Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
15/16 febbraio 2003
Sesshin di Milano
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Denkoroku: Tanka Shijun


Sabato 15 febbraio 2003, kusen delle 8:30

Concentratevi sulla postura, ponete i pollici all'interno dei pugni, i pugni sulle ginocchia, palmi rivolti verso il soffitto, oscillate energicamente 7-8 volte a partire dalla vita su un piano verticale, con un'ampiezza decrescente, poi immobilizzatevi nella posizione verticale e fate gassho.

Portate la mano sinistra nella mano destra, pollici orizzontali, il taglio delle mani in contatto con il basso ventre, prendete 2 o 3 grandi inspirazioni, poi respirate normalmente, concentrandovi ad andare sino al fondo dell'espirazione.

Sin dall'inizio di zazen concentratevi totalmente sulla vostra postura, inclinate bene il bacino in avanti, prendete fermamente appoggio sul suolo con le ginocchia, rilassate il ventre, lasciate che il peso del corpo cada bene sul centro del perineo e cercate la posizione giusta del bacino inclinato in avanti. Siamo seduti come se volessimo che l'ano non toccasse lo zafu, tuttavia cerchiamo di non incurvare troppo le reni, occorre che il ventre sia completamente rilassato in modo che la respirazione possa essere fluida, per questo non bisogna essere né troppo rilassati né troppo tesi nella postura.

A partire dalla vita estendiamo bene la colonna vertebrale, rilassando bene tutte le contrazioni della schiena e delle spalle, spingiamo il cielo con la sommità del capo e la terra con le ginocchia, così il corpo è completamente esteso tra il cielo e la terra, rilassate bene il viso, in particolare le mascelle. La lingua è contro il palato, invece di seguire il dialogo interiore, portiamo la nostra attenzione sul contatto della lingua col palato, rapidamente l'agitazione mentale si calmerà; lo sguardo è posato davanti a sé verso il suolo, vediamo tutto lo spazio intorno a noi senza guardare nulla di speciale. Sentiamo i suoni intorno a noi, ma non ascoltiamo nulla in particolare, non ci attacchiamo agli oggetti della percezione, ma non cerchiamo nemmeno di separarcene.

La stessa cosa avviene con i pensieri, con le sensazioni, a volte le sensazioni possono essere gradevoli, stiamo bene, a volte abbiamo sensazioni dolorose, ci limitiamo solo a prenderne atto e a lasciarle passare.

Non seguiamo i nostri pensieri ma nemmeno cerchiamo di eliminarli, non pensiamo volontariamente, lasciamo solo che i pensieri appaiano e scompaiano naturalmente, così realizziamo uno spirito che non ristagna su nulla, che non afferra nulla e che non rifiuta nulla, come le mani nella posizione di zazen; possiamo così essere completamente rilassati e lo spirito diventa tranquillo, costantemente aperto all'istante presente, non aspettando nulla dal futuro, non rimpiangendo nulla del passato, ma completamente presente.

Pienamente presente significa che ci concentriamo ad essere totalmente seduti, tutti i pensieri che non hanno alcun rapporto con il fatto di essere qui nel dojo li lasciamo passare, solo l'azione presente trattiene la nostra attenzione.

E' ciò che si chiama praticare shikantaza, solo sedersi, nient'altro, una totale concentrazione sull'azione presente, vuol dire che dopo zazen vi è una totale concentrazione sul canto dei sutra, una totale concentrazione sulla pratica di sanpai, poi nel mangiare la guen mai, fare il samu, prendere il caffè. Ognuna di queste azioni è shikan, l'azione assoluta dell'istante presente.

Quando pratichiamo così, il nostro spirito può risvegliarsi autenticamente, non è il caso di aspettare un avvenimento speciale, certi monaci si sono risvegliati sentendo un ciottolo urtare un bambù, altri guardando i fiori di pesco in primavera.

Il Maestro Dogen praticando zazen, sentendo il suo maestro insistere sul fatto di non dormire. Il maestro si era arrabbiato con un discepolo che dormiva, e gli aveva detto con forza: "Non dormite! zazen è corpo e spirito completamente spogliati, shinjin datsuraku." Ascoltando così Dogen si è risvegliato, ed ha lui stesso realizzato shinjin datsuraku, corpo e spirito abbandonati a zazen, totalmente assorbiti nella pratica.

A quel momento la pratica diventa senza ego, senza coscienza personale, diventa realizzazione dell'autentica libertà. Fare una sesshin è darsi l'occasione di sperimentare questo, istante per istante, non facciamo una sesshin per progredire sulla Via, ogni istante della sesshin è realizzazione della Via, senza separazioni.

E' ciò che si chiama shu sho ichi nyo, shu pratica, sho realizzazione risveglio, sono unità nella pratica shikantaza, solo sedersi, un corpo e uno spirito spogliati da tutti i nostri attaccamenti.

Questo insegnamento è l'essenza del Soto Zen e potete realizzarla qui ed ora!

Sabato 15 febbraio 2003, kusen delle 11:00

Durante questa sesshin continuerò l'insegnamento del Denkoroku del maestro Keizan, la storia della trasmissione del Risveglio, denko, fin dal Buddha Shakyamuni fino al maestro Ejo, il successore del maestro Dogen.

Ma ciò di cui si tratta non è una storia antica, è completamente al di là del passato, del presente e del futuro. E' la realtà eterna alla quale ognuno si risveglia nella pratica. La storia del risveglio degli antichi maestri diventa un insegnamento per noi qui e ora.

Il 46° Patriarca si chiamava Tanka Shijun. Un giorno egli chiese a Fuyo Dokai, che era suo maestro, il suo predecessore: "Qual è la frase unica che tutti i saggi hanno trasmesso sin dai tempi più antichi?"

Fuyo Dokai gli rispose: "Se chiami questo una frase, seppellisci la tradizione dello Zen Soto".

Ascoltando queste parole, Tanka Shijun si risvegliò profondamente. Si risvegliò a ciò che tutte le frasi dell'insegnamento esprimono senza poterlo mai afferrare, limitarlo.

Perché la domanda era posta? Perché tutti i Buddha, anche tutti i Buddha mitici, hanno lasciato una frase, un poema che riassumeva la loro esperienza.

Fin dall'origine dello zen, tutti i maestri hanno usato il linguaggio per incitare a vedere ciò che è al di là di ogni linguaggio. Non bisogna lasciarsi bloccare dalle parole; questo implica il fatto di utilizzare le parole liberamente senza attaccarsi ad esse.

Se pensiamo che la realtà infinita possa essere rinchiusa in qualche frase, allora seppelliamo veramente la trasmissione viva dell'insegnamento del Buddha.

Il cuore della pratica di zazen è la coscienza hishiryo, al di là di ogni pensiero, lo spirito che non dimora su nulla. E' una pratica. Se ne facciamo un concetto, passiamo completamente a lato della verità: facciamo di hishiryo un oggetto di attaccamento, qualche cosa di speciale, che vogliamo afferrare ed, evidentemente, così non è più hishiryo.

Così è meglio tornare costantemente alla concentrazione sulla pratica con il corpo estendendo bene questo corpo tra il cielo e la terra, e ritornando costantemente alla concentrazione sulla respirazione.

Nel suo commento, maestro Keizan dice: "Anche se il Buddha e i Patriarchi che si sono succeduti hanno cambiato apparenza, vi è senza dubbio qualche cosa che è stato trasmesso che è senza davanti e dietro, senza alto o basso, senza interiore ed esteriore, senza sé e tutti gli altri. E' quello che chiamiamo vacuità non vuota. E' il vero luogo ove ognuno deve ritornare. Non vi è nessuno che non lo possieda pienamente."

In altre parole la nostra pratica non consiste a dirigerci verso un altrove: il regno dei cieli, il nirvana, la vacuità, sono il cuore stesso della nostra vita, e non c'è bisogno di andare lontano per scoprirlo.

E' meglio semplicemente sederci e voltare il nostro sguardo verso l'interno, diventare intimi con la nostra realtà, la realtà della nostra vita. E' quello a cui tutti i Buddha e i Patriarchi si sono risvegliati, semplicemente la realtà della nostra vita, ciò che c'è di più intimo e dal quale non possiamo mai separarci, ma che ricopriamo spesso con tutte le nostre illusioni.

Keizan lo chiama "vacuità non vuota". Tuttavia, la vacuità essa stessa è vuota, vuota da ogni nozione di vacuità poiché la vacuità non esiste mai al di fuori dei fenomeni. La vacuità è la natura stessa dei fenomeni. Dunque, la vacuità non esiste in sé, è semplicemente un modo di dire che tutto ciò che ci costituisce è interdipendente con tutto l'Universo.

Nulla ci appartiene in proprio. Così, maestro Keizan dice "la vacuità non vuota", semplicemente per dire che non è un puro "nulla", non è nichilismo, ma semplicemente l'autentica natura dei fenomeni che esiste ovunque. Per questo non è necessario andare lontano per scoprirla, ma è meglio voltare il proprio sguardo verso l'interno e abbandonare tutte le nostre categorie mentali, quali davanti e dietro, alto e basso, interno ed esterno, sé e gli altri, poiché ognuna di queste categorie esiste solo in opposizione a un'altra: l'alto in rapporto al basso, l'interiore in rapporto all'esteriore, me in rapporto agli altri; ma, in definitiva, ciò che esiste è la relazione di interdipendenza. Armonizzarci con questo, è pensare senza pensare, non attaccarsi ad alcuna nozione, osservare la vacuità, la relatività e così ritrovare uno spirito completamente fluido come quando il ghiaccio si scioglie in primavera e quando l'acqua ritorna così alla sua libertà.

Se pratichiamo così, ogni luogo è un buon luogo, è il luogo autentico ove questa realtà si attualizza.

In zazen, certo, ma anche in tutti i nostri atti della vita quotidiana.

Praticare una sesshin è ritornare in questo luogo dove siamo in armonia con questa realtà che condividiamo con tutti gli esseri, che è proprio questa condizione, questa vita senza separazione, questa vacuità non vuota.

Sabato 15 febbraio 2003, kusen delle 14:30

Durante zazen non dormite. Non lasciate che il vostro spirito cada nella sonnolenza. Se avete tendenza ad addormentarvi inspirate profondamente svariate volte e osservate attentamente i vostri pensieri, le vostre sensazioni, le vostre percezioni senza attaccarvici, ma non cadete nel non pensiero.

Molte persone oggi si ingannano a proposito dello zen e alcuni in particolare credono che si tratti di arrivare a non pensare, altri talvolta criticano lo zen pensando che si tratti di un attaccamento al vuoto, al nulla.

In realtà il Buddha aveva provato delle pratiche di non pensiero, oppure di rimanere completamente nel vuoto, ma si era reso conto che non conducevano a nessun autentico risveglio, né alla liberazione, allora aveva abbandonato queste pratiche.

Ancora all'epoca di Keizan alcuni si ingannavano a questo proposito, così Keizan diceva: "Molti discepoli si ingannano pensando che ciò che è trasmesso è il non essere originario, che non può essere né espresso né concepito". E ricorda che queste persone venivano chiamate i non buddhisti che sono caduti nel nulla. In questo caso, anche se si pratica per miliardi di anni, numerosi quanto le sabbie del Gange, non potremo mai essere liberati. Anche se ci si concentra attentamente, se si giunge a mettere fine a tutte le cose rendendole totalmente vuote, vi è qualcosa che non può mai essere vuotato. Se praticando attentamente, con cura, potete intravedere ciò, allora certamente potete trovare una frase per esprimerlo, ed è ciò che chiamiamo "una sola frase che è stata trasmessa".

La vera liberazione non è cadere nel nulla né nel vuoto del non pensiero, ma restare in contatto con i fenomeni, essere pienamente nella vita ma senza attaccarci agli oggetti delle nostre percezioni.

Allora non c'è bisogno di respingere alcunché, è il modo di praticare dei bodhisattva, far parte del mondo senza cadere nelle illusioni di questo mondo, ma rimanere completamente attivi e presenti nel mondo.

Keizan diceva: "Vi è qualche cosa che non può essere vuotato", poiché il vuoto non esiste al di fuori dell'esistenza, sono i fenomeni ad essere senza sostanza, se non ci sono i fenomeni la vacuità non vuol dire nulla, i due non possono essere separati, dunque non possiamo respingere i fenomeni e mantenere soltanto la vacuità. Ciò che non può essere totalmente vuotato è semplicemente la vita, l'esistenza del qui e ora, di istante in istante, in relazione con il nostro ambiente. Ora ognuno di noi esiste assolutamente in questo zazen, su questo zafu, insieme in questo dojo. E' la realtà assoluta di questo istante.

E se cominciamo ad attaccarci a un concetto a proposito di questa esperienza, allora questa concezione è vacuità, solo fabbricazione mentale, ma se ci attacchiamo perdiamo il contatto con la realtà dell'esperienza presente, così praticare la via dello zen è tornare costantemente all'esperienza del qui e ora.

Un giorno nel sangha del maestro Seppo uno dei suoi discepoli era diventato un eremita sulla montagna, e nessuno aveva più contatti con lui.

Allora un giorno un monaco era andato a cercarlo e l'aveva trovato nascosto nel fondo della montagna. Si era lasciato crescere i capelli, la barba, viveva in una capanna al bordo di un fiume. E subito il monaco ha voluto provarlo chiedendogli: "Qual è il senso della venuta di Bodhidarma in Cina?" Allora l'eremita che era seduto sul bordo del fiume rispose: "Il fiume è profondo e il manico del mio mestolo è lungo", che era proprio la sua esperienza presente.

Allora il monaco era ritornato da Seppo e gli aveva raccontato l'avvenimento, e Seppo gli aveva detto: "Va bene, però voglio andare ugualmente a verificare io stesso la sua comprensione".

Allora Seppo era partito col suo segretario alla ricerca dell'eremita e aveva portato con sé un rasoio. Quando incontrò l'eremita, che era un suo vecchio discepolo, gli disse: "Un vero monaco deve avere i capelli e la barba rasati, allora se puoi rispondere alla mia domanda potrai evitare di essere rasato, ma se non puoi rispondere ti raserò la testa e la barba immediatamente". E immediatamente, senza aspettare, l'eremita scomparve. Qualche istante più tardi ritornò, si era lavato i capelli e la barba e tese la testa affinché il suo maestro lo rasasse. Seppo lo rasò immediatamente.

Dunque si potrebbe supporre che se l'aveva rasato era perché il suo discepolo non aveva compreso, ma in realtà l'azione giusta di lavarsi i capelli e tendere la testa per essere rasato dal suo maestro, senza cercare di dimostrare, di provare la sua comprensione, era la meravigliosa espressione della sua realizzazione.

Un'azione come quella vale certamente mille frasi a proposito del Dharma.

Quando la via è realizzata si esprime naturalmente e inconsciamente, sia attraverso una frase o un gesto o un'azione, naturalmente.

Sabato 15 febbraio 2003, mondo

- Se avete una domanda alzate la mano senza esitare. Potete mettere un po' di luce là in fondo?

- La vacuità non vuota di cui hai parlato questa mattina corrisponde alla presenza al mondo di cui parla il maestro Dogen? E che cos'è a tuo parere la presenza al mondo?

- Vuol dire essere presenti al mondo senza che questa presenza al mondo sia turbata dai nostri pensieri, dai nostri concetti. Dunque è la vita senza attaccamento alle nostre costruzioni mentali. La vacuità è utilizzata come metodo di insegnamento per aiutarci a distaccarci dalle nostre categorie.

- E' come se ci fossero due livelli?

- Si, Nagarjuna considerava che ci fossero due livelli, che ci fosse una verità relativa e una verità assoluta, e che nella verità relativa c'era l'esistenza, i fenomeni, ma che al fondo, cioè in modo più assoluto, più radicale, questi fenomeni non hanno sostanza, quindi sono vacuità. Quindi Nagarjuna raccomandava di distinguere bene questi due livelli per capire che la vacuità non è il nulla, non è l'assenza dei fenomeni, perché altrimenti sarebbe assurdo, sarebbe contrario all'esperienza immediata. I fenomeni esistono. Quando parliamo della vacuità è per dire che la natura dei fenomeni è la vacuità, ma questo non vuol dire che i fenomeni non esistono. Quelli che pensano che i fenomeni non esistono sono coloro che si attaccano a una comprensione dogmatica, ed è per queste persone che Keizan parla di "vacuità non vuota", che non è dunque il nulla o l'attaccamento a una visione nichilista.

Altre domande?

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- Nelle storie zen che si leggono nella tradizione giapponese molti allievi seguono più maestri, ma in diversi momenti della loro storia, e in Occidente, invece, spesso si seguono più maestri contemporaneamente.

- E' quello che fai?

- No.

- E conosci molte persone che fanno questo?

- Qualcuno si.

- Qualcuno? Uno? (risate)

- Ma soprattutto gente che mescola lo zen con altre pratiche. Cosa pensi riguardo a questo?

- Io penso che sia bene mischiare lo zen, perché lo zen dev'essere mescolato con tutte le attività della vita, non deve diventare qualcosa di speciale, lo zen è la vita. A partire dal momento in cui pratichiamo lo zazen, tutto il resto della vita, se è vissuto nello spirito di zazen, diventa lo zen. E' anche al di là dello zen. Diventa l'esperienza della realtà così com'è. Allora anche se suoni la chitarra o fai aikido o fai yoga, dal momento in cui pratichi zazen quando fai queste altre attività, anche la danza, questo può essere l'espressione completa di questa stessa esperienza di fare zazen. A proposito di shikantaza il maestro Deshimaru diceva che non si limita a essere solo quando si è seduti, shikan vuol dire concentrarsi totalmente su tutti gli istanti della vita quotidiana, allora può essere shikan anche il samu, shikan fare un'arte marziale, praticare yoga, dal momento in cui lo pratichiamo con quello spirito diventa totalmente uno con quello che facciamo, e se abbandoniamo l'ego e tutte le nostre costruzioni mentali nell'azione anche il lavoro diventa shikan, lavare i piatti, tutto, niente è al di fuori, per questo dico che lo zen deve essere mescolato con tutto, e diventare completamente unità con tutte le cose, non separati. Ma evidentemente non vuol dire che io incoraggi le persone a inseguire trentasei pratiche differenti, penso che occorra concentrarsi in effetti su una sola pratica, che non deve essere isolata dal resto della vita. Se ci concentriamo completamente su zazen, sulla pratica di zazen, ad esempio alla mattina, dopo quello zazen entriamo nella vita quotidiana, e quale che sia la nostra attività questa diventa lo zen. Se invece praticate zazen senza approfondire veramente la vostra pratica, e soprattutto mantenete uno spirito avido, e se non praticate con lo spirito mushotoku, che vuol dire praticare senza aspettarsi un profitto per il proprio ego, allora a quel momento evidentemente la pratica non può liberarvi, vuol dire che la vostra pratica è falsa e allora evidentemente avrete la tendenza a cercare qualcos'altro, e se praticate qualcos'altro con lo stesso spirito, con la stessa avidità, in effetti potrete continuare a condurre una vita di gaki spirituale, cioè di avidità permanente, e non sarete mai soddisfatti, proprio come i gaki che non sono mai soddisfatti, e a quel punto diventa un brutto sciupio del vostro tempo e della vostra energia, e questo evidentemente dobbiamo evitarlo. In questo senso non bisogna mescolare. Non è che non si possa mescolare, bisogna proprio abbandonare l'avidità, e quindi smettere di correre sempre dietro a qualcosa. Se riuscite a smettere di correre dietro a qualcosa e praticate ogni cosa con uno spirito disinteressato, mushotoku, allora tutto diventa la via, che non è limitata a una postura speciale. zazen, tutte le posture e tutte le attività della vita quotidiana sono la via.

Altre domande?

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- Desidererei comprendere meglio questo aspetto nel lavoro. Facendo lo scienziato devo correre dietro a delle cose nuove.

- Che cosa ricerchi?

- Cambiamenti climatici.

- Ah

- Quindi c'è un'avidità di conoscenza.

- Si, ma tu fai questa ricerca, immagino, per aumentare la comprensione dei fenomeni a tutti gli esseri umani, o lo fai per diventare celebre, per il tuo ego personale?

- No.

- Allora non si tratta di avidità. Se fai lo scienziato devi ricercare, se fai ricerca e non cerchi nulla è stupido. Quello che è importante è il tuo atteggiamento, perché ricerchi. Se ricerchi perché vuoi ottenere il premio Nobel, se vuoi diventare celebre è un trip dell'ego, se invece ricerchi perché l'oggetto di questa ricerca è importante per l'umanità, allora è un samu.

- Ma c'è sempre un po' un gaki quando l'atteggiamento è di appunto volere comprendere.

- Ma questo è normale. Se non avessi questa attitudine non potresti essere un ricercatore. E' assolutamente normale.

- Quindi è una cosa che si può fare?

- Certo. Non bisogna ingannarsi a proposito di mushotoku, che vuol dire non agire per il proprio profitto personale, ma invece quando si ha un'attività bisogna dispiegare la propria intelligenza, la propria energia per la riuscita di questa attività, altrimenti sarebbe assurdo, non si farebbe nulla.

- Anche se sento a volte questa voglia, proprio voglia di conoscere.

- Ma bisogna utilizzarla per il servizio degli altri, è forse la tua funzione in questa vita di far avanzare la scienza. Non è per te, è per tutta l'umanità. Allora è positivo avere questo accanimento, questa volontà forte di trovare, altrimenti non sarebbe possibile.

- Quindi ciò che faccio può essere mushotoku.

- Certo.

- (sospiro) Grazie.

- Altre domande?

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- La mia domanda risale a una serata al monastero quest'estate, quando dopo le ordinazioni tu hai mostrato ad un gruppo di noi le stanze e gli oggetti personali di Deshimaru. Era una bella esperienza e in qualche modo tu hai espresso l'amore in effetti che sentivi per Deshimaru a noi. Io sono rimasto però sorpreso di vedere quelle stanze che sembravano che erano rimaste esattamente se come lui ci fosse ancora. Ricordo lo zafu sul letto, la scrivania con tutti gli oggetti personali al loro posto. Sembrava che fosse andato a fare una passeggiata invece di essere morto. Perché dico che ero sorpreso? Perché non riesco a capire e riconciliare quelle stanze con i concetti dell'impermanenza e della vacuità. Cioè se tutto è impermanente, perché conservare quelle stanze in quel modo? E' semplicemente una domanda sul nostro rapporto con i morti.

- Non credo che si tratti proprio di un attaccamento, ma credo che ricordarsi del proprio maestro sia importante, perché è molto stimolante per coloro che l'hanno conosciuto, che hanno praticato con lui, ricordarsi della presenza del proprio maestro, perché da un lato è morto, ma dall'altro lato non è veramente morto. Quello che chiamiamo il corpo del Dharma è la presenza dell'insegnamento, che è sempre là. Percepirlo è ancora più forte quando possiamo essere nel luogo nel quale il maestro ha vissuto. Non siamo i soli a fare così, ad esempio a Eihei-ji, dopo la morte del maestro Dogen il suo successore ha fatto tutti i giorni la cerimonia della colazione che offriva al suo maestro quando era il suo segretario, esattamente come se fosse stato vivo, e 750 anni dopo questa pratica continua. Quando sono stato a Eihei-ji un monaco mi ha offerto la colazione come se fossi stato il maestro Dogen, esattamente come Ejo faceva col maestro Dogen. E' un modo, in questo mondo impermanente, in mezzo all'impermanenza, di mantenere vivo il ricordo di questa trasmissione, di non dimenticare. Siamo nati, usciti da questa trasmissione. Ma non vuol dire che nulla è cambiato. Io conoscevo la camera dal maestro Deshimaru, ed è piena di piccole cose che sono cambiate. Non possiamo evitare l'impermanenza. Ad esempio nel grande salone c'è stata un'inondazione, una fuga d'acqua e dunque abbiamo dovuto rifare tutto, il soffitto, ed è diventato diverso. Tu non hai conosciuto e quindi immagini che sia rimasto perfettamente uguale, ma io posso vedere ciò che è uguale e ciò che è differente. E comunque in ogni caso è evidente che tutto cambia, ma nel mezzo di questo cambiamento è importante ricordarsi l'essenza dell'insegnamento che è stato trasmesso. E per questo ritrovarsi nel luogo in cui ha vissuto, ha insegnato il maestro è un aiuto, ma non dipende da questo. Anche se la Gendronnière bruciasse e sparisse non sarebbe grave. L'essenza dell'insegnamento del maestro Deshimaru è nel nostro corpo, nel nostro cuore, nella nostra pratica. In effetti manteniamo questo ricordo ma io non sono particolarmente attaccato ad esso. Pensavo fosse bello farvi vedere questo luogo, ma anche se non potessi mai ritornarci ciò non mi impedirebbe di continuare esattamente la pratica che il maestro Deshimaru mi ha insegnato, che non dipende da un luogo. Credo che sia anche il senso dei pellegrinaggi. Perché ci sono i pellegrinaggi? In tutte le religioni ci sono pellegrinaggi: sui luoghi dove ha vissuto il Cristo, dove hanno vissuto i santi. E' un modo di mantenere un legame vivente con la trasmissione, ma deve essere fatto senza attaccamento, se no diventa bigottismo.

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- Allora, una domanda che penso che da neofita rispecchia un po' la crisi sociale, la mancanza di riferimenti. Collegandomi al discorso della domanda precedente come si fa a trovare un maestro, o chi trova chi?

- Si dice sempre che quando il discepolo è pronto il maestro appare. Dunque questo incontro si fa abbastanza naturalmente, inconsciamente. Ma certo per incontrare un maestro bisogna già avere lo spirito della via, cioè lo spirito che ricerca la via. Se la pratica della via non ti interessa puoi passare a lato rispetto un maestro, e non lo noterai nemmeno.

- Non ho capito. Passare?... Ah, non lo vedi.

- Dunque dipende dalla condizione del tuo spirito, dipende dalla ricerca del risveglio e poi dipende dalla convinzione che si ha interiormente del bisogno di essere guidati. All'inizio si ha spesso la tendenza a credere che si può essere autodidatti: si va un posto in cui si insegna una pratica, ad esempio zazen, e ci si dice: è chiaro, non c'è bisogno di un maestro, posso da solo sedermi su uno zafu seguendo le raccomandazioni, e poi basta, è sufficiente. In questo caso non si rischia di incontrare un maestro, semplicemente perché il bisogno non è presente, ma se dopo un certo periodo di pratica ci si rende conto che appaiono delle difficoltà per le quali si ha bisogno di essere guidati, allora il desiderio di un maestro appare, e vuol dire che in questo momento diventiamo ricettivi rispetto all'incontro, e questa è la base, se non c'è questa ricettività il maestro non si imporrà certamente da solo. Questo vuol dire che ci vuole già una certa evoluzione nella ricerca della via per fare questo incontro.

Altre domande?

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- Vorrei sapere se il concetto della reincarnazione è fondamentale al buddhismo zen come per il buddhismo tibetano, credo, soprattutto per quello che riguarda la violenza contro la vita, soprattutto umana, la vita in generale. Ad esempio assassinio, offese contro appunto la vita che vengono commesse. Non so se mi ha capito, che la reincarnazione è fondamentale...

- Vuoi dire con ciò che in rapporto al male commesso, se credere alla reincarnazione rafforza il senso di responsabilità, cioè se agiamo male ci saranno delle conseguenze negative non solo per gli altri ma anche per noi stessi, dunque diventa un freno contro il cattivo karma. E' questo che vuoi dire?

- Credo di si, perché se no non vedo tanto moralità... se siamo tutti Buddha già ma c'è una differenza nel comportamento, uno che commette delle offese contro la vita e uno che non danneggia la vita, che fa una vita morale.

- Credo che sia per questa ragione che la credenza nelle rinascite è stata generalmente insegnata dai maestri zen, perché a un certo livello aiuta a sentirsi responsabili dei propri atti, a capire che i nostri atti hanno delle cause e degli effetti, che si inscrivono in questa continuità della causalità. Il Maestro Dogen diceva: è la base stessa della pratica della via, cominciare a capire questo per diventare una persona responsabile e per potersi impegnare nella via. Personalmente considero questo come un mito, cioè non c'è nessuna prova, non possiamo affermare la rinascita, ma penso che tra i miti sia un mito molto buono, cioè se ci crediamo, se viviamo come se esistesse, allora produce dei buoni effetti, dunque è meglio, se abbiamo bisogno di avere una credenza per rapporto alle rinascite, al dopo morte, all'aldilà, penso che sia la credenza migliore, ma bisogna esser chiari che rimane una credenza, e in questo senso non penso che sia talmente essenziale allo zen. Per lo zen è molto più importante l'esperienza del qui e ora, come ci incarniamo ad ogni istante, come rinasciamo di istante in istante, da un'inspirazione all'espirazione successiva, e che cosa attualizziamo in questo istante, non è il caso di pensare a vite precedenti o a vite future, è come qualcuno che eviterebbe il male e agirebbe bene solo per paura di una cattiva rinascita o per avidità rispetto al pensiero di ottenere dei meriti, quindi di ottenere una buona rinascita, questa persona sarebbe molto lontana dal risveglio, sarebbe ancora dentro l'avidità, dentro l'attaccamento, dentro l'ego. Allora ritengo che per questa ragione non sia essenziale.

- E allora qualcuno che offende veramente contro la vita, un assassino, terroristi che ammazzano bambini, non c'è differenza tra uno così e uno che fa una vita con rispetto?

- Io penso che per qualcuno che commette il male, come dici tu, la differenza è fondamentale rispetto a qualcuno che non lo commette, è il suo karma presente, giusto ora, ed è molto diverso. E' molto diverso vivere nella pelle di un assassino o nella pelle di Madre Teresa, ad esempio, è qui e ora, la causa e l'effetto si manifestano, il karma è nell'atto stesso. Lo puoi sperimentare tu stessa, se senti della collera, dell'aggressività, se colpisci qualcuno, anche se tu uccidi un ragno ad esempio, nel gesto stesso, nell'azione stessa vi sono già i risultati, immediatamente viviamo in un altro mondo, un mondo infernale, se siamo dentro la violenza. Non ha nulla a che vedere con una rinascita futura, può darsi che ci sarà in più una cattiva rinascita futura, in più, che si aggiunge, ma già ora, la vita che conduciamo qui e ora con un cattivo karma, con cattive azioni è una cattiva vita, non è una vita felice. E' molto importante.

- Anche se c'è la gente che continua a fare le cose brutte...

- Lo fanno perché non hanno sperimentato qualcosa di diverso, conoscono solo il male e non hanno quindi il discernimento, non si rendono conto che agendo così creano sofferenza per gli altri e per se stessi, non solo nell'aldilà, ma nel qui e ora, allora si può sperare che queste persone possano incontrare qualcuno che li aiuti a risvegliarsi, a sperimentare qualcosa di diverso. Ma non vuol dire che non credo alle vite future. Non ho detto questo. Ho detto semplicemente che non è così essenziale per la pratica dello zen, e che non possiamo né affermare completamente né negare. La mia tendenza è piuttosto di adottare questo mito, lo faccio come tutti i maestri del passato, è la mia prospettiva generale, ma non è qualcosa che mi ossessiona, non penso molto a questo, penso molto di più a ciò che faccio ogni giorno, questo mi interessa. Dopo la morte vedremo. Se conduciamo una vita giusta a ogni istante, se impariamo a far fronte a ogni avvenimento in modo giusto, sarà la stessa cosa al momento della morte e dopo la morte. Quello che è importante è il qui e ora, questo è lo zen.

Ci fermiamo.

Sabato 15 febbraio 2003, kusen delle 17:30

Il Maestro Fuyo Dokai aveva detto: "Se chiamate questo una frase, andrete solamente a sotterrare la tradizione Soto." E Keizan commenta: "Non possiamo riferirci a questo ambito come se fosse una frase". La verità dello Zen non risiede in una frase. E aggiunge: "Utilizzare le parole in modo non corretto è come tracce di uccelli nella neve. Così si dice: non ci sono tracce dove possiate nascondere il vostro corpo". Tracce di uccelli nella neve sono come i nostri attaccamenti alle parole. Le tracce non sono l'uccello ma solo il segno del suo passaggio; ma se ci attacchiamo alle tracce non vedremo mai l'autentico uccello, perché nell'istante in cui ha lasciato una traccia è già altrove. Poiché non c'è nessuna traccia in cui si possa nascondere il nostro corpo. Così quando pratichiamo zazen, anche se siamo completamente concentrati sul corpo, sulla postura, non ci attacchiamo al corpo: il corpo è abbandonato alla pratica. Allora l'autentico corpo può realizzarsi, l'autentica dimensione dell'esistenza.

Per questo nel corso di zazen non bisogna rimanere costantemente coscienti del nostro corpo, altrimenti la pratica diventa dualista. Se siamo coscienti di qualche cosa c'è sempre il sé e l'oggetto: la coscienza e il corpo. Ma quando il corpo e lo spirito diventano unità si è al di là della concentrazione cosciente. "Allora - come nota Keizan - quale traccia rimane quando la pelle, le ossa, il midollo sono partiti, finiti? " Quando non si ha più coscienza di fare qualcosa di speciale e quando si è completamente assorbiti nella pratica, lì non rimane più la minima traccia. A quel punto la Realtà appare. La Vacuità non vuota. Non è qualcosa che possiamo riavere da qualcuno o che qualcuno può donare a qualcun altro. "Tuttavia, quando questo regno è realizzato, si dice che questo è trasmesso dal mio animo al tuo animo" fa notare Keizan. In realtà è la trasmissione dell'intrasmissibile, la trasmissione dell'esperienza che ognuno deve realizzare da solo. E quando ciascuno la realizza allora, come dice ancora Keizan "è come l'unità dell'ospite e del visitatore, l'unità del relativo e dell'assoluto". E conclude con questo poema:

Il vento puro circonda la terra
E la scuote di tanto in tanto,
e chi può afferrarlo e mostrarvelo ?

Domenica 16 febbraio 2003, kusen delle 8:30

Durante zazen concentratevi solo sulla vostra postura; tendete le reni, la colonna vertebrale, la nuca, rientrate il mento. Rilassate le spalle, rilassate bene il ventre. Inspirate ed espirate profondamente e ritornate costantemente alla vostra respirazione. Non seguite i vostri pensieri, non lasciatevi distrarre dalla pratica del qui e ora. Anche se praticando la Via dello zen ricercate il Risveglio, quando praticate nel dojo dimenticate anche questa ricerca, per concentrarvi solamente sulla pratica, diventate uno con la pratica, abbandonate ogni secondo fine.

Ieri Silvia ha posto la domanda sulla ricerca e sull'avidità. La sua attività professionale è di fare ricerca. Ciò che ci riunisce qui è che ognuno di noi ricerca la Via; allora, come questa ricerca può essere libera dall'avidità, come può essere qui e ora realizzazione e non attesa di una realizzazione futura?

Questa domanda è stata abbordata molto profondamente nel Sutra di Vimalakirti di cui vi parlerò questa mattina. Si tratta del quinto capitolo il cui titolo è "La liberazione inconcepibile". Per coloro che non conoscono questo sutra, Vimalakirti era un discepolo laico del Buddha che ha realizzato una grande saggezza e che molto spesso riceve i grandi discepoli del Buddha e li aiuta a comprendere l'insegnamento più profondamente. Così molti tra questi discepoli finiscono per avere vergogna della loro ignoranza e più nessuno osa andare da lui. Solo alla fine Manjusri accetta di andare a rendere visita a Vimalakirti poiché è lui stesso incarnazione della Grande Saggezza. Improvvisamente molti discepoli vogliono accompagnare Manjusri mentre va a trovare Vimalakirti per assistere a questo grande incontro. Per accogliere tutte queste persone Vimalakirti ha utilizzato i suoi poteri magici per fare loro posto, per vuotare completamente la sua casa. Allora Sariputra, uno dei grandi discepoli del Buddha, nota che non c'è nemmeno un solo seggio in quella casa e si dice: "Dove i bodhisattva e gli uditori potranno sedersi? " E Vimalakirti che ha indovinato il suo pensiero gli dice: "Sariputra, sei venuto qui per cercare la Legge, il Dharma o per cercare un seggio?". Sariputra risponde: "Sono venuto per cercare la Legge e non per cercare un seggio". Allora Vimalakirti riprende dicendo: "Venerabile Sariputra, colui che cerca la Legge, il Dharma, dunque la verità ultima, non si preoccupa nemmeno della vita del proprio corpo, come dunque cercherebbe un seggio?".

Attraverso questa domanda di Vimalakirti riceviamo un grande insegnamento sulla condizione dello spirito di colui che ricerca la Via, colui che ha questo grande spirito di Risveglio, abbandona ogni cosa, compreso l'attaccamento al proprio corpo. Ed è così che bodaishin, lo spirito del Risveglio, è già il Risveglio, salvo che resti il desiderio del Risveglio.

Vimalakirti continua dicendo: "Colui che cerca la Legge non cerca la materia, né le sensazioni, né le nozioni, né le volizioni o le conoscenze". In altre parole non cerca nulla di ciò che costituisce i cinque aggregati, nulla di ciò che costituisce il nostro ego. Così l'autentica ricerca del Dharma non ha nulla a che vedere con lo sviluppo personale, con tutte le ideologie della New Age che consistono solo nello sviluppare l'ego.

Vimalakirti continua: "Colui che ricerca la Legge, il Dharma, la verità ultima, non ricerca il mondo del desiderio, il mondo delle forme e nemmeno il mondo senza forme". Sono i tre mondi di trasmigrazione e anche i tre universi mentali nei quali noi viviamo seguendo i nostri attaccamenti. Talvolta alcuni comprendono e pensano che la via sia abbandonare il mondo dei desideri, praticare meditazione e sperimentano il mondo senza forme. Ma talvolta questa condizione dello spirito diventa essa stessa un oggetto di attaccamento ed è lì che la pratica cade in un'impasse. Colui che ricerca autenticamente la Via non deve attaccarsi a nessuna condizione particolare dello spirito, a nessun mondo particolare, a nessun ambito di rinascita.

Per molte persone che seguono la Via del Buddha, questa Via si riassume nelle 4 Nobili Verità: capire la sofferenza, la sua causa, la possibilità di mettervi fine e la Via per arrivarci. Questo diventa l'oggetto della loro ricerca ed è il caso di Sariputra, ma Vimalakirti gli dice: "Colui che ricerca la Legge, il Dharma, non cerca di conoscere il dolore, non cerca di distruggere la sua origine, non cerca nemmeno di realizzare la sua distruzione, e non cerca di praticare il Cammino, la Via, perché? Perché la Via è esente da vani chiacchiericci, è sprovvista di espressioni". In altre parole non ci lasciamo limitare dalle frasi, dalle formule. Vi ricordo che era il punto essenziale della trasmissione da Fuyo Dokai a Tanka Shijun.

Solo se pratichiamo così, la Via che non ha tracce, che il Maestro Dogen chiamava "la Via degli uccelli", la Via nella quale non c'è nemmeno attaccamento alla Via, che la pratica può diventare immediatamente liberazione e realizzazione della Via.

Domenica 16 febbraio 2003, kusen delle 11:15

Quando ci si impegna nella pratica della Via è importante comprendere la propria motivazione e purificarla da tutto ciò che potrebbe limitare la nostra ricerca della Via, in modo da non fare di questa Via qualcosa di piccolo al servizio del nostro ego. E' ciò che insegna Vimalakirti a Sariputra. Nel seguito di ciò che ho detto questa mattina vi aggiunge: "Colui che cerca il Dharma non cerca la nascita né l'estinzione e perché? Perché il Dharma è calmo e tranquillo; dunque coloro che cercano la nascita e l'estinzione non cercano veramente il Dharma, la pace, ma cercano solamente la nascita e l'estinzione."

Capita spesso che coloro che si impegnano nella Via dello Zen si scoraggiano dopo un po', è senza dubbio perché si sono sbagliati di direzione; se ci si sbaglia di direzione sulla Via, la Via stessa può divenire causa di sofferenza, ciò che è veramente un paradosso tremendo.

Ciò che insegna Vimalakirti è di non ricercare null'altro che il Dharma e lasciar cadere tutto il resto, e poiché il Dharma è pace al di là di ogni oggetto, allora la pratica di colui che cerca autenticamente il Dharma è una pratica pacificata da subito, una pratica nella quale lo spirito avido è abbandonato, nella quale non ci si attacca alla propria posizione, al potere, al merito.

Vimalakirti continua dicendo: "Colui che cerca il Dharma non cerca la lordura del desiderio poiché il Dharma è esente da lordura". Non c'è sporcizia nel Dharma. Dunque coloro che si attaccano a qualsivoglia oggetto, compreso il nirvana, non cercano l'autentico Dharma, ma cercano solamente la lordura del desiderio. Questo è il punto centrale dell'insegnamento dello Zen: come fare della pratica di ogni istante un'autentica realizzazione, un'autentica liberazione, qui e ora, senza tardare, senza fare della pratica una sorta di scala per raggiungere un oggetto, anche se questo oggetto è il nirvana, poiché in quel caso il nirvana autentico sfuggirà costantemente.

Per questo c'è questo koan zen celebre a proposito del palo di trenta metri di altezza: un uomo potrebbe arrivare sulla cima di questo palo facendo molto sforzo, ma lo Zen comincia quando si è capaci di fare un passo in più sulla cima di questo palo, cioè nell'abbandono della presa, di ogni oggetto, di ogni supporto. Ed è anche l'ultimo insegnamento del Maestro Deshimaru al Dojo di Parigi.

A proposito del mondo tra Nangaku e il suo Maestro Eno, Eno gli aveva chiesto "Che cosa viene così? " e Nangaku non poté rispondere. Dopo sette anni di pratica di zazen realizzò finalmente che quel "che cosa" non è qualcosa, nulla che si possa afferrare; e così rispose al Maestro Eno. Allora Eno gli chiese: "Esistono comunque pratica e realizzazione?" e Nangaku diede questa risposta meravigliosa: "Certo vi sono pratica e realizzazione, ma questo non deve essere sporcato." Eno approvò dicendo: "Questa pratica senza lordura è ciò che è stato protetto da tutti i Buddha e da tutti i Patriarchi". "Senza lordura" significa senza separazione, senza dualità, dunque senza oggetto: concentrarsi sulla pratica stessa con uno spirito mushotoku, al di là di ogni aspettativa di un risultato; la pratica con questa condizione di spirito diventa immediatamente realizzazione.

Il nirvana non è un oggetto che bisogna raggiungere per mezzo di tanti sforzi ma la natura stessa della nostra pratica che si realizza quando ci si concentra senza aspettare nulla, senza lordare la pratica con i nostri desideri, è quello che il Maestro Deshimaru ci ha augurato di continuare a praticare: la pratica di zazen fusenna, senza sporcizia, senza lordura, ed è quello che a mia volta vi auguro di continuare a realizzare.

Vuol dire concretamente non cercare null'altro che l'autentico Dharma e realizzare finalmente che l'autentico Dharma non può essere afferrato, nemmeno lui e allora ogni spirito di attaccamento è abbandonato e la pratica spogliata da questo attaccamento diventa essa stessa immediatamente realizzazione e armonia con l'autentico Dharma, con la realtà che non può essere rinchiusa né dalle parole né dai concetti, né afferrata come oggetto dei nostri desideri e che esiste qui e ora, ovunque, ed è al di là della nascita e della morte.

Traduzione: Maresa Di Noto
Annotazione: Marco Viale, Dinajara Freire, Giusi Losi, Guglielmo Cappelli, Anna Avagnina, Franca Mondino
Raccolta e trascrizione: Giusi Losi