celebrazioni per l’anniversario della morte di Baso che era lui stesso discepolo di Nangaku. Mentre si preparavano le offerte di cibo per la cerimonia, Nansen chiese ai suoi monaci: “Domani faremo offerte a Baso, ma pensate che verrà?” E’ un po’ la stessa cosa per noi quando il 30 aprile facciamo offerte al Maestro Deshimaru sulla sua tomba alla Gendronnière per l’anniversario della sua morte. “Pensate che verrà?” I monaci rimasero silenziosi, sconcertati dalla domanda, non sapevano più cosa dire... Tozan si fece avanti e disse: “Se ha un compagno, verrà.” Nansen disse: “Benché sia giovane, ecco qualcuno adatto ad essere tagliato e levigato.” Allora Tozan disse: “Non trasformate il buono in qualcosa di vergognoso.

Siamo tutti qui perché abbiamo trovato un compagno, senza questo compagno non potremmo essere qui. Questo compagno è questo corpo seduto in zazen. Nel nostro universo non vi è spirito senza corpo, in ogni caso su questa terra lo spirito di un morto ha bisogno di un corpo per apparire, ma anche lo spirito dei vivi.

Evidentemente per noi la domanda più importante non risiede tanto nel fatto di essere venuti, quanto piuttosto di cosa facciamo col nostro compagno quando siamo venuti. Ci si può accontentare di mangiare le offerte e andarsene oppure decidere di rimanere e usare questo corpo, questo compagno, questa vita, questo tempo, per aiutare tutti gli esseri a risvegliarsi. Per questo occorre trovare un buon Maestro. Tozan aveva incontrato Nansen. Era un grande incontro e il giovane Tozan non si lasciò ingannare dai complimenti, benché fosse stato paragonato a un diamante, una pietra preziosa, che un buon maestro avrebbe potuto tagliare e lucidare. Ancor prima dell’inizio di questa educazione Tozan aveva compreso che non si trattava di diventare qualche cosa, ma piuttosto di essere ciò che si è. Non c’è bisogno di voler diventare qualche cosa, evidentemente non qualcosa di vergognoso, ma nemmeno qualcosa di buono. Non diventare qualche cosa e rimanere completamente liberi, fedeli alla nostra autentica natura che non è qualche cosa.

Sabato 12 ottobre 2002, kusen delle 7:00

Durante zazen continuate a concentrarvi sulla vostra postura e sulla respirazione, ponendo particolare attenzione sull’espirazione, andando sino al fondo dell’espirazione. Si concentra l’energia sotto l’ombelico, nel kikai tanden, spingendo bene sulla massa addominale verso il basso. Continuando così per un certo tempo l’attività della mente si calma, si pensa meno con la propria testa e di più con tutto il corpo, non solo con le parole, i concetti, ma in modo intuitivo e globale. Non si pensa a zazen, ma si diventa zazen. Non si pensa alla vacuità, ma si diventa la vacuità. Non si pensa al Buddha ma si diventa Buddha, cioè si è unità, senza separazioni, con tutti gli esseri.

Quando si sente un suono non si comincia a pensare: questo suono dipende da questo o quel fenomeno, ad analizzarne la causa, a chiederci se ci piace o se non ci piace e come fare per farlo cessare nel caso non ci piaccia, ma diventiamo il suono stesso, come Dogen che si è risvegliato sentendo il suono del ciottolo che urtava un bambù.

Dunque, per ciò che riguarda Tozan, dopo il suo soggiorno presso Nansen, si recò presso il Maestro Kuei-shan chiedendogli: “Recentemente ho sentito dire che il Maestro ha un insegnamento a proposito degli esseri non sensibili che predicano il Dharma ma non posso coglierne la sottigliezza.”. Allora Kui-shan gli chiese: “Ti ricordi questo insegnamento?”. E Tozan: “”. Allora un monaco chiese: “Qual è lo spirito degli antichi Buddha?”. In giapponese si dice mokushin, lo spirito tanto amato dal Maestro Dogen, l'essenza dello spirito trasmesso sin dagli antichi Buddha. Dunque, a questa domanda il maestro rispose: “Delle siepi, dei muri, dei tetti di tegole, dei ciottoli.” Allora il monaco chiese: “Sono esseri non sensibili?”, si suppone cioè che non abbiano lo spirito degli antichi Buddha. Allora il maestro disse: “Sì, sì”. Allora il monaco: “Potete spiegare come predicano il Dharma?” Il maestro rispose: “Lo predicano costantemente e vigorosamente, senza mai fermarsi”. Allora il monaco chiese: “Ma perché non posso sentirlo?

Tutti i fenomeni che incontriamo, gli alberi, le montagne, le verdure in cucina, il nostro corpo in zazen, costituiscono la realtà così com’è. Facciamo parte di questa realtà. Com’è possibile non capire l’insegnamento di questa realtà, in altre parole, com’è possibile che non possiamo armonizzarci con l’essenza di questa realtà? E’ sicuramente perché si crede sempre che si tratti di qualcosa d’altro, che l’essenza si trovi altrove, al di là.

Molte persone ritengono monotoni i fenomeni della vita quotidiana, noiosi, privi di insegnamento. Allora si leggono libri di filosofia, di religione o mistici. Si assimilano ogni sorta di concetti. Si finisce così col credere a una verità nascosta che ci sfugge sempre e non si vede la realtà che è presente davanti a noi, in noi. Questo attaccamento a ogni sorta di nozione altera la recettività alla realtà così com’è, come un apparecchio ricevitore saturo di parole. Non si potrebbe più sentire nulla chiaramente. In questo caso è meglio fare silenzio.

Dunque, alla domanda del monaco: “Perché non posso sentirlo?”, il maestro risponde: “Non puoi, ma questo non impedisce agli altri di sentirlo.”. Allora il monaco chiede: “Qualcun altro può realmente sentirlo?” E’ curioso che quando si dubita, ci si aspetta dagli altri una conferma, invece di approfondire da sé. Fare una sesshin, significa praticare insieme, ma non dipendere dagli altri. Non è essere come chi, in mezzo all’acqua e morendo di sete, si domanda: “Dov’è l’acqua?”.

Sabato 12 ottobre 2002, kusen delle 11:00

Rientrate bene il mento, tendete le reni, la colonna vertebrale e la nuca, non lasciate che la vostra postura si rilasci. Tornate regolarmente all’attenzione sulla vostra respirazione. Non lasciatevi trascinare dai vostri pensieri.

Tozan continua a raccontare a Kui-shan il mondo sul quale chiede chiarimenti. In questo mondo il monaco chiedeva: “Qualcuno può sentire l’insegnamento degli esseri non sensibili?” E il maestro aveva risposto: “I santi, i saggi possono sentirlo.” Allora il monaco aveva detto: “Voi potete sentirlo?” Il maestro aveva risposto: “No, non posso sentirlo.”. Pur essendo un grande maestro, non credeva di essere né un santo, né un grande saggio. Dicendo “non posso sentirlo” esprime il fatto che l’io, il me, l’ego non può sentire l’insegnamento degli esseri insensibili. Finché esiste un io, un me, permane una barriera, una separazione. Io non posso capire. Forse, abbandonando questo io, si realizzerà la comprensione. Quando non vi è più nessuno che comprende, allora non vi è nemmeno più bisogno di comprensione, vi è solo la realtà così com’è, manifestata. Io ha bisogno di capire, ma nella comprensione autentica non vi è più ego e non vi è più coscienza di aver sentito o compreso alcunché. Ma il monaco non aveva compreso questo e quindi continuò a porre domande: “Se non potete sentirlo, allora come sapete che gli esseri non sensibili predicano il Dharma?

Il maestro allora rispose: “Fortunatamente non posso sentirlo. Se lo sentissi, sarei come i santi e tu non potresti sentirmi predicare il Dharma.”. Allora il monaco chiese: “Ma, allora, gli esseri sensibili possono parteciparvi?” E il maestro: “Predico per gli esseri sensibili, non per i santi o per i saggi”. E il monaco: “Ma dopo che gli esseri sensibili l’hanno sentito, cosa succede?” Il maestro rispose: “Allora non sono più esseri sensibili, cioè sono Buddha.

Dopo aver sentito questo dialogo si potrebbe avere l’impressione che non vi sia comunicazione possibile. O si è un essere sensibile, un essere ordinario e non si può sentire la predicazione del Dharma da parte degli esseri non sensibili, oppure, quando la si sente, non si è più un essere sensibile. In realtà ognuno, ogni persona è sia essere sensibile che Buddha, poiché non vi è Buddha senza essere sensibile e non c’è essere sensibile senza Buddha. Si tratta della stessa realtà, proprio come il palmo e il dorso della mano che non possono essere separati. Ma per realizzare questo occorre poter abbandonare il funzionamento mentale che crea le separazioni, cioè lo spirito che si attacca alle nozioni, ai concetti. Il modo più semplice per abbandonare questo spirito dualista consiste semplicemente nel sedersi, nel concentrarsi sulla postura e sulla respirazione e lasciare che il proprio spirito si liberi da tutte le costruzioni mentali. Allora non vi è più essere sensibile, ma non vi è nemmeno Buddha, cioè non vi è più alcuna nozione che separi i due.

Allora, per finire la storia, il monaco chiede: “Qual è la base nei sutra a proposito dell’insegnamento del Dharma da parte degli esseri non sensibili?” Sicuramente trovava la cosa complicata, quindi voleva essere sicuro che si trattasse di un insegnamento autentico. E il maestro: “E’ del tutto chiaro che le parole di insegnamento non provenienti da sutra autentici non sono discusse da coloro che ricercano la Via.” E, in appoggio a ciò che aveva detto, cita il Sutra Avatamsaka nel quale è detto: “Tutti i mondi, tutti gli universi predicano, tutti gli esseri sensibili predicano, tutte le cose del passato, del presente e del futuro predicano.

Tozan aveva raccontato questo mondo a Kui-shan che gli disse: “Anch’io ho lo stesso insegnamento, ma non ho avuto fino ad ora la fortuna di incontrare una persona risvegliata”. E Tozan: “Non è sempre chiaro per me, per favore, istruitemi!”. Allora Kui-shan alzò il suo hossu, il suo scacciamosche, “Capisci?”, “No, per favore, spiegatemi.”, “Non posso spiegartelo con le parole.” Tozan gli chiese: “Vi è qualcuno che ha ricercato la vostra stessa via?”. E Kui-shan: “Se vai sino al luogo ove vi sono delle grotte, troverai una persona che si chiama Ungan. Se manifesterai una forte risoluzione, certamente ti accoglierà.

Continuerò questo pomeriggio...

Sabato 12 ottobre 2002, kusen delle 16:30

Durante la sesshin trascorriamo ore di fronte al muro. Appaiono molti pensieri e molte emozioni, ma se si continua la concentrazione, tornando alla postura, alla respirazione, allora tutta questa attività mentale può calmarsi. Spesso, all’inizio di una sesshin, si hanno molte domande, ma queste domande o questi dubbi non sono chiari. Durante zazen, molte domande scompaiono da sole, sia perché la risposta appare spontaneamente, sia perché ci si accorge che la domanda non è importante.

E in definitiva, qui ed ora, qual è la vostra domanda autentica? Qual è la cosa più importante della nostra vita? Se non si giunge a lasciar emergere questo koan, si rischia di permanere nella confusione. Per creare saggezza nella nostra vita, per risvegliarci, non è tanto importante cercare delle risposte, quanto giungere a porsi la vera domanda, approfondendola con la stessa perseveranza del Maestro Tozan, che voleva comprendere l’insegnamento degli esseri inanimati.

Poiché Kuei-shan aveva risposto che non poteva spiegargli, Tozan gli aveva chiesto se non conosceva qualcuno, e siamo giunti al punto in cui Kuei-shan sta orientandolo verso Ungan. Tozan allora gli chiede: “Che genere di persona è Ungan?” Kuei-shan gli dice: “Un giorno mi chiese cosa dovrebbe fare un discepolo se vuole servire il suo maestro ed io ho risposto che può farlo per la prima volta quando mette rapidamente fine alle sue illusioni.

Il Maestro non aspetta null’altro. Il significato della relazione maestro-discepolo o discepolo-maestro è di mettere in luce le nostre illusioni, mettendovi fine rapidamente, il resto non è così importante. Alcuni credono di poter ottenere presso un maestro ogni sorta di cose interessanti, quando invece la cosa più importante è perdere, perdere senza ottenere, perdere, lasciar cadere le proprie illusioni, e per quanto è possibile, non lasciare che si creino nuove illusioni a proposito della pratica e dell’insegnamento.

Dunque Ungan aveva chiesto a Kuei-shan: “E allora sarebbe capace di non violare più l’insegnamento del Maestro?” E, dice Kuei-shan, ho risposto: “La cosa più importante e che non dovreste dire è che sono qui.” Risposta curiosa. Sicuramente Kuei-shan non cerca di rimanere anonimo; non ha nessuna ragione di nascondersi. E’ come se voi mi diceste: “La cosa più importante è che tu non dica che ero alla sesshin”. E, in effetti, è la cosa più importante. Forse io sono venuto alla sesshin, ma si deve sperare che, una volta entrato nella sesshin, questo io si possa abbandonare.

Sabato 12 ottobre 2002, mondo

- Ciò che hai detto nel kusen a proposito del maestro e del discepolo si riferisce a una domanda che mi pongo da un po’ di tempo, credo di non sapere esattamente cosa sia essere discepolo. Mi chiedo quale sia l’impegno del discepolo nei confronti del maestro e reciprocamente, quale è l’impegno del maestro verso il discepolo?

- E’ un impegno a praticare ed approfondire la pratica della Via insieme, è la sola ragione d’essere di una relazione tra maestro e discepolo. Il maestro ha più esperienza del discepolo e può dunque servire da guida, e il discepolo chiede di essere aiutato nella sua pratica della Via. E’ la cosa essenziale. Questo non ti era chiaro? A me sembra così evidente!

- Certo, detto così sembra chiaro, ma non so se è così chiaro per me.

- Cosa non è chiaro?

- Ad esempio quando dicevi che una delle funzioni del maestro è di rivelare le illusioni.

- Non tanto di rivelarle, perché è zazen stesso che le rivela, che ce le mostra, è essenzialmente la pratica, ma il maestro è là per consentire che ciò possa avvenire, dunque essenzialmente per incitare a una pratica giusta, per preservare la qualità di questa pratica, che permette alla pratica stessa di essere lo specchio delle nostre illusioni. Senza maestro, il problema è che la pratica stessa può divenire molto facilmente un’illusione, essere presa nell’illusione. Si può creare tutta una serie di illusioni a proposito di se stessi, della propria pratica, della sua comprensione, trasformandola in qualcosa che diventa un vicolo cieco. La funzione principale del maestro è già evitare questo primo pericolo.

* * * * * * * * * *

- Se si abbandonano tutte le illusioni, cosa resta della vita?

- Rimane la vita stessa. Non penso che la vita in se stessa sia un’illusione. Non penso che abbandonare le illusioni equivalga ad abbandonare la vita; se c’è questo dietro la tua domanda. Si tratta di dirsi che si esiste solo a causa delle proprie illusioni e che dunque, se non ci sono più illusioni non c’è più esistenza. Questa è l’idea dei discepoli del buddhismo originario: abbandonare le illusioni significa entrare nel nirvana, arrivare cioè all’estinzione, se non ci sono più illusioni non c’è più vita, né esistenza; il nirvana come una candela sulla quale si è soffiato, non c’è più combustibile, fiamma, nulla.

Non è l’ideale che perseguiamo nella nostra pratica, e non è nemmeno la realtà della pratica. Al limite, una vita spogliata, nella quale non ci siano più illusioni, è ancora una vita che può essere al servizio della liberazione di tutti gli esseri in relazione alle loro illusioni. Se hai fatto questo cammino, se ti sei spogliato delle tue illusioni, sei nella posizione migliore per aiutare gli altri a fare altrettanto. Ciò che rimane a quel punto è lo spirito di compassione e i voti di bodhisattva che ne derivano. Non penso ad esempio che i voti da bodhisattva o la compassione facciano parte delle illusioni, non si deve farne un’illusione, dunque rimane questo.

Perché poni questa domanda?

- Spesso mi rendo conto che le illusioni sono qualcosa che ci salva; come i salvagente che tengono a galla coloro che non sanno nuotare, allora l’idea di abbandonare le illusioni equivale all’idea di perdere un sostegno.

- Sì, ma si tratta di un sostegno molto fragile. Ora la principale malattia del ventesimo secolo è la depressione, ma perché? A causa di ciò che dici, perché le persone si mantengono a galla solo attraverso le loro illusioni, e poiché queste illusioni sono evidentemente fragili, al minimo incidente tutto si sgonfia, come il salvagente che non era molto resistente. L’illusione scompare e si entra in depressione. Penso che non si debba aver paura di perdere le proprie illusioni perché sono un aiuto, un sostegno, del resto molto illusorio, ma è superfluo credere che si possa tenere alla vita solo grazie alle proprie illusioni. Esiste un modo di vivere animati dalla verità, in armonia con la realtà che è un sostegno infinitamente più solido per continuare a vivere, piuttosto che agganciarsi alle proprie illusioni. Credo che sia proprio per questo che le persone hanno difficoltà a risvegliarsi, perché essendo l’ego fondato per la maggior parte del tempo essenzialmente sulle illusioni, ha paura di sparire perdendo la sua illusione, mentre la percezione che abbiamo dell’altro versante, che possiamo intravedere o sperare, è percepita spesso come un’assenza, come un nulla, assenza di illusioni, niente ego, allora sarebbe quasi l’inesistenza.

L’esistenza risvegliata esiste, Buddha è venuto per testimoniarlo, tutti i bodhisattva, tutti i maestri lo testimoniano. Si può fondare la propria vita su altro piuttosto che sull’illusione ma evidentemente la nostra società funziona per cercare di incoraggiarci a pensare così. Spontaneamente abbiamo già la tendenza ad andare in questa direzione , in più, tutto il contesto sociale ci incoraggia a pensare così, cioè a mantenere una quantità di illusioni sufficienti per essere sempre motivati da qualche desiderio, per continuare a correre dietro a qualcosa. Allora è vero che ci sono molte resistenze esterne e interne ad abbandonare le proprie illusioni ed è proprio una delle funzioni essenziali del maestro quella di dare fiducia nel fatto che c’è un’altra vita possibile oltre a quella basata sulle illusioni.

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- In effetti cerco forse una illustrazione di tutto ciò che ci trasmetti in questa sesshin e mi ha molto colpito una frase detta oggi nel sutra dei pasti : “Bloccare la collera ed i desideri, è la vera religione”. Si parla molto di desideri,è una cosa molto tangibile per me, mentre per quel che riguarda la collera credo si tratti di un sentimento che mi invade in un modo che non credevo possibile e mi chiedo come liberarmi da questa collera.

- Prima di tutto bisogna comprenderne l’origine, la causa. Spesso siamo arrabbiati perché il nostro ego è disturbato, perché delle persone o delle circostanze o degli esseri ci impediscono di raggiungere l’oggetto dei nostri desideri, o perché certe persone ci disturbano in relazione all’illusione che si aveva su se stessi. Ad esempio, qualcuno si prende gioco di te, ti critica, ti sminuisce, tu ti arrabbi e questo ti irrita perché disturba certe rappresentazioni; in questo caso si è in collera a causa delle nostre illusioni. Quando si toccano le nostre illusioni o quando c’è un impedimento nella loro realizzazione, allora ci si arrabbia.

Non è tanto la collera che deve essere soppressa, quanto la sua radice, ciò che la provoca. Non è l’altro ad essere la causa della tua collera, in questo caso la causa è interna, siamo noi stessi. Esiste anche una giusta collera. E’ la collera provocata dalla constatazione ad esempio dell’ingiustizia, una delle cause principali della vera e della sana collera. E’ vero che ci sono tantissime ingiustizie nel mondo, e che in genere la reazione in rapporto all’ingiustizia è la collera, ma in questo caso questa collera non è solo negativa, in questo caso occorre riuscire a canalizzarla usando la propria energia per tentare di porre fine all’ingiustizia, contribuendo a porvi fine. La collera in sé, come tutte le altre emozioni, non è forzatamente negativa, tutto dipende dalla sua causa, da dove proviene. La collera, come tutte le altre emozioni, dovrebbe sempre essere un segnale, il segno che sta succedendo qualcosa: che cosa sta succedendo? Questa è la prima reazione che si dovrebbe avere di fronte all’emozione, che cosa sta succedendo? L’emozione è come una luce intermittente che si accende sul cruscotto: che cosa succede? Se non si fa attenzione all’emozione, si rischia di rimanere fermi. Esiste un buon uso delle emozioni.

- Esistono tipi di collera che non ci appartengono in quanto individui, che ci trasciniamo per condizionamento, o perché appartengono alla nostra famiglia, alla nostra discendenza?

- No, le emozioni non sono trasmissibili. Una emozione nasce nell’istante. Si parla di emozione inconscia in psicologia, ma non è quasi del tutto possibile parlare di emozione inconscia. Un’emozione si manifesta. La causa, invece, può essere inconscia. La causa inconscia può trasmettersi, ad esempio un antenato può essere stato vittima di un’ingiustizia o di violenza e questo può trasmettersi, in modo che ci si senta ipersensibili a certi tipi particolari di violenza, di ingiustizia e che a volte si possa reagire in modo sproporzionato perché non riguarda solo noi, ma vi è tutta una storia dietro di noi, ma non è l’emozione che è stata trasmessa, ma la memoria di qualcosa.

- Come trasformarlo?

- Occorre prenderne coscienza, è sempre così. Il solo modo di trasformare le cose è diventare coscienti di ciò che avviene. Si tratta ancora una volta di utilizzare il segnale d’allarme dell’emozione per cercare di risalire alla sua causa, la sua origine. Occorre dunque praticare veramente l’osservazione.

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- Quando si può sapere veramente se una intuizione non è ancora in parte o del tutto una costruzione mentale?

- Hai un esempio concreto? Te lo chiedo perché sono dubbioso riguardo alla tua domanda, perché dietro la parola intuizione si mettono moltissime cose. E’ una delle espressioni più vaghe! Il ventaglio delle intuizioni è molto, molto vasto. Vi è l’intuizione che rasenta la paranoia con la quale pensiamo di comprendere il pensiero dell’altro, mentre non facciamo altro che proiettare le nostre idee e questa è l’intuizione illusoria per eccellenza, della quale però tutti si credono dotati: ho l’intuizione che mi voglia male, ho l’intuizione che questa persona sia innamorata di me, e invece non lo è per nulla; errore totale, sono le nostre proiezioni. C’è poi l’intuizione essenziale nello Zen che è la visione diretta, immediata della vacuità, di tutte le nostre costruzioni e di tutte le nostre illusioni; questa è l’intuizione per eccellenza e questo significa che non passa nemmeno attraverso l’analisi, l’intelletto: è l’evidenza che si manifesta. Si parla di intuizione proprio a causa di questo, perché è la visione diretta.

- Parlo dell’intuizione che si impone come un’evidenza.

- Si ha facilmente la tendenza a considerare evidenti le cose che si desiderano vere, ritengo si debba diffidare dell’intuizione. Se si crede di avere una intuizione, occorre verificarla. Sono per la verifica. Se si tratta di una intuizione vera, in ogni caso non sarà mai smentita dalla realtà, e se si tratta invece di una falsa intuizione, come spesso accade, si sgonfierà molto rapidamente. Perché voler essere certi dell’intuizione? Per quanto mi riguarda, non voglio essere certo dell’intuizione quanto piuttosto della realtà che ci mostra. L’intuizione è solo un mezzo, non è l’intuizione che occorre verificare, ma la realtà. Hai un esempio concreto? Hai qualcosa in testa? Hai l’impressione di avere molta intuizione?

- No,ho l’impressione di avere molte costruzioni mentali.

- Occorre osservare le costruzioni mentali e poi vedere a cosa corrispondono. Sono utili nel momento in cui vediamo che si tratta di costruzioni mentali. Questo non è pericoloso, si ha bisogno delle costruzioni mentali. Ne approfitto per correggere l’impressione che potreste avere. E’ vero che nello Zen vengono spesso denunciate le costruzioni mentali, ma perché? E’ per aiutarci a prendere coscienza che le nostre rappresentazioni, i nostri pensieri non corrispondono a una realtà assoluta, sono costruzioni mentali; e che l’ego è fondamentalmente una costruzione mentale, cioè una somma di rappresentazioni che abbiamo di noi stessi, delle idee che ci facciamo, del tipo: “sono qualcuno così, di questo tipo”, e questa è una costruzione dell’ego. Se lo capiamo, questo non significa che non avremo più costruzioni mentali, ma potremo vederle con relatività, senza aggrapparci ad esse, essendo capaci di cambiare. Ad esempio, se ci si dice che in fondo sono solo costruzioni mentali, si può allora molto presto cambiare opinione su se stessi, e scoprire che in fondo non si è tanto meglio di questo o tanto peggio di quello, e che su questo o quel soggetto è possibile essere flessibili. Ciò che è importante è ammorbidire l’ego. Se lo si vede come una costruzione mentale, questa può essere l’apertura verso l’ammorbidimento, il rimettere in questione, ma se crediamo senza alcun dubbio alla sua esistenza, come una realtà definitiva e stabile, allora non è possibile rimettersi in questione, e si rimane completamente nell’illusione.

E’ contro questa situazione che si insegna e che si ripete sempre il termine “costruzione mentale” in relazione all’ego, in relazione a credenze come queste, per aiutare a rendere più fluido, a vedere che in fondo si tratta di qualcosa di relativo, che questo non ha permanenza, né sostanza e che dunque può trasformarsi. Questo ci consente di accedere a una visione più giusta di ciò che si è. Ma anche questa visione può diventare anch’essa una costruzione mentale. Una funzione dell’insegnamento e del maestro consiste anche nel non accontentarsi semplicemente di cambiare costruzioni mentali o di sostituirne una con un’altra, ma di non aderire più ad alcuna costruzione mentale, nemmeno al Buddha, al Dharma, al Sangha, ai Tre Tesori, al buddhismo...

Il senso della nostra pratica, l’insegnamento del Buddha consiste nel non aderire alle costruzioni mentali e potere così liberarsi veramente. L’insegnamento principale del Buddha consisteva nel prendere coscienza delle nostre costruzioni mentali e nel distaccarcene, ma per fare questo occorre vederle così come sono. Dopo è possibile funzionare insieme ad esse. In un certo senso si ha bisogno della propria identità personale, ma se possiamo relativizzarla possiamo allora utilizzarla in modo flessibile mettendola al servizio di una dimensione più profonda della vita.

Ad esempio, i maestri e i patriarchi della nostra scuola hanno avuto tutti forti personalità. Possedevano una costruzione mentale. Possedevano una rappresentazione di se stessi, ma senza esserne bloccati, utilizzavano le loro caratteristiche, le loro rappresentazioni per fare progredire la comprensione della verità. La costruzione mentale è utile anche per tutto quanto riguarda l’ambito delle scienze e delle tecniche e se ne ha bisogno nella vita sociale. Non si deve cadere in una sorta di anti-intellettualismo o di totale anti-rappresentazione e volere vivere in una specie di condizione di vuoto mentale. Occorre semplicemente vedere le cose così come sono, potendo in questo modo evolvere liberamente.

Domenica 13 ottobre 2002, kusen delle 7:00

Durante zazen, continuate a concentrarvi sulla postura e tenete gli occhi ben aperti. Allora, finalmente, Tozan lasciò Kui-shan e si recò direttamente presso Ungan. Quando ebbe finito di raccontargli la storia precedente, gli chiese: “Chi può sentire gli esseri non sensibili predicare il Dharma?” E Ungan gli rispose: “Gli esseri non sensibili possono sentirlo.”. Tozan pose allora la domanda: “Voi potete sentirlo?” E Ungan: “Se potessi sentirlo, tu non potresti sentirmi predicare il Dharma.” Allora Tozan chiese: “Perché non posso sentirlo?” Ungan alzò il suo hossu, il suo scacciamosche e chiese: “Lo senti?” E Tozan: “No, non lo sento.

Alzando il suo scacciamosche, Ungan mostra la realtà così com’è, qui ed ora. Vedere questa realtà non dipende dagli organi di senso. Si può sentirla con i propri occhi, perché si tratta di sentire con l’occhio dello spirito. E’ questa l’intuizione giusta. Per quanto riguarda la natura della realtà, questa è al di là della relazione soggetto-oggetto, organi di senso-oggetti percepiti. Sentire coi propri occhi, significa vedere direttamente. Gli occhi rappresentano l’organo dell’evidenza, mostrano immediatamente la totalità di ciò che è. Si hanno gli occhi chiusi, li si apre e immediatamente si vede ciò che è là, con un solo colpo d’occhio. E poiché Tozan aveva risposto che non lo sentiva, Ungan gli disse: “Se continui a non sentirmi predicare il Dharma, ancor meno lo sentirai predicare dagli esseri non sensibili.”. Allora Tozan chiede: “Qual è nelle scritture il fondamento degli insegnamenti del Dharma degli esseri non sensibili?

A proposito della verifica delle nostre intuizioni, le scritture costituiscono un buon criterio. Se la nostra intuizione corrisponde all’insegnamento del Buddha trasmesso nei sutra si può allora avere fiducia nella nostra intuizione e dire a noi stessi che non si tratta solo di una nostra costruzione mentale, poiché condividiamo la stessa visione con un essere risvegliato. Allora, poiché continua a dubitare, Tozan chiede una prova nelle scritture e Ungan gli risponde: “Non conosci questa frase del Sutra di Amida che dice: i ruscelli, gli uccelli, gli alberi cantano tutti la lode del Buddha e del Dharma?”. Sentendo queste parole Tozan si risvegliò ed i suoi dubbi scomparvero. Ungan gli aveva risposto esattamente come Kui-shan, esattamente la stessa cosa, parola per parola, salvo la citazione finale, ma precedentemente Tozan non aveva potuto capire, mentre qui aveva compreso. Per questo nella pratica dello Zen la ripetizione è importante, perché comprendere non dipende solo da ciò che viene sentito o visto o praticato, ma dalla nostra disposizione d’animo in quel momento preciso. La pratica di zazen è sempre la stessa, è l’eterna ripetizione della stessa pratica, ma l’esperienza è ogni volta differente.

Allora, dopo aver realizzato, Tozan esclamò: “Com’è meraviglioso!” e recitò il poema che ho letto all’inizio della sesshin. Quando poté sentire con l’occhio dello spirito, comprese immediatamente. Non si tratta dell’occhio dello spirito ordinario, ma dell’occhio dello spirito che funziona al di là di ogni pensiero, al di là di ogni concezione, la cui visione non è confusa dalle nostre categorie mentali. La vocazione di zazen è proprio di aprire questo occhio dello spirito.

Domenica 13 ottobre 2002, kusen delle 11:00

Dopo il suo risveglio, Tozan disse al Maestro Ungan: “Permangono ancora alcune abitudini che non ho eliminato.”. Allora Ungan gli chiese: “Ma cosa hai fatto sino ad ora?” E Tozan rispose: “Non ho nemmeno praticato le Quattro Nobili Verità.” Per ogni discepolo del Buddha praticare le Quattro Nobili Verità significa praticare la Via: osservare la sofferenza, comprenderne i meccanismi, le cause, vedere, sperimentare che esiste una condizione al di là della sofferenza e soprattutto praticare la Via per rimediare alle cause della sofferenza, cioè seguire i precetti, praticare la meditazione e sviluppare la saggezza, la visione giusta. In genere si ritiene che l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità sia la totalità del Dharma, ma Tozan confessa di non avere nemmeno praticato questo. E’ quanto definisce le sue cattive abitudini.

Alla sua epoca, nello Zen cinese, l’insegnamento delle Quattro Nobili Verità veniva considerato come facente parte della pratica graduale. Lo Zen cinese aveva optato piuttosto per lo zen immediato, seguendo il Maestro Eno: concentrarsi sulla meditazione, sullo zazen e sullo sviluppo della visione giusta. Lo slogan suggeriva di vedere la propria natura autentica , risvegliarsi e diventare Buddha senza passare attraverso tutte le tappe, tutti gli esercizi spirituali proposti dal Buddha, come ad esempio l’Ottuplice Sentiero.

Ma Tozan la considera ugualmente una cattiva abitudine da parte sua, e poiché è uno dei fondatori dello Zen Soto, è opportuno ricordare che in seguito nello Zen Soto, gli insegnamenti originari del Buddha sono stati del tutto rispettati e seguiti e che è stata abbandonata, superata l’opposizione tra zen graduale e zen immediato.

Allora Ungan gli chiede: “Sei felice o no?” Raramente si sente questa domanda nei mondo zen; e tuttavia è la domanda fondamentale. La Via del Buddha, le Quattro Nobili Verità costituiscono la Via per liberarsi dalla sofferenza e condurre una vita felice, essendo in armonia con la realtà, con l’essenza della nostra esistenza e liberandoci dalle nostre illusioni, senza fondare la propria felicità sull’illusione, ma sulla realizzazione ed evidentemente, facendo il voto di condividere questa realizzazione e questa felicità con tutti gli esseri. Lo spirito di compassione è inseparabile dalla realizzazione perché la realizzazione significa realizzare che non siamo separati. E’ impossibile risvegliarsi e liberarsi da soli. Allora, alla domanda di Ungan, Tozan risponde: “Sono felice ed è come aver trovato una perla brillante in un mucchio di spazzatura.” Il Risveglio non è mai separato dall’illusione. E’ proprio vedendo l’illusione come illusione che ci si può risvegliare. Allora chiede a Ungan: “Cosa dovrei fare se volessi incontrare il mio sé originario?” Con questa domanda si vede che Tozan non è del tutto risvegliato. Questo significa anche che vi è ogni sorta di risveglio. Si è risvegliato per quanto riguarda l’insegnamento degli esseri inanimati ma non si ferma a questo. Allora Ungan gli risponde: “Chiedi a un interprete.” Allora Tozan gli dice: “E’ proprio quello che vi chiedo ora.” E Ungan: “Allora, cosa ti dice?” Tozan aspettava una risposta da parte di Ungan. Credeva fosse il maestro a dover essere l’interprete, ma naturalmente Ungan lo rimanda a se stesso.

Qualche tempo dopo, al momento di lasciare Ungan, Tozan gli chiede: “Quando sarete morto, se qualcuno mi chiedesse in cosa consisteva la verità del Maestro, cosa dovrei dire?” In altre parole, quale era l’essenza del suo Risveglio, della sua realizzazione? E Ungan: “E’ semplicemente questo”. In altre parole, non complicate inutilmente le cose. La verità è proprio davanti al vostro naso, proprio nel vostro corpo, nel vostro spirito, qui ed ora in zazen; non c’è bisogno di elemosinare presso altri a proposito della verità. E dopo qualche istante, Ungan aggiunse: “Occorre essere estremamente attenti e realizzare questo completamente.

Sul momento Tozan non comprese veramente. Lasciò il suo maestro e partì con questo koan. Ma poco tempo dopo, mentre attraversava un fiume su un ponte, vide la sua immagine riflettersi nel fiume ed è vedendo il riflesso di se stesso nell’acqua che si risvegliò profondamente all’insegnamento ultimo del suo maestro e che scrisse il poema che sarà il fondamento del suo insegnamento nell’Hokyo Zan Mai:

Non cercatelo presso qualcun altro, altrimenti resterete molto lontani.
Benché solo e indipendente, lo incontro ovunque.
E’ ora certamente me, ma io non sono lui.

Se comprendete ciò in questo modo, sarete direttamente in unità con la realtà, con la quiddità, la realtà così come è assolutamente. Questa volta tutti i dubbi di Tozan si erano dissolti. Aveva realizzato l’opera della sua vita. Auguriamoci che ognuno qui possa realizzare la stessa cosa ispirandosi a questo insegnamento. Avendo fiducia nel fatto che la realtà così com’è rappresenta ciò che abbiamo di più intimo. Non cerchiamo lontano.

Traduzione: Maresa Di Noto