Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
4/6 aprile 2003
Sesshin di Amelia
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Denkoroku:Tendo Nyojo


Venerdì 4 aprile 2003, kusen delle ore 7:00

In zazen, come in kinhin, concentratevi completamente sulla vostra postura. Basculate bene il bacino in avanti, prendete fermamente appoggio con le ginocchia sul suolo, lasciate che il peso del corpo prema bene sullo zafu, rilassando completamente il ventre. Ricercate la buona inclinazione del bacino in avanti per permettere proprio questo rilassamento del ventre. Per far ciò occorre essere seduti sullo zafu come se volessimo che l’ano guardasse verso il sole; in ogni caso, che non tocchi lo zafu; è ciò che dona alla postura il suo dinamismo e che evita alla postura di essere troppo rilassata. E’ importante trovare un buon radicamento nella propria seduta, e a partire da questa base estendiamo bene la colonna vertebrale, la nuca, spingendo il cielo con la sommità del capo e rilassiamo bene tutte le tensioni della schiena e delle spalle.

Il mento è rientrato, così c’è una buona energia nella nuca come nelle reni. Lo sguardo è posato davanti a sé verso il suolo e gli occhi rimangono aperti. Non si fissa un punto speciale, così lo sguardo diventa vasto; e poiché non si attacca a nulla, non è disturbato da nulla. Il viso è rilassato, specialmente le mascelle; la punta della lingua è contro il palato. Se avete la tendenza a farvi troppi discorsi interiori durante zazen, concentratevi sull’immobilità della punta della lingua. In generale, durante la sesshin è meglio rimanere silenziosi; se viene voglia di dire qualche cosa, allora concentrarci sulla punta della lingua prima di parlare. Se quello che abbiamo da dire non è importante, allora è meglio tenere la bocca chiusa. La sesshin è ritornare al silenzio, e calmare tutte le agitazioni mentali.

Nella vita quotidiana c’è molto rumore e lo spirito in mezzo a tutta questa agitazione ha difficoltà a ritornare chiaro. La sesshin è l’occasione di ritrovare lo spirito chiaro, lasciando che tutte le cause di agitazione si calmino.

Una volta entrati nella postura, potete porre la vostra attenzione sul contatto tra i pollici o sul contatto delle mani col basso ventre, nel punto dove va a concentrarsi l’energia dell’espirazione. Inspirate ed espirate profondamente, lasciando che l’espirazione vada fino in fondo. Non è il caso di mantenere delle riserve d’aria. E’ rigettando tutto alla fine dell’espirazione che l’inspirazione seguente può diventare profonda. E’ lasciando cadere tutti i pensieri coagulati che lo spirito può diventare chiaro. In effetti dovremmo dire: può ritornare chiaro. Per questo, non seguite i vostri pensieri, non intratteneteli. Alcune persone passano il loro tempo in zazen a farsi del cinema. In questo caso, perdete completamente il vostro tempo a fare una sesshin, meglio andare al cinema.

In questa sesshin continuerò il Denkoroku. Sono arrivato alla storia della trasmissione tra Setcho Chikan e Tendo Nyojo (che fu il maestro di Dogen, il cinquantunesimo patriarca).

Un giorno il suo maestro, Setcho Chikan, gli chiese: “Come qualche cosa che non è mai stata sporcata può essere pulita, purificata?” Nyojo passò un anno con questa domanda e improvvisamente si risvegliò e disse: “Ho incontrato quello che non è lordato.

Incontrare quello che non è lordato: questo è il senso della sesshin, che vuol dire, letteralmente, diventare intimi col nostro autentico spirito, che niente può sporcare.

Venerdì 4 aprile 2003, kusen delle ore 11:00

Come sua abitudine, nel Denkoroku il Maestro Keisan ci racconta la biografia del nuovo patriarca, e benché parli di Nyojo, che visse nel tredicesimo secolo, ottocentocinquanta anni fa, in realtà si tratta di noi; ciò che realizzò ogni patriarca della nostra discendenza è l’essenza stessa della pratica che noi pratichiamo ora in questo dojo.

Nyojo aveva abbandonato gli studi dottrinali all’età di diciassette anni per concentrarsi sulla pratica dello Zen. Aveva raggiunto la comunità di Setcho Chikan e praticava là già da un anno concentrandosi completamente su zazen. Nyojo chiese di essere il responsabile della pulizia dei gabinetti ed è allora che il suo maestro gli domandò: “Come qualcosa che non è mai stato sporcato può essere pulito? Se puoi rispondere a questa domanda, allora sarai nominato responsabile dei gabinetti.”. Se si esigesse la stessa realizzazione ai giorni nostri, è da temere che spesso i gabinetti non sarebbero puliti. In ogni caso, Nyojo non poté rispondere a questa domanda, e per molti mesi non ebbe una risposta.

Un giorno il suo maestro lo convocò, ma non era comunque capace di rispondere a questa domanda. Allora il suo maestro gli pose di nuovo la domanda: “Come qualcosa che non è mai stato sporcato può essere pulito?” E ancora per un anno Nyojo non poté rispondere. Allora, poiché non poteva comunque rispondere, il suo maestro gli disse “Se puoi, esci dal tuo vecchio solco”, il solco che generalmente è scavato dall’acqua che scorre, ad esempio sul bordo delle strade. L’acqua cola sempre in questi solchi che diventano sempre più profondi. Se, per esempio, si fa una manovra sbagliata in macchina e si entra in questo solco non si può più uscire. E’ l’immagine della trappola del nostro ego che è prigioniero delle proprie abitudini mentali; che crea senza sosta dualità, opposizioni: tra il puro e l’impuro, tra sé e gli altri, tra pratica e realizzazione, che resta così prigioniero di queste dualità.

La pratica della Via del Buddha è destinata a permetterci di uscire da questo solco, ma a condizione, certamente, di non ingannarci sul modo di praticare, perché, senza questo, la pratica stessa può diventare un solco.

Questa domanda è illustrata attraverso l’opposizione del modo di praticare insegnato da Jinshu - che era discepolo del quinto Patriarca - e la pratica del Maestro Eno, che ciascuno esprimeva attraverso il proprio celebre poema. Jinshu aveva scritto per esprimere l’essenza della sua comprensione dell’insegnamento di Konin e, di conseguenza, dell’essenza della pratica:

Il mio corpo è l’albero del risveglio,
il mio spirito somiglia a uno specchio chiaro.
Da sempre mi sforzo di pulirlo
affinché la polvere non lo ricopra.

Questo poema è diventato il simbolo della pratica graduale, che sembrava un modo logico di praticare. Abbiamo delle illusioni che sporcano il nostro spirito e gli impediscono di vedere chiaramente, di essere uno specchio chiaro; quindi, dobbiamo praticare costantemente per pulirlo, per non lasciare che la polvere vi si depositi.

Certamente, è un aspetto importante della nostra pratica, la base: concentrarsi, non seguire i propri pensieri, non essere distratti dalle nostre illusioni. E’ per questo che ritorniamo costantemente alla postura, alla respirazione, per lasciare che la mente si calmi, che lo spirito si rischiari.

Questa pratica ha molti meriti; del resto, Konin aveva approvato questo poema, dicendo che coloro che seguono questo insegnamento, il modo di praticare espresso attraverso il poema, non potranno più cadere nei cattivi cammini: nell’inferno, nel mondo dei gaki, il mondo degli animali. Ma, d’altra parte, coloro che aspirano al risveglio supremo, alla grande liberazione, non potranno mai realizzarla seguendo questo metodo.

Konin disse a Jinshu: “Non siete ancora arrivato alla realizzazione della Via, siete semplicemente rimasto sulla soglia della porta. Non vi resta che oltrepassare questa soglia e vedere la vostra autentica natura.

Eno, che aveva realizzato questo lavorando nella cucina, espresse a sua volta la sua realizzazione attraverso il celebre poema, che è stato tradotto in differenti modi e che dice:

Non c’è mai stato albero del risveglio,
né specchio chiaro.
Lo specchio è vuoto:
dove la polvere potrebbe deporsi?

Quando realizziamo questa vacuità, diventiamo intimi con l’autentica natura della nostra esistenza. Lo specchio, la polvere, sono ugualmente vacuità, senza sostanza. Non vi è nulla da sporcare, e nulla che possa sporcare qualcosa.

Quando realizziamo ciò intimamente, possiamo arrestare ogni lotta. Non vi è più opposizione tra amico e nemico, bene e male, puro e impuro, sé e gli altri, satori e illusione, se stessi e il Buddha.

Lo spirito che produce queste nozioni, queste dualità, è abbandonato. Anche la vacuità stessa è abbandonata, non diventa una nuova nozione. Allo stesso modo, il satori esiste solo in rapporto alle illusioni, se non seguiamo più queste illusioni non abbiamo più bisogno di attaccarci al satori.

Quando realizziamo questo intimamente, possiamo praticare zazen in tutta libertà.

zazen non è una tecnica per purificare lo spirito, per raggiungere la Via, ma è la pratica di un corpo, di uno spirito che esprimono libertà, quando non ci si lascia imprigionare da nessuna fabbricazione mentale.

Un giorno Nyojo realizzò questo e disse: “Ho incontrato ciò che non può essere sporcato.”. E allora, nel momento in cui finì di parlare, il suo maestro lo colpì. Egli si mise a sudare copiosamente e si inchinò profondamente. Allora Setcho Chikan approvò la sua realizzazione, e poté infine diventare responsabile dei gabinetti.

Venerdì 4 aprile 2003, kusen delle ore 16:30

Dunque, in seguito Nyojo era diventato il responsabile delle pulizie dei gabinetti, e questo per poter esprimere la sua gratitudine per l’occasione che aveva avuto di risvegliarsi. Un giorno in cui attraversava la sala che si chiama Sala degli Arhat, dove si conservano le statue che rappresentano i primi discepoli del Buddha, come Mahakashyapa e Ananda, un monaco un po’ strano gli disse: “Pulitore di gabinetti, hai ripagato la Via, hai ripagato il maestro, hai ripagato tutti.” E dopo aver detto ciò, scomparve.

Sentendo questa storia, il primo ministro la interpretò come un presagio da parte dei saggi sul fatto che il Maestro Nyojo avrebbe potuto diventare l’abate di quel monastero, Chinchu, e così Nyojo venne nominato abate di quel monastero. Ovunque la gente diceva che i meriti di Nyojo nel ripagare i suoi debiti erano davvero supremi.

Poche persone hanno questo sentimento di gratitudine, poche persone provano il desiderio di ripagare i propri debiti. Tuttavia, il semplice fatto di essere nati sotto forma umana è una grande occasione, un grande regalo che ci fa il cosmo, poiché è l’occasione di risvegliarci alla dimensione più pura dell’esistenza; se proviamo questa gratitudine, allora ci sforziamo di non sciupare il tempo che ci è stato dato. In più, abbiamo la fortuna di aver incontrato la Via, la fortuna di ricevere la trasmissione dell’insegnamento del Buddha e di tutti i Maestri, attraverso il Maestro Deshimaru.

Come rendere questo dono che abbiamo ricevuto? E’ importante provare questa gratitudine e impegnarci nella pratica con lo spirito del fuse, del dono. Non prendere o ricevere qualcosa dalla Via o della pratica: abbiamo già ricevuto tutto. La nostra pratica consistere nel rendere, nel dare la Via agli altri. Donare tutta la nostra energia per far esistere e condividere questa pratica insieme di zazen, è donare alla Via, far esistere la Via.

Se pratichiamo così, la natura della nostra pratica è differente: non pratichiamo aspettando qualcosa, ma condividendo quello che noi siamo nel fondo di noi stessi. E in questa condivisione, si realizza ciò che noi siamo: degli esseri in unità con tutto l’universo. E’ quello che si chiama la natura del Buddha. Non è qualcosa di nascosto nel fondo di noi, ma è la natura reale dell’esistenza: il fatto di esistere solo legati gli uni agli altri, insieme; con gli esseri umani, ma anche con gli alberi, le montagne, il sole, la luna; il fatto di essere senza separazione rispetto a tutti gli esseri.

Praticare zazen è attualizzare questo, lasciar cadere quello che ci separa da questa realtà. Rendere alla Via l’energia che abbiamo ricevuto dall’universo. E’ ciò che praticò Nyojo per tutta la sua vita. Dal momento in cui provò lo spirito del risveglio, all’età di diciotto anni, rimase nel monastero e non ritornò mai a casa sua. Non si associò mai coi suoi concittadini in nessuna impresa, non si recò nemmeno nelle camere degli altri monaci del monastero, non parlò neppure con coloro che erano seduti accanto a lui; non faceva che praticare zazen con un solo spirito. Aveva fatto il voto di praticare così a lungo fino a che non avrebbe ridotto in polvere un seggio di diamante. Se talvolta trovate gli zazen della sesshin un po’ lunghi, ricordatevi questo voto di Nyojo, praticate come se doveste ridurre il vostro zafu in polvere.

Allora, il risultato di questa pratica intensiva di zazen fu che le sue natiche si ulcerarono, ma ciò non lo fece smettere di sedersi.

Keizan ci dice di lui che fin dal primo giorno in cui realizzò lo spirito del risveglio fino all’età di sessantaquattro anni, quando era abate del monastero del monte Tendo, non ci fu un solo giorno, una sola notte nella quale non fece zazen; ed è senza dubbio grazie a lui che siamo seduti ora in zazen in questa sesshin.

Questo esempio impressionò talmente il Maestro Dogen, che passò il resto della sua vita a trasmettere questa pratica: la pratica che consiste nel darsi completamente alla Via, senza aspettarsi nulla in cambio. E’ l’autentico amore per la Via. E’ il modo migliore per ripagare i debiti che abbiamo, nascendo in questo mondo con tanta fortuna, come esseri umani che hanno incontrato la Via del Buddha. Se praticate con questa condizione di spirito, non sarete mai stanchi di praticare, e potrete praticare gioiosamente, lo spirito completamente libero da ogni attesa.

Venerdì 4 aprile 2003, mondo

- Se non ci sono domande continuiamo zazen, fino a ridurre il nostro zafu in polvere.

- Ogni volta che sento la storia di Jinshu e di Eno mi viene da pensare, perché nel mio profondo sento che la mia pratica è come quella di Jinshu: quando pratico continuo a voler spolverare la polvere dallo specchio; allora mi chiedo se lo spirito del Maestro Eno è un qualcosa che appare all’improvviso, o se debbo cercare di praticare con lo spirito del Maestro Eno.

- Entrambi. Entrambi. Bisogna cercare di praticare con lo spirito del Maestro Eno, ma nonostante abbiamo tutti questo spirito, abbiamo talmente tante abitudini mentali opposte, che è difficile ritrovare questo spirito. Del resto, lui stesso considerava anche il metodo di Jinshu importante. Non era veramente Jinshu che criticava: criticava i monaci che praticavano con uno spirito di ottenimento.

Il metodo di Jinshu consiste nel concentrarsi completamente nella pratica. La pratica della concentrazione è del tutto importante nello zen. Ma ciò che è una lordura nella pratica, che le impedisce di diventare realizzazione, è di voler togliere la polvere dallo specchio. Quello che conta è pulire lo specchio senza detestare la polvere, senza volerla togliere: semplicemente lucidare lo specchio per lucidare lo specchio. Se pratichiamo così, allora diventa evidente che lo specchio è completamente vuoto, è sempre stato vuoto; sono le nostre proiezioni mentali che ci fanno attaccare alla polvere, che diventano esse stesse la polvere; ma anche esse sono senza alcuna sostanza. Se non pratichiamo, abbiamo poche possibilità di accorgerci di questo.

D’altronde, quando leggiamo l’insegnamento di Maestro Eno, il Sutra della piattaforma, egli non diceva che non bisognava praticare la concentrazione, ma che non bisognava creare separazione tra la concentrazione e ciò che egli chiamava il “raccoglimento”, cioè l’intimità con la nostra autentica natura.

Ciò che insegnava era mushotoku, senza separazione, la pratica-realizzazione; la pratica che non è aspettare qualcosa, non è aspettare che la polvere se ne vada, che l’illuminazione arrivi, ma la pratica nella quale lo spirito di attesa, lo spirito che crea delle separazioni è abbandonato. Era il senso, del resto, del suo grande mondo con Nangaku. Ti ricordi del mondo con Nangaku?

- Se mi ricordi l’inizio...

- Eno domanda a Nangaku: “Che cosa viene così?”. Nangaku per molti anni non poté rispondere e alla fine dice : “Non è qualcosa, non posso rispondervi con delle parole.” Allora Eno gli domanda: “C’è almeno pratica e realizzazione? Anche se non possiamo afferrarne l’essenza, c’è ugualmente la pratica e la realizzazione?”. E Nangaku risponde: “C’è la pratica e la realizzazione, ma non devono essere sporcate.”. Eno gli disse: “La tua risposta è meravigliosa, ed è questa non-lordura che tutti i Buddha e i Patriarchi hanno protetto.”. fusenna, la non-lordura, è la non-separazione: non separare pratica e realizzazione. Vuol dire praticare senza aspettare niente, praticare - dicevo prima - con lo spirito di dono, di gratitudine. Lo specchio vuoto è sempre lì, è sempre stato vuoto.

Altre domande?

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- Volevo sapere: praticando lo zazen, il monaco ha fatto qualcosa per ripagare l’Universo della sua fortuna?

- Anche quando una sola persona pratica, la pratica di una sola persona influenza tutto l’universo, poiché non siamo separati. Se una sola persona pratica, questa pratica in maniera inconscia e invisibile si irradia su tutti gli esseri. Se una persona fa un passo avanti sulla Via, aiuta tutti gli altri a fare anche loro un passo in avanti, perché tutti gli esseri sono interdipendenti, sono collegati. E dunque il mondo così come lo vediamo, è il risultato della relazione di tutte le nostre azioni, dei nostri pensieri, delle nostre parole.

Se lo guardiamo da un certo punto di vista, questo mondo è negativo, come dicevi prima. Ma se una persona a questo mondo fa qualcosa di buono, questa cosa influenza completamente il mondo intero; è un incoraggiamento per praticare questo spirito di dono invece che avere un sentimento di impotenza riguardo alla nostra pratica individuale, pensando che sia poco rispetto alle sofferenze del mondo.

Bisogna capire, al contrario, che la pratica di una sola persona influenza; è come un regalo che facciamo, perché qualunque cosa facciamo non siamo soli, siamo collegati agli altri, nella sesshin, nel dojo, e quando usciamo dalla sesshin. Ad esempio, tu tornerai a casa tua, sarai una persona che manifesterà con il suo modo di essere il fatto che ha praticato una sesshin. Questo influenza intorno a noi, ed è la ragione per cui trasformare se stessi non è un modo egoistico, ma il miglior regalo che possiamo fare agli altri. Poiché l’influenza che possiamo avere sugli altri non si esprime predicando, ma attraverso ciò che noi stessi siamo.

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- La mia domanda è: come posso aiutare le persone che soffrono? E soprattutto, intorno a me ci sono alcune persone che sono malate e molte mi chiedono di aiutarle e io non so cosa rispondere a queste persone. Ho voglia di aiutarle ma non so come aiutarle, persone che sono malate.

- O sei medico e puoi curare la loro malattia, oppure non hai questa capacità di curare le malattie, ma sei un bodhisattva e quindi puoi mostrare alle persone - anche se sono malate, sono ancora in vita - puoi mostrare loro come utilizzare questa vita preziosa, anche se colpita da malattia, per risvegliarsi. Finché siamo in vita è possibile risvegliarci. Vi sono differenti modi di vivere la malattia. Possiamo vivere la malattia con un sentimento di sofferenza morale o di rivolta, o al contrario, possiamo accettarla, e la malattia può essere l’occasione di una rivoluzione spirituale, di un abbandono della presa.

Soprattutto se è una grave malattia, quando si è gravemente malati, improvvisamente ci si ricorda che stiamo per morire, mentre quando siamo in buona salute pensiamo che siamo eterni, non pensiamo che il tempo passerà e ben presto moriremo. Le persone malate hanno l’occasione di capire subito che il tempo della vita è prezioso, e quindi utilizzare ogni giorno in modo molto pi intenso. Ci sono persone che sprecano tutto il giorno il loro tempo per seguire ogni sorta di desideri inutili. E credo che ci sia - anche se la malattia è dolorosa, è necessariamente dolorosa - ma che ci possa essere un buon uso della malattia. In quanto bodhisattva è l’aiuto migliore che puoi portare: come utilizzare le circostanze della malattia per cambiare la condizione di spirito.

Sabato 5 aprile 2003, kusen delle ore 7:00

Continuate a concentrarvi bene sulla vostra postura; in particolare, rientrate bene il mento, estendete le reni, la colonna vertebrale, la nuca e rilassate le spalle. Concentratevi sulla vostra respirazione e non seguite i vostri pensieri. Se certi pensieri vi ossessionano, allora osservate il sorgere di questi pensieri, come si manifestano. Ritornate sempre al punto giusto prima dell'apparizione dei pensieri cioè, ritornate a ku, la vacuità; come, ad esempio, alla fine della espirazione quando tutte le costruzioni mentali svaniscono. E' sperimentato concretamente che nessuno di questi pensieri ha sostanza fissa: siamo semplicemente noi che li intratteniamo a causa dei nostri desideri e della nostra ignoranza. Piuttosto di cercare di eliminarli, guardate da dove vengono e ritornate a quel punto che è la fonte del nostro spirito; in quel momento anche se talvolta sorgono delle illusioni, queste non potranno trascinarvi. Ogni illusione è l'occasione di ritornare alla vacuità.

Così, la vita quotidiana diventa una occasione di ritornare a quello che non può essere lordato perché non ha bisogno di essere pulito. Maestro Nyojo aveva realizzato questo. Tutta la sua vita ne è stata la dimostrazione, l'espressione di questa realizzazione. E' questo che Keizan ci indica nel seguito della sua biografia.

Fin dal momento in cui è diventato l'abate del Monastero di Chinchu fino alla fine della sua vita, quando poi era l'abate del Monastero del monte Tendo, la sua condotta fu del tutto esemplare. Aveva fatto il voto di essere come i monaci del dojo, di non distinguersi; per esempio, aveva ricevuto il kesa trasmesso dal Maestro Hyakujo, ma non lo portò mai. Sia quando rimaneva nella sua camera, sia quando faceva una conferenza ufficiale, portava sempre il suo kesa nero, il kesa dei principianti. Anche se l'imperatore gli aveva offerto un kesa violetto ed il titolo di maestro, lo aveva rifiutato.

Aveva anche mantenuto segreto il nome del maestro che gli aveva dato la trasmissione; lo rivelò giusto al momento di morire, offrendo dell'incenso, e si tenne sempre ai margini da quello che erano gli onori e i desideri mondani perché si preoccupava molto della buona reputazione dello Zen.

Diceva sempre: “Da due secoli la Via dei Patriarchi è in declino, così nessun autentico maestro è apparso.” Così tutti i monaci lo temevano - i monaci che insegnavano - e non faceva mai il loro elogio. Dice: “Fin dall'età di diciannove anni, in cui ho trovato la grande risoluzione, lo spirito del risveglio, sono andato in pellegrinaggio a incontrare dei maestri, ma non ne ho mai incontrato nessuno risvegliato. Numerosi maestri si accontentano di ricevere dei funzionari, ma non si occupano affatto dell’educazione dei monaci; si accontentano di dire che ognuno deve comprendere il Dharma del Buddha da solo. Dicendo questo non guidano assolutamente i monaci. Anche gli abati dei grandi monasteri di oggi fanno la stessa cosa, pensano che il fatto di non preoccuparsi di nulla sia la Via del Buddha. Impiegano l’espressione "buji zen": è uno Zen completamente erroneo che consiste nel credere che lo Zen sia fregarsene: tutto è uguale, nulla ha importanza, tutto è vuoto, non c'è bisogno di preoccuparsi di alcunché, nemmeno della pratica. E' una attitudine nichilista che serve solo a giustificare la pigrizia.

Dunque, criticava molto questo atteggiamento che era molto diffuso alla sua epoca. “Se la Via del Buddha fosse così, perché ci sarebbero ancora persone che la ricercano ? In effetti, le persone che dicono questo, che pensano così, non hanno visto la Via del Buddha e dei Patriarchi nemmeno nei loro sogni.

A volte, si dice che non bisogna criticare ma, alle volte, è completamente necessario criticare i grandi errori, soprattutto gli errori che possono indurre a loro volta gli errori degli altri, gli errori dei presunti maestri.

E' ciò che fece Nyojo tutta la sua vita. E' ciò che impressionò Dogen ed è per questo che noi continuiamo la sua pratica.

Sabato 5 aprile 2003, kusen delle ore 11:00

Un giorno, un governatore di provincia aveva fatto un fuse di dieci mila pezzi d'argento al Maestro Nyojo affinché facesse una conferenza sul Dharma negli uffici del governatorato. Poiché quest’uomo non era capace di pronunciare neppure una sola frase di comprensione del Dharma, Maestro Nyojo non accettò il suo fuse, gli rese i pezzi d'argento e rifiutò allo stesso tempo gli onori e la reputazione che gli avrebbe dato questa relazione.

Per tutta la sua vita si tenne in disparte dai potenti del suo mondo e da ogni tipo di relazioni diplomatiche. Non riceveva nemmeno i monaci viaggiatori. Un giorno, un maestro taoista venne a trovarlo con cinque suoi discepoli e fece voto di non lasciare il tempio di Nyojo finché non avesse sperimentato la Via dei Patriarchi. Nyojo fu del tutto felice della loro risoluzione e permise loro di praticare con lui anche senza convertirsi al buddhismo. Nella sala del Dharma, permetteva loro di sedersi proprio dietro le monache. Per lui, la sola cosa importante era lo spirito del risveglio manifestato dagli esseri, ed è questo che aveva impressionato il maestro Dogen. Egli anche raccomandò sempre ai suoi discepoli di tenersi in disparte rispetto a qualunque potere politico, ed è un esempio che non dobbiamo mai dimenticare. Coloro che lo hanno dimenticato hanno commesso degli errori.

Per lui, se qualcuno nel dojo non aveva lo spirito del risveglio, cioè non cercava l'autentica Via con tutta la sua energia, questa persona disturbava il dojo e doveva andare via.

Così, molti monaci facevano il voto di restare tutta la loro vita presso di lui senza mai lasciare la comunità. Uno di loro era un giardiniere che non conosceva una sola parola di cinese, un solo kanji ed era all'età di sessant'anni che aveva provato per la prima volta lo spirito del risveglio. Nyojo lo guidò con cura e finalmente poté chiarificare la Via. Benché fosse giardiniere, diceva spesso cose profonde. Nyojo diceva di lui che nemmeno i grandi capi dei templi della sua epoca erano al suo livello e fece di lui il responsabile della protezione dei sutra.

Keizan, che ci racconta questo, dice: “In una comunità nella quale la Via esiste, molte persone la realizzano e vi si consacrano completamente.

Incoraggiava sempre le persone a sedersi semplicemente in zazen; le persuadeva a non fare null'altro che sedersi. Diceva spesso: “Non c'è nemmeno bisogno di bruciare dell'incenso, di prosternarsi, di invocare il Buddha, di pentirsi, di recitare i sutra, non c'è bisogno di tutto questo. Semplicemente, sedersi.”

E' quello che si chiama la pratica di shikantaza: lasciar cadere tutti gli attaccamenti - anche alle pratiche religiose - e solamente sedersi, sedersi con corpo e spirito spogliati da ogni attaccamento.

Diceva sovente che la cosa importante è essere impegnati nella Via quando si pratica lo Zen. Anche se comprendete poche cose, non è possibile realizzare quello che avete compreso se non avete questo impegno. In questo caso, si finisce per avere delle idee false, diventare negligenti e ritrovarsi al di fuori della Via del Buddha, anche se si appartiene a una scuola buddhista; diventa andare al di fuori della Via del Buddha.

Ricordava sempre che la cosa più importante è questo impegno nella Via; vuol dire: fare ogni cosa - non solo zazen, ogni cosa nella quale ci si impegna - con un impegno totale.

Shikanataza - fare solo zazen - concerne il tempo di zazen, ma negli altri momenti della giornata, tutte le altre attività devono essere vissute come una pratica completa nella quale ci si impegna totalmente: che si tratti di samu, di prendere i pasti o anche delle cerimonie. Le cerimonie non sono necessarie, ma quando le pratichiamo, ci si concentra totalmente sulle cerimonie.

Questo impegno significa fare di ogni cosa l'attualizzazione della verità e considerare questo come la cosa più importante della vita, evitando di lasciarsi prendere dalle mode dell'epoca ma, al contrario, continuando ad approfondite la Via trasmessa dal Buddha in poi senza essere influenzati dalle mode passeggere. Ritornare costantemente allo spirito del Buddha, allo spirito che ci ha spinto a venire qui a praticare questa sesshin ; non dimenticarlo, renderlo vivente ad ogni istante della vita.

Sabato 5 aprile 2003, kusen delle ore 16:30

Durante zazen, continuate a concentrarvi completamente sulla pratica, senza risparmiare la vostra energia. Estendete bene tutto il vostro corpo tra il cielo e la terra, rilassate le spalle, inspirate ed espirate profondamente, e non seguite i vostri pensieri, non intratteneteli. Concentratevi solamente sulla postura seduta, lasciando cadere tutte le altre preoccupazioni.

Era il modo di praticare di Maestro Nyojo, per tutta la sua vita. Andava a dormire alle undici di sera, si alzava alle tre del mattino. Fino alle undici praticava zazen, e a partire dalle tre ricominciava la pratica. La sua vita era completamente dedicata alla pratica.

Keizan ci dice: “Se siete così, se praticate così, allora, anche se non lo comprendete ancora, siete una persona senza lordura; cioè siete la persona che siete realmente originariamente. Poiché siete originariamente senza lordura, in che modo non sareste una persona del tutto pura?

Per chi non era qui all’inizio della sesshin, ricordo che Nyojo voleva diventare responsabile dei gabinetti, e il suo maestro gli aveva dato un koan da risolvere; gli aveva detto: “Ciò che è originariamente senza lordura, come può essere pulito? Se puoi uscire dal tuo solco, sarai completamente libero.”

Praticare zazen concentrandosi totalmente sulla postura, non lasciando il proprio spirito stagnare su alcunché, è diventare intimi con ciò che non è mai stato sporcato e che non ha bisogno di essere pulito. E’ ritrovare lo spirito del prima della creazione di tutte le opposizioni. Così, essere liberi da tutte le dualità, da tutte le nostre cause di conflitto.

Non è una meta lontana per la nostra pratica, ma è il senso stesso della pratica di ora, di ogni istante; ed è ad ogni istante che noi usciamo dal nostro solco: lasciando passare i pensieri, concentrandoci sull’espirazione, non ristagnando su nulla.

Anche la purezza, lo spirito senza lordura, non devono diventare degli oggetti di attaccamento. Questo vuol dire abbandonare i nostri punti di vista; anche i nostri punti di vista sulla Via, sul Dharma.

Keizan ci dice: “Se nel corso delle ventiquattro ore della giornata e della notte non vi è concezione a proposito della purezza e della sporcizia, allora siete naturalmente senza lordura.” Praticare zazen è sperimentare questo, fluidificare tutte le nostre coagulazioni mentali; non lasciare che la nostra realizzazione diventi un nuovo punto di vista. Questo vuol dire continuare a praticare senza stagnare su nulla.

Sabato 5 aprile 2003, mondo

- Se avete qualche domanda, non esitate.

- Riguarda il calendario delle responsabilità nel dojo, che facciamo nell’arco del mese. Alcuni giorni ci sono poche disponibilità. Quando però ci si trova magari per lo zazen, siamo magari numerosi, e allora capitava che all’ultimo momento si organizzava che qualcuno faceva il mokugyo, il tamburo...

- Allora vuol dire che c’era la disponibilità.

- Non era segnato.

- Voleva solo dire che le persone non avevano voluto impegnarsi, ma in realtà erano disponibili.

- Non si sa mai cosa si fa.

- Questo non va bene in un dojo. E’ importante impegnarsi. Soprattutto le persone che sono ordinate, principalmente i monaci. Certo, bisogna trovare un equilibrio nella vita, non si tratta di sacrificare la propria famiglia, il proprio lavoro. Ma se siamo ordinati, vuol dire che abbiamo preso l’impegno di dare un’importanza più grande al sangha, alla pratica; in particolare i monaci e le monache. Se si è monaci o monache e non si è capaci di prendere l’impegno di fare il kyosaku o il tamburo nel dojo e non ci si vuole impegnare non va bene, questo per me è molto chiaro. Se si è veramente monaci o monache bisogna essere capaci di prendere degli impegni per quanto riguarda il dojo, e non semplicemente venire allo zazen quando ci fa comodo e improvvisare delle responsabilità quando non ci disturbano troppo.

Francamente non ho mai visto questo in nessun sangha, questa cosa che tu descrivi.

Certo, ci sono persone che a volte in un mese sono meno disponibili di altre; a quel punto possono dire al responsabile: “Scusami, quel giorno non posso” e allora va bene, si prende qualcun altro. Ma dire: “No, io non mi posso impegnare, vedrò poi se sarò libero o meno, improvviseremo”, dicendo che lo Zen è la libertà e non impegnarsi, si improvvisa all’ultimo minuto: questa è la libertà dell’ego, solo la libertà dell’ego, l’egoismo puro, non voler dare fastidio a se stessi.

In questo caso bisogna far funzionare il dojo con le persone che vogliono impegnarsi, anche se è lo stesso che fa il kyosaku per tutto il mese ogni giorno. Bisogna far funzionare il dojo. E’ importante strutturare la direzione del dojo soltanto con persone così, che abbiano lo spirito dell’impegno, lo spirito di Nyojo di cui parlavo questa mattina.

E le persone che non vogliono impegnarsi sono benvenute al dojo, tutti sono benvenuti: se vengono come dei turisti, allora sono accolti come dei turisti; non li si vuole respingere, ma non dare loro delle responsabilità perché non hanno lo spirito della responsabilità. A me sembra molto chiaro. Ma non è il mio punto di vista, il Maestro Deshimaru ha sempre agito in questo modo. In tutti i dojo che funzionano bene nell’AZI funziona così. Il modo di funzionare che tu descrivi è per me del tutto sorprendente, non riesco neanche a immaginare una cosa del genere. Penso che ci sia qualcosa che non va, che ci sia una lacuna, qualcosa che le persone non hanno compreso. E’ bene che tu ponga questa domanda, perché è l’occasione di chiarirlo. Se ci sono persone qui che non sono d’accordo, che lo dicano.

- Qualcuno dice che è una rigidità fissare, segnare le responsabilità.

- Assolutamente no. E anche se si trattasse di una rigidità, è una buona rigidità. E’ importante strutturare la direzione del dojo. E’ come se in zazen si dicesse: è rigido restare immobili per un’ora, allora ogni cinque minuti mi muovo, perché questa per me è la libertà. In questo caso, non è più il sangha, è il “samba”!

(risate e mormorii)

- Quindi si fa riferimento alle persone che danno la disponibilità.

- Sì, ma penso che quelli che non vogliono impegnarsi è perché non hanno capito bene. Spero che finalmente ora lo comprendano. Non dico che bisogna sacrificare tutto allo zen, ma almeno decidere come si praticherà, qual’è l’equilibrio giusto possibile ora tra la propria vita, il lavoro, la famiglia e il dojo. Questo può cambiare da un mese all’altro, da un anno all’altro, può evolvere. Ma non poter decidere nemmeno per il mese successivo la disponibilità, questo è grave.

Certo, tutto è impermanente; ma in questa impermanenza, dobbiamo poterci impegnare. E questo vuol dire che se ci si è impegnati e c’è un problema, un impedimento, a quel punto bisogna dare la priorità al dojo; è molto importante. Salvo se veramente non si abbiano dei parenti, dei genitori malati, delle cose molto gravi di questo tipo. Ma altrimenti, se capita qualcosa nella vita quotidiana, la visita improvvisa di amici, o qualcuno della famiglia che vuole fare un’altra attività, a quel punto bisogna dire: “No, sono impegnato con il dojo”, questa è la priorità.” Può sembrare un po’ duro, ma bisogna rispettare la propria pratica, e capire che seguite una pratica veramente seria. Non è un hobby, è la pratica della Via. Quando si è impegnati, si è impegnati.

Così, in questo modo le persone potranno aver fiducia; perché se vi impegnate per aiutare qualcuno, vuol dire che andate fino in fondo a questo impegno, anche se vi pone dei problemi. Il senso della responsabilità, dell’impegno è importante. E lo stato che tu descrivi è uno stato di irresponsabilità, è un ostacolo per la Via.

Se ci sono persone che non sono d’accordo con quello che ho detto lo dicano subito, così risolviamo del tutto questo problema.

- Beh, questo era il problema di ...: un mese prima, sapere esattamente, fino all’ultimo giorno, sapere esattamente le persone che faranno zazen quel giorno lì. Personalmente per me è difficile programmare così a puntino, ed è per questo che a volte preferisco non prendermi un impegno se so che non posso essere presente.

- Se non ti puoi impegnare non ti impegni. Ma non ho mai conosciuto nessuno che come te dice che non si può impegnare per un mese. E’ bizzarro, è un po’ la tua caratteristica.

Forse hai un lavoro particolare, che rende difficile prendere un impegno. A mio avviso devi negoziare con coloro per i quali lavori, devi negoziare per avere almeno un giorno fisso nel quale tu possa disporre del tuo tempo. Mi hai detto che avevi difficoltà a dire no. E’ la tua pratica ora, è importante imparare a dire no.

Cioè, se un giorno sei impegnata a fare il kyosaku nel dojo o a dirigere lo zazen, e le persone per cui lavori ti domandano all’ultimo momento di fare qualcosa d’altro, tu devi dire: “No! Ho un impegno e devo assolverlo”, e farti rispettare. Se non sei capace di dire no, allora sei come una foglia morta, che è spazzata da qualunque vento. E’ importante poter seguire un impegno. E certo, se non ti puoi impegnare esattamente ogni giorno nei trenta giorni del mese, nei giorni in cui non sei sicura allora non prendi l’impegno. Ma potresti almeno certamente liberare un giorno in cui essere sicura.

E non bisogna nemmeno che questo tuo problema influenzi gli altri che fanno parte del dojo, altrimenti non è più possibile gestire il dojo. E in più se sviluppi una teoria per cui questo è lo Zen, allora questo diventa veramente difficile e influenza le persone in una direzione negativa.

Ad esempio Dogen nello Shobogenzo Ango illustra come organizzare un campo d’estate, e spiega esattamente. Tutti, all’inizio del campo, hanno la loro funzione decisa, che è scritta su un cartello, molto chiara, strutturata, fissata, per tutti e tre i mesi del campo d’estate. E non è rigido: vuol dire veramente che le persone si prendono l’impegno, e non si tratta di lasciare il campo d’estate: per tre mesi ci si impegna nella propria responsabilità. Non si è obbligati ad andarci, ognuno è libero di tornare a casa propria. Ma se si vuole praticare, bisogna essere capaci di prendere un impegno. D’accordo?

- Sì, sì.

* * * * * * * * * *

- A proposito del non attaccamento, come posso distinguere quando si tratta di non attaccamento da quando si agisce, o agisco, per superficialità o per rinuncia?

- Credo che il non attaccamento sia il non attaccamento a se stessi, il non attaccamento all’idea che ci facciamo di noi stessi, del nostro ego. Non vuol dire superficialità, non vuol dire fregarsene. Il fregarsene non è il distacco.

- Sì, infatti, è quello.

- Quello di cui ho parlato stamattina: si chiama “buji zen”. E’ una malattia dello Zen, cioè è un errore di comprensione. Un po’ come dire: lo Zen consiste nella libertà, allora non mi impegno. Oppure dire che lo Zen è il distacco, allora me ne frego di tutto. Questo è un grave errore, questo è il nichilismo. E’ questo che Nyojo critica; Nyojo, Keizan... E c’erano molti maestri alla sua epoca che erano così. Erano superficiali, se ne fregavano completamente dei loro discepoli e dicevano loro: “Dovete capire da soli.” e poi non cercavano assolutamente di aiutarli e di guidarli sulla Via. Questo è superficiale.

Allora ci vuole del discernimento, capire col proprio spirito, al momento. Non possiamo creare in anticipo una regola: “questo è superficiale”, “questo è distacco”, sul momento. Ma in ogni caso, il distacco è sempre in rapporto a un attaccamento, quindi implica il lasciar cadere qualcosa, ad esempio una certa idea che ci facciamo di noi, un desiderio, una concezione. Ma in altri casi, si ha anche una tendenza a essere piuttosto indifferenti, perché non vogliamo essere disturbati, in particolare dalle sofferenze degli altri. Allora, si rischia di chiamare questo “distacco”.

- Una specie di rifugio?

- Sì. E in ogni caso non bisogna mai essere distaccati in rapporto alla sofferenza degli altri, che deve suscitare la nostra compassione, non il nostro distacco. Il distacco è in rapporto a noi stessi; in rapporto alle nostre illusioni su noi stessi. Ma questo deve renderci più disponibili, più compassionevoli nei confronti degli altri, non indifferenti.

Dunque, se vuoi sviluppare il tuo discernimento in rapporto a questo, devi guardare al tuo spirito, e quando pensi di essere nel distacco, chiederti da che cosa ti sei distaccata. Puoi essere distaccata da un reale attaccamento egoistico, allora si tratta di un vero distacco. Ma se chiami distacco una fuga in rapporto a un’azione che dovresti fare, allora non è distacco, ma che l’ego ha sempre la tendenza a giustificarsi, allora a volte si usano dei concetti dello Zen o del buddismo solo per giustificare l’ego.

Ad esempio, quando agli altri accade una disgrazia, qualcosa di grave, è possibile dire: “Non è niente, non è grave.” Allora, ci si dà l’aria di essere molto saggi, molto distaccati. Ma quando siamo noi a perdere la carta di credito, non siamo poi così distaccati... Allora, il “non fa niente” è per noi stessi. Quando si tratta di noi stessi, è difficile dire “non è nulla.” E’ facile quando si tratta degli altri dire “non fa niente, non è nulla”, mentre quello che capita a noi invece è molto importante.

Bene, è l’ora. Ci sono altre domande?

* * * * * * * * * *

- Forse in parte hai già risposto con l’altra domanda. Però io mi chiedevo: noi meditiamo per migliorare noi stessi, per avere il risveglio per il bene di tutto l’universo. Però, quando ancora non ci siamo risvegliati, se vediamo qualcuno che soffre o qualcuno che fa soffrire un altro, non è un dovere intervenire in modo attivo?

- Sicuramente. Non soltanto prima del risveglio: sempre.

- E se qualcuno ha il dubbio su come intervenire e ha paura di sbagliare e poi non agisce?

- E’ vero che per agire, per aiutare occorre della saggezza, e questa è anche una forma della pratica, sviluppare la nostra saggezza per aiutare in modo più efficace. A volte crediamo di aiutare, ma in realtà provochiamo ancora maggiori problemi, se non si ha una sufficiente saggezza. In particolare perché ... certo, ci sono delle situazioni di urgenza: se qualcuno è aggredito bisogna cercare di impedire questa aggressione, portare soccorso; se qualcuno è malato bisogna aiutarlo; ma vi sono una serie di situazioni nelle quali le persone hanno bisogno di aiuto, ma non sempre di un aiuto urgente. Spesso l’aiuto portato alle persone consiste nell’aiutarle ad aiutarsi da sole. Perché, se si trattasse solo ad aiutare le persone come una persona saggia a uscire dalla difficoltà, in questo caso le si aiuta soltanto per un istante, ma poi ricadranno.

Per questo l’aiuto autentico del bodhisattva è aiutare le persone a sviluppare la loro saggezza, il loro risveglio, per evitare di ricadere nelle difficoltà; per evitare di cadere nelle azioni negative, come la crudeltà.

Qui vuol dire aiutare più a livello della radice del male, non è l’aiuto urgente di bloccare una situazione pericolosa; è veramente aiutare in profondità per evitare che situazioni simili si ripetano. questo vuol dire aiutare le persone a cambiare condizione di spirito. E questo necessita che tu stessa sia chiara a livello di spirito, e che tu sia capace di capire anche le illusioni degli altri.

E’ difficile aiutare; non è sufficiente condannare: bisogna capire anche come si può cadere nelle illusioni per aiutare ad uscirne. Forse vuol dire anche contattare in noi stessi i semi di cattivo karma che esistono in noi; la violenza non è solo degli altri, esiste anche in ciascuno di noi. Allora bisogna capire in noi come il processo di violenza può apparire: così, possiamo aiutare anche gli altri a controllare la loro violenza. E questo è un grande lavoro, che necessita molta pratica.

- Su questo sono d’accordo. Però mi sembra che spesso dici “il bene e il male non esistono”...

- Ma io non dico questo.

- Che io non lo posso sapere cos’è il bene e cos’è il male... Allora quando vedo qualcosa che secondo me è cattivo, non faccio niente, non ho il diritto...

- Ma chi ti ha detto che il bene e il male non esistono?

- Non esistono i buoni e i cattivi.

- Chi ti ha detto questo? Pensi che sia l’insegnamento dello Zen?

- Tu mi hai detto che ognuno dentro è un Buddha.

- Ma anche abbiamo in noi stessi un demone. I due esistono. E i due esistono sempre uno in rapporto all’altro. Bisogna permettere al Buddha di svilupparsi e controllare il demone. Non ho mai detto che il bene e il male non esistono. Quando viene detto che il bene e il male non esistono, vuol dire dal punto di vista assoluto della vacuità: che non vi è un bene assoluto e che non vi è un male assoluto. Perché il bene e il male esistono l’uno in rapporto all’altro. Il bene in sé non vuol dire nulla. Il bene assoluto non esiste, il bene esiste solo in relazione al male. Per questo si parla di bene: perché c’è del male. Quando si dice che il bene e il male non esistono, significa che esistono in maniera relativa. Questo termine, il termine “non esistono” sottintende “assolutamente”: esistono “relativamente”.

Ma la frase Zen che si ripete di tanto in tanto, cioè il fatto che si dice che “il bene e il male non esistono” è pericolosa, perché è espressa da un punto di vista assoluto. Ma a livello della vita relativa, nel mondo dei fenomeni, vi è il bene e il male, lo vediamo tutti i giorni.

- Quindi, se io vedo una cosa che fa star male un’altra persona, che secondo i principi base dell’umanità è cattiva, io devo intervenire?

- Sì!

(coro di risate)

- E tutti dovrebbero?

- Sì.

Domenica 6 aprile 2003, kusen delle ore 7:00

Rientrate bene il mento, tendete le reni, la colonna vertebrale, la nuca, spingete bene il cielo con la sommità del capo; rilassate le spalle, rilassate il ventre e concentratevi sull’espirazione. Concentratevi ad andare fino al fondo di ogni espirazione senza mantenere nessuna riserva d’aria nei vostri polmoni, e lasciate passare i vostri pensieri. Come nell’espirazione mandiamo via tutta l’aria dai polmoni, rigettiamo ugualmente tutti i nostri pensieri, le nostre emozioni, tutte le nostre fabbricazioni mentali; ci si concentra solamente sulla postura seduta. Praticando così ci si può spogliare di tutti i nostri attaccamenti e realizzare l’autentica liberazione.

E’ l’essenza dell’insegnamento del Maestro Nyojo, del Buddha; e se voi vi sedete in zazen con una postura che assomiglia alla postura del Buddha ma passate il vostro tempo a rimuginare i vostri pensieri, le vostre emozioni, allora a giusto titolo potreste chiedervi: “che cosa ci faccio qua?” Perdete il vostro tempo, è molto semplice. E’ per evitare di perdere il nostro tempo che Nyojo insiste affinché coloro che praticano la Via si impegnino totalmente nella Via.

Quando spiega questo a Dogen che gli aveva chiesto: “Cosa significa shin jin datsu raku, corpo e spirito abbandonati?”, gli aveva risposto: “Corpo e spirito abbandonati è zazen”.

In altre parole, senza abbandonare corpo e spirito, non vi è pratica di zazen. Vi è una pratica di meditazione forse, ma non zazen. E aggiungeva: “Quando praticate zazen con un solo spirito cioè totalmente concentrati sulla seduta, allora diventate liberi dai cinque desideri ed eliminate i cinque ostacoli”. I cinque desideri sono i desideri che concernono il possesso - la proprietà: il fatto di volere molti beni -, il sesso, il cibo, gli onori ed il sonno. Questo non vuol dire che non si deve fare l’amore, dormire o mangiare, ma non ci vogliono attaccamenti rispetto a questi desideri, non devono diventare delle ossessioni. Ad esempio, si mangia per mantenersi in vita, si mangia ciò che è donato, senza criticare il cibo e senza attaccarsi ad esso. Se è buono e fatto con generosità tanto meglio, ma nel caso contrario non fa niente.

Per quanto riguarda i cinque ostacoli che bloccano la libertà dello spirito, essi sono: la collera, l’avidità, la pigrizia, la suscettibilità ed il dubbio. A volte il dubbio può essere utile per rimettere noi stessi in questione, i nostri attaccamenti, le nostre illusioni, ma alcune persone dubitano sempre ed il dubbio diventa un ostacolo ad ogni impegno e rende impossibile la fede autentica. Senza la fede nella pratica della Via, senza la fiducia nella pratica non è possibile impegnarvi tutta la propria energia e se non si dona tutta la propria energia non si può realizzare la Via. E allora non è più la Via, allora si intrattiene il dubbio. E’ per questo che praticare zazen con la più grande energia, la più grande attenzione è il modo migliore per fare scomparire tutti questi ostacoli; vuol dire donarsi totalmente alla pratica, nell’istante in cui si pratica.

Allora Dogen aveva obiettato a questo insegnamento dicendo: “L’idea di liberarsi dai cinque desideri ed eliminare i cinque ostacoli è un insegnamento che si trova nel Piccolo Veicolo. Voi vi riferite a una tale pratica, una pratica al tempo stesso del Grande e del Piccolo Veicolo?”. E Nyojo gli aveva risposto: “Discendendo da Bodhidharma, non dovrebbero eliminare o trascurare arbitrariamente sia gli insegnamenti del Grande che del Piccolo Veicolo. Se un discepolo tradisce questi insegnamenti del Buddha, come può egli stesso considerarsi un discepolo del Buddha e dei Patriarchi?

Ed è questo insegnamento che impressiona molto Dogen e che ritroviamo poi in tutto il suo insegnamento; specialmente quando diceva che lo Zen che trasmetteva non era la scuola Zen ma l’autentico Dharma del Buddha, al di là di tutte le sette.

Ma all’epoca in cui faceva questo mondo con Nyojo, Dogen voleva andare fino al fondo dei suoi dubbi, quindi pose ancora una domanda; gli disse: “Recentemente ci sono delle persone che dubitano di ciò che dite, e dicono che i tre veleni - avidità, odio e ignoranza - sono tali e quali al Dharma del Buddha e che i cinque desideri sono la Via dei Patriarchi. Allora se li eliminate, cioè scegliete il bene e rifiutate il male proprio come i discepoli del Piccolo Veicolo, allora che cosa ne dite, che cosa ne pensate?

Certamente alcuni di voi hanno già sentito questo genere di discorsi: i bonno sono satori, non c’è bisogno di abbandonare i bonno e cose di questo tipo. E’ semplicemente l’ego che utilizza questo insegnamento per giustificarsi. Certo, in ultimo tutti i bonno sono vuoti, senza sostanza, ma se realizziamo veramente questo allora non li seguiamo e non seguendoli effettivamente si realizza il satori. Quindi si può dire che i bonno danno luogo al satori quando li si abbandona, non come alcuni che li seguono. Allora Nyojo aveva risposto: “Se non vi liberate voi stessi dei tre veleni e dei cinque desideri non siete diversi dai quei gruppi non buddhisti che vanno completamente ai margini rispetto alla Via del Buddha. Invece, se un discepolo del Buddha e dei Patriarchi si sbarazza lui stesso anche di un solo ostacolo, di un solo desiderio, questo procura immensi meriti ed è il momento in cui incontra il Buddha ed i Patriarchi faccia a faccia.”. Cioè vuol dire che diventa simile ad essi.

Dunque, per favore, non dimenticate questo insegnamento di Nyojo perché è lo stesso insegnamento di Maestro Deshimaru, ed é assolutamente essenziale se volete avanzare nella pratica della Via e non perdere il vostro tempo.

Domenica 6 aprile 2003, kusen delle ore 11:00

La sesshin è presto terminata; continuate a concentrarvi totalmente fino in fondo, mettendo tutta l’energia nella postura; espirando profondamente, senza lasciare che il vostro spirito ristagni su alcunché.

Praticando così, le lordure del nostro karma sono naturalmente purificate e abbandonate - cioè perdono il potere di condizionarci - e l’autentica libertà è realizzata; e la purezza originaria dello spirito si manifesta. E’ una purezza che non è opposta alla lordura, e che non si lascia sporcare da nulla.

All’inizio della sua pratica con Setcho Chikan, Nyojo aveva ancora l’attaccamento al punto di vista della lordura, era attaccato all’idea di utilizzare uno scopa per scopare la polvere.

Ma dopo un anno di pratica nel quale non era giunto a chiarificare il koan del suo maestro, finalmente arrivò al punto in cui non vi era più nulla da abbandonare, nemmeno il corpo e lo spirito. Ed è in quel momento che dichiarò: “Ho incontrato quello che non è sporcato.” E benché avesse fatto questo incontro, avesse realizzato questo, improvvisamente apparve una lordura, nel momento in cui si espresse davanti al suo maestro.

Nessuno ci dice che cosa fosse questa lordura; in ogni caso il suo maestro lo colpì, ed è allora che si mise a sudare copiosamente che abbandonò ogni attaccamento al corpo e allo spirito; e che realizzò la sua autentica forza, la forza del risveglio che aveva appena raggiunto. Realizzò che era naturalmente puro, che non era mai stato sporcato. Ed è per questo che in seguito insegnò sempre che la pratica dello zen è abbandonare corpo e spirito, shin jin datsu raku.

Quando il Maestro Dogen realizzò la stessa esperienza con lui, e andò a fargli visita dicendo: “Ho realizzato shin jin datsu raku”, Nyojo gli rispose “Datsu raku shin jin”, spazzando via così l’ultima impurità, che potrebbe essere l’attaccamento ad aver realizzato questa esperienza. Datsu raku shin jin vuol dire: “continuate ad abbandonare”.

Ogni pratica è datsu raku shin jin, non è un avvenimento unico nella storia della pratica, è l’essenza stessa della pratica. Non solo l’essenza della pratica, ma l’essenza stessa della nostra vita, che noi ritroviamo attraverso la pratica. Non siamo “noi” che realizziamo shin jin datsu raku, non è nemmeno zazen che realizza shin jin datsu raku: l’esistenza stessa è shin jin datsu raku, totalmente spogliata da ogni attaccamento, poiché originariamente non c’è nulla che si possa afferrare, nulla da ottenere, nulla di rigettare, poiché tutto è spogliato da sempre. Nulla rimane, e non vi è alcun luogo dove la polvere possa attaccarsi.

Non pratichiamo per realizzare questo, ma a partire da questo sorge l’autentica pratica.

Ieri qualcuno mi diceva: “Non capisco perché pratico: la pratica non mi porta nulla, ho solo male alle ginocchia. E tuttavia, non posso fermarmi, devo continuare.” E’ esattamente questo: la nostra autentica natura, nella quale tutto è spogliato fin dall’origine, si manifesta, ha bisogno di esprimersi, di manifestarsi, ci spinge a praticare.

Come sua abitudine, il Maestro Keizan termina con una poesia. Cercando di rispondere alla domanda “Che cos’è che non è sporcato?”, scrive:

Il vento della Via che circola ovunque
è più duro del diamante.
La terra intera ne è sostenuta.

Traduzione: Maresa Di Noto
Annotazione: Elena Ciocca, Carlo Riva, Dinajara Freire, Marco Lamacchia, Rita Piana
Raccolta e trascrizione: Elena Ciocca