Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
27 dicembre 2003 / 1 gennaio 2004
Campo invernale della Gendronnière
diretto dal Maestro Roland Yuno Rech

Insegnamento del Maestro Wanshi


Sabato 27 dicembre 2003, kusen delle 7:00

All’inizio di zazen è bene concentrarsi coscientemente sui punti importanti della pratica, specialmente all’inizio di una sesshin. E’ l’occasione per ognuno di ritrovare lo spirito del principiante, di abbandonare le nostre vecchie abitudini per ritrovare una pratica di zazen fresca e nuova, come se fosse la prima volta. E, in realtà, è sempre la prima volta, poiché in zazen non si accumula nulla. Che lo si voglia o meno, è la prima volta ed armonizzarsi con questo è importante.

Dunque, all’inizio di zazen ci si concentra nell’inclinare bene il bacino in avanti, in modo da poggiare stabilmente con le ginocchia al suolo. Si rilassa il ventre e si lascia che il peso del corpo prema sullo zafu, è questo che conferisce alla sua postura la sua stabilità, il suo radicamento. A partire dalla vita si estende la colonna vertebrale e la nuca, allentando tutte le tensioni della schiena e delle spalle.

Il corpo è esteso tra il cielo e la terra, ma la postura mantiene tutta la sua flessibilità. Il viso è disteso, in particolare le mascelle, lo sguardo posato davanti a sé, verso il suolo. Non chiudete gli occhi, che devono rimanere aperti, perché se non ci si attacca agli oggetti della vista nulla ci disturba. Non è il caso di chiudere gli occhi per concentrarsi, basta semplicemente vedere senza guardare nulla in particolare.

In questo modo lo sguardo diventa vasto, chiaro e influenza lo spirito che diventa anch’esso vasto e chiaro. Infine si pone la propria attenzione sulla postura delle mani. La mano sinistra è nella mano destra, il taglio delle mani in contatto con il basso ventre, i pollici orizzontali.

Se ci si concentra sul contatto dei pollici e si dimentica tutto il resto, allora si comincia a pensare con tutto il corpo, cioè a pensare inconsciamente, senza attaccarsi ad alcun oggetto di pensiero. Anche i punti importanti della postura vengono dimenticati. Si diventa la postura stessa. A quel punto non c’è più la necessità di usare la propria coscienza personale. Si diventa completamente unità con la pratica di ogni istante, senza pensare all’unità o a qualsiasi altra cosa. Avviene naturalmente.

La nostra coscienza, la nostra concentrazione cosciente ha semplicemente permesso questo. Se si continua troppo a lungo a concentrarsi coscientemente, questa concentrazione diventa un ostacolo alla pratica stessa. In questo modo la postura diventa rigida e non è possibile dimenticare veramente se stessi. Permane sempre un’idea di ciò che dovrebbe essere la postura, la pratica, non si può diventare veramente intimi con zazen. Quindi, dimenticate rapidamente ogni intenzione, lasciatela cadere. In quel momento la pratica diventa pratica dell’autentica realtà.

E’ così che il Maestro Wanshi qualifica la pratica di zazen: “Sedersi semplicemente, con calma, serenamente, in una introspezione silenziosa.”

Durante la sesshin, questo modo di praticare può continuare in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Fare una sesshin è sperimentare l’armonia tra zazen e tutto il resto della vita, lasciando cadere tutto ciò che potrebbe creare separazioni. Per questo ci concentriamo su ogni cosa che facciamo; zazen, la cerimonia, il pasto, il samu, la toilette, il riposo e, allo stesso tempo, dimentichiamo completamente noi stessi in ognuna di queste attività, diventiamo semplicemente quello che pratichiamo nell’istante, senza pensarci.

Sabato 27 dicembre 2003, kusen delle 16:30

Durante zazen, invece di seguire i vostri pensieri, di ruminarli, siate attenti alla vostra respirazione. Osservate come respirate. Buddha raccomandava di essere attenti al modo in cui si respira, di essere cioè coscienti se la respirazione è lunga o corta, profonda o superficiale. Quando si è attenti alla propria respirazione lo spirito diventa completamente presente alla realtà così com’è, la realtà di questo istante, non alla realtà quale la si pensa, la si immagina, ma quale viene vissuta di istante in istante. Poi aggiungeva: “Osservate che sono solamente un corpo e uno spirito che respirano, senza ego.”

Quando si osserva in questo modo non si tratta più di respirazione lunga o corta, profonda o superficiale, si respira con tutto il corpo, con l’universo intero, senza separazioni. Senza pensare a sé, senza misurare nulla, senza fare paragoni. Il Maestro Deshimaru si è impegnato molto a insegnare come si dovrebbe respirare: concentrandosi su lunghe espirazioni, spingendo sugli intestini verso il basso, si giunge sino al fondo dell’espirazione lasciando che l’inspirazione avvenga naturalmente. E’ un modo di sperimentare più rapidamente il ritorno a una respirazione naturale, non ostruita dalle nostre fabbricazioni mentali. Possiamo esercitarci per un attimo, ma avviene come per la postura, se si usa troppo la volontà nella respirazione, questa volontà diventa un ostacolo che finisce con il disturbare zazen. In fondo la cosa migliore è seguire la raccomandazione di Dôgen, che non potrebbe essere più semplice: “Durante zazen, respirate dolcemente attraverso il naso. E’ tutto.”

Sabato 27 dicembre 2003, mondo delle 16:30

- Pratico zazen da nove mesi e prima praticavo il Buddhismo tibetano. Ho l’impressione che nei kusen e nei testi sullo Zen esistano molti commenti sull’apertura del sé a se stessi, ma che non sia dato molto spazio all’insegnamento della compassione o piuttosto all’apertura verso gli altri. Ho paura che lo Zen crei qualcosa di rigido, poiché la concentrazione è sempre in rapporto a sé, anche se si tratta di dimenticare il proprio ego e quindi non sia apertura agli altri. La mia domanda è: perché esistono così pochi commenti nello zen relativi all’apertura agli altri?

- Quando parli dell’insegnamento relativo al concentrarsi sul sé, il sé sul quale ci si concentra non è limitato al nostro ego, è questo il punto essenziale di zazen. Il sé include gli altri. Se ti concentrerai profondamente su te stesso in zazen non potrai fare altro che realizzare che quello che chiami te stesso non è qualcosa di limitato, non è per nulla qualche cosa, è senza sostanza, privo di qualcosa che si possa afferrare, poiché il sé non è che relazione. Questa è la realtà.

Nell’insegnamento di Wanshi di questa mattina la vera realtà non è qualcosa di straordinario, è ciò che fonda la nostra vita, non è una realtà nascosta dietro la realtà, è la realtà del "non-sé", del sé che non è limitato a sé.

Nello Zen, ad esempio, l'HannyaShingyô è l’insegnamento del bodhisattvâ della compassione a Shâriputra, il simbolo di tutti coloro che hanno una comprensione intellettuale della Via del Buddha; lo si recita tutti i giorni, mattino e sera, proprio perché l’essenza della nostra pratica risiede nel non separare la saggezza pura e la compassione. La pura saggezza priva di compassione non è saggezza autentica, questo significa che vi è qualcosa che non si è compreso, realizzato.

Invece, nello Zen e nella pratica non si utilizzano insegnamenti quali la pratica degli "incommensurabili" del Buddhismo Theravâda, che i Tibetani riprendono, cioè un insegnamento che consiste nello sforzarsi, come in un esercizio, di manifestare la benevolenza e la compassione per tutti gli esseri che incontriamo, secondo un percorso progressivo di esercizio nell’essere benevoli e compassionevoli, partendo dagli esseri che ci sono vicino e che amiamo per arrivare poi alla nostra famiglia, ad amare i propri genitori, la propria moglie, i propri figli.

Tutto questo non si pone in opposizione rispetto al voler manifestare un amore universale per tutti gli esseri, esercitandosi poi a esprimere il proprio spirito di benevolenza e di compassione nei confronti degli esseri che ci sono indifferenti, coloro che incontriamo nella strada, sui mezzi di trasporto, facendo le commissioni... E’ una cosa molto concreta, ad esempio, quando abbiamo fretta e la cassiera del negozio sta parlando, di solito ci innervosiamo, ma c’è un insegnamento che dice: fate apparire il vostro spirito di benevolenza e di compassione, mettetevi al posto di questo essere che ha bisogno di comunicare, che ha bisogno di mostrare attenzione nei confronti degli altri e accettatelo. Allora le persone che praticano questo Buddhismo vi si esercitano.

Talvolta ci rifletto e mi dico che la pratica degli "incommensurabili" non è negativa, ma è anche vero che nello zen non si insegna in questo modo perché si teme che questo possa diventare qualcosa di artificiale.

Si tratterebbe di un tipo di benevolenza e di compassione volontarie che appartiene ancora all’attaccamento, a una certa idea di ciò che si vorrebbe essere e ci si sforza di fare in modo che la nostra vita assomigli a qualcosa a cui si è attaccati.

La benevolenza e la compassione sono valori positivi, ma si tratta ancora di qualcosa di limitato. La pratica dello zen consiste nel lasciar veramente cadere le nostre fabbricazioni mentali, che ostacolano la trasformazione della compassione in qualcosa di naturale e di inconscio, che non ha bisogno di essere voluto o praticato come un esercizio. Questo è il motivo per il quale non se ne parla tanto e non vengono suggeriti tipi di comportamento.

Non si dice alle persone responsabili dell’accoglienza di essere gentili con coloro che arrivano, o non si chiede di aiutare i principianti al samu, e di non dare indicazioni. Forse non è così evidente che diventi una cosa naturale e che manchi, ma nello zen esiste questa fede profonda nel fatto che la nostra autentica natura, nel profondo, è una natura nella quale non ci sono separazioni tra tutti gli esseri ed è questo aspetto che occorre toccare, questa realtà a partire dalla quale tutto diventa naturale, semplice, facile, cioè nella quale si è in una dimensione per la quale non è più possibile essere brutali, fare del male, ferire gli altri, perché l’altro che è di fronte a me o tu che sei di fronte a me, non siamo veramente separati e se si percepisce ciò intimamente, allora non sono più necessari comandi del tipo: amatevi gli uni con gli altri, sviluppate la vostra benevolenza. Ma forse nella pedagogia dello zen siamo un po’ troppo idealistici e ci mancano questi mezzi abili del semplice esercizio nella vita quotidiana.

Ecco, vi ho dato una chiave. L'insegnamento dello zen è l’insegnamento assoluto, il più profondo, ma forse c’è bisogno di pratiche intermedie, dal momento che tutti gli esseri e tutti i fenomeni che incontriamo nella nostra vita sono un kôan, cioè un richiamo della realtà così come é. Cercare di armonizzarci con questo è una occasione di vivere questa vita senza separazioni. Il problema è che per la maggior parte del tempo lo tocchiamo intimamente in modo inconscio in zazen e poi lo dimentichiamo.

Potete trovare i vostri abili mezzi per cercare di avere dei richiami nella vostra vita quotidiana e soprattutto, quello che cerco di praticare quando ho l’impressione di mancare di compassione, o di pazienza o di benevolenza, è dire a me stesso: “Cosa succede in questo momento ? Qual è l’ostacolo, il bonno, l’illusione che rende innaturale ciò che dovrebbe essere naturale ?” In quel momento anche gli ostacoli alla compassione diventano altrettante occasioni di risveglio, cioè di abbandonare la presa in rapporto alle cose che ci appesantiscono.

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- Concentrarmi sui punti della postura è per me veramente molto. Ad esempio, potrei dire tante parole sui pollici che si toccano, sensazioni, ricordi e a volte non ho la capacità di gestire tutto questo, è troppo. Mi hanno educato a pensare che se non posso definire con le parole la realtà, si entra nel campo della follia. Allora, come non entrare nella follia ?

- Innanzi tutto dimenticando questo insegnamento che ti è stato impartito che può essere vero a un certo livello psicologico, ma pur sempre limitato. Nello zen si tratta proprio di sperimentare la realtà sulla quale non si possono aggiungere parole. Lo zen comincia esattamente al di là di ciò che ti è stato insegnato e quando ti concentri sul contatto dei pollici, non ci sono parole che si possano aggiungere. Ci si concentra sui pollici proprio per arrestare il mulinare delle parole, è l’occasione di smettere di creare parole. Non c’è bisogno di parole, c’è solo bisogno di essere presenti nel proprio corpo e se arrivano delle parole, si tratta di lasciarle passare e di restare solo in contatto con il contatto dei pollici.

I pollici non dicono nulla, sono solo orizzontali e ponendo il proprio spirito, la propria coscienza, nel punto di contatto dei pollici, possiamo fermare il meccanismo mentale che crea senza sosta separazioni e complicazioni, che ci impedisce di avere il contatto con questa realtà che è al di là di ciò che le parole cercano di agganciare.

Credo che tu sia giunto allo zen proprio per sfuggire a questo blocco delle parole, perché ti è stato fatto credere che senza le parole c’è solo la follia, ma non è vero. E’ vero che per non essere folli occorre aver costruito un certo senso della nostra identità personale, dunque avere costruito un ego capace di ricordare la sua storia, essere cosciente dei propri valori, delle sue percezioni…Ne abbiamo bisogno, altrimenti, in effetti, non si avrebbero più punti di riferimento, sarebbe la psicosi. Ma non è perché abbiamo bisogno di costruire noi stessi in questo modo che occorre limitarsi a questo.

L’insegnamento ha la funzione di portarci al di là dell’ego umano, perché se limitiamo la nostra vita a questo ego, che abbiamo così faticosamente costruito, si vive in un mondo molto limitato e la realtà così com’è non è un mondo limitato. Dunque, ciò che ci ha aiutato fino a un certo punto ad acquisire una certa salute mentale, diventa causa di sofferenza se non si possiede un’altra dimensione.

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- Una ventina di anni fa, passeggiando, ho incontrato una vacca in un campo. L’ho guardata negli occhi promettendole di non ucciderla, di non mangiarla.. Da allora non mangio carne e il mio problema è che qui mi è stato detto che non avrei potuto diventare monaco se non avessi mangiato carne.

- Non avrebbero dovuto dirti questo. Se un monaco fa un giro di elemosina con la sua ciotola e riceve un pezzo di carne come fuse , in quel momento non deve scegliere, non ha il diritto di rifiutare ciò che ha ricevuto come fuse, al di là dei giudizi di valore sul fatto di mangiare o non mangiare carne.

Ma nella vita, nelle tue decisioni personali, hai la scelta di non comprarne e di mangiare solo verdure. Questo non ti impedisce certo di diventare monaco, al contrario. In genere i praticanti buddhisti sono vegetariani, ma non è assolutamente una regola stretta a causa del problema della mendicità e dell’accettazione di ciò che viene offerto.

Se si approfondisce il primo precetto del Buddha che è non uccidere, si cercherà di non associarsi a qualche azione che conduca all’uccisione di un essere. E’ facile capire che attraverso l’interdipendenza, nel momento in cui si mangia carne, si alimenta un sistema di uccisioni.

Puoi sicuramente diventare monaco essendo vegetariano, ma, per altri versi, non direi a chi vuole diventare monaco che deve diventare per forza vegetariano. Poi è una questione di coscienza personale. Alcuni privilegiano il fatto di armonizzarsi, di fare come la maggioranza.

Per quanto mi riguarda mi armonizzo in certi casi, ma non penso che occorra sempre armonizzarsi con cose negative, perché, seguendo questo principio, ci si può armonizzare con tutte le follie e la violenza del mondo ; non credo proprio che il ruolo di un monaco sia armonizzarsi con ciò che è sbagliato. L’armonia non è un valore in sé. Occorre armonizzarsi con ciò che è positivo, che è giusto, aiutando a sviluppare ciò che è positivo e giusto.

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- Vorrei conoscere il legame tra lo Zen e il Buddhismo. Lo Zen è al di là delle religioni? E’ possibile praticare zazen pur rimanendo radicati nel Cristianesimo e, se sì, o cosa occorre fare attenzione?

- Da quanto tempo pratichi? Questo ti crea un problema?

- Fino ad ora non ho incontrato problemi, ma prima ho praticato la contemplazione e mi interrogo sulla differenza.

- E cosa contempli, quando contempli?

- Sono seduta e respiro.

- Zazen è esattamente la stessa cosa. E’ una contemplazione senza oggetto, proprio come la tua. Dove è il problema?

- Nella mia testa, nel dogmatismo.

- Non bisogna diventare dogmatici. Praticare zazen, consiste proprio nell’andare al di là dei dogmi. Buddha era completamente al di là di tutti i dogmi e il suo insegnamento fondamentale era proprio di non attaccarsi a nessuna delle nostre costruzioni mentali, nemmeno quelle relative al Buddhismo, allo zen, al nirvâna. Nel momento in cui si crea una nozione, anche se si crede si tratti di una nozione illimitata, molto profonda, il satori, il nirvâna, la natura del Buddha, c'è ancora un ostacolo alla liberazione autentica. Per questo motivo la pratica di zazen è una contemplazione senza oggetto che non si oppone a nulla, e se tu sei cristiana questo fatto può aprirti lo spirito a una comprensione più profonda della religione più dei dogmi cristiani stessi.

Ad esempio, tutti i cristiani cercano di farsi una certa idea di Dio perché credono in lui, ma tutto ciò che si può credere di Dio non ha nulla a che vedere con Dio, altrimenti non si tratterebbe di Dio, ma semplicemente di una nostra fabbricazione mentale. Dio comincia al di là delle nostre costruzioni mentali e non può essere circoscritto dalle nostre credenze.

In realtà coloro che costruiscono credenze e dogmi a proposito di Dio, uccidono Dio. Dio è stato ucciso una prima volta nella persona di Cristo e una seconda dai teologi che ne hanno fatto un oggetto. Abbi fiducia nella tua pratica senza dogmi e se ti viene detto che devi diventare buddhista per praticare lo Zen, puoi semplicemente alzare le spalle e scuotere i dogmi, lasciarli cadere.

Noi seguiamo invece l’esempio del Buddha per la nostra pratica, ma senza riferirci ad esso come a un dogma, quanto piuttosto un invito a sperimentare il cammino che ha seguito. E’ opportuno studiare quanto il Buddha ha insegnato, a condizione di non adottare nulla senza averlo confermato attraverso la nostra esperienza. Un insegnamento del Buddha che tu hai confermato attraverso l’esperienza non è più un dogma, fa parte della tua vita ed è in questo modo che si cammina nella pratica dello zen.

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- Ho notato che il Sûtra di Kannon fa parte del libro dei Sûtra che è appena stato pubblicato e mi chiedo in quale occasione è cantato?

- E’ vero che nello zen giapponese il Sûtra di Kannon, il Kannongyô, è cantato in molte occasioni, come ad esempio nel corso delle cerimonie per i defunti, mentre noi lo cantiamo di rado. Anche se molte persone si dispiacciono del fatto che siano state adottate molte pratiche giapponesi, la tua è una buona domanda che si dovrebbe approfondire, poiché si ricollega alla prima domanda di questo mondô.

Ritengo che cantare il Kannongyô possa essere un abile mezzo, eccellente per sviluppare lo spirito di compassione ponendo la propria fiducia nel potere di Kannon. Non solo Kannon che esiste nel cielo e che viene a salvarci quando anneghiamo, ma te in quanto Kannon, io in quanto Kannon, ognuno di noi in quanto Kannon. Forse cominceremo a recitare il Kannongyô a partire dalla tua domanda...

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- Vorrei sapere come indirizzare la mia respirazione durante zazen.

- Occorre respirare dolcemente attraverso il naso, come ho ricordato ieri.

- Ho sentito un responsabile dire che l’espirazione avveniva spingendo sul diaframma in modo che il ventre sia leggermente in fuori.

- Sì, è proprio così.

- Allora perché non se ne parla di più?

- In realtà se ne è parlato a lungo, ma il parlarne incita i principianti ad avere una respirazione troppo volontaristica, cosa che, abbinata a una postura troppo rigida, diventa una catastrofe. Il Maestro Deshimaru ha fatto molti sforzi per mostrarci questa respirazione che non è solo addominale, perché in realtà si respira con tutto il corpo. Non ci si limita alla parte alta dei polmoni e si lascia che la respirazione scenda profondamente. Le costole si chiudono e si crea una sorta di trazione dei muscoli sulle costole mobili. E’ come un’onda che si propaga e spingendo sugli intestini come per andare alla toilette si crea, alla fine di questa espirazione, una leggera espansione sotto l’ombelico e la zona che chiamiamo hara - kikai tanden - diviene tonica.

E’ positivo concentrarsi nel cercare di respirare in questo modo per un momento, per uscire da una respirazione completamente erronea, causata dallo stress nel quale si vive la maggior parte del tempo, poiché con il tipo di respirazione che resta circoscritta alla parte alta dei polmoni ci si intossica non espirando in modo sufficiente.

Per eliminare i condizionamenti legati alle cattive abitudini ci si può esercitare a fare ciò che mostrava il Maestro Deshimaru, ma solo per un momento, perché il senso della nostra pratica è di praticare in modo sufficientemente rilassato e naturale per ritrovare quella che è la respirazione normale del neonato. Ma se si vuole andare troppo veloci e trovare rapidamente questa respirazione normale, il volontarismo che si mette nell’espirazione diventa un ostacolo alla pratica.

Nella pratica dello zen non deve esserci alcun oggetto, nessuna intenzione, altrimenti lo spirito non è libero. Per questo motivo potete esercitarvi per cinque minuti all’inizio di zazen in modo da calmare il vostro spirito, trovando una certa stabilità e poi, lasciate che la respirazione si faccia accontentandovi semplicemente di inspirare con calma attraverso il naso e poi, come avviene con la postura, rilassatevi.

Si potrebbe fare una lunga lista relativa ai dettagli della postura, come tendere le reni, distendere le spalle, ma se trascorriamo tutto lo zazen a rivedere senza sosta i vari punti, zazen diventa una ginnastica o una tecnica di rilassamento. Dunque, all’inizio, ricordate i punti importanti di concentrazione e poi lasciate fare. Se nel giro di un quarto d’ora vi rendete conto di essere troppo rilassati, allora raddrizzatevi, estendete la colonna vertebrale e rientrate il mento, ma senza essere ossessionati dai punti della postura, altrimenti zazen diventa una costrizione e non è più zazen, non è più la liberazione.

Occorre trovare la Via del mezzo. Esistono anche insegnanti di zazen che dicono alle persone di sedersi come possono, ma quando si guarda il loro gruppo si nota che questo non li aiuta maggiormente a concentrarsi. Occorre trovare il giusto equilibrio tra una concentrazione troppo rigida e un eccesso di facilità. Ognuno deve trovare l’equilibrio per sé tra la volontà e l’abbandono della presa. Sono necessari sia la pratica cosciente che l’abbandono della pratica cosciente. Occorre progredire con questo trovando l’equilibrio ed è la stessa cosa per la respirazione.

Domenica 28 dicembre 2003, kusen delle 7:00

In zazen non si fa assolutamente nulla di speciale. Si è semplicemente seduti, il corpo rilassato e si respira dolcemente attraverso il naso. Non si cerca di creare il vuoto nel proprio spirito.

Ci si accontenta semplicemente di praticare ciò che il maestro definiva la realtà autentica. In zazen la nostra realtà autentica è essere semplicemente seduti, lo sguardo e l’attenzione rivolti verso l’interno, senza attaccarsi ad alcun pensiero.

Quando realizzate questo, ci dice Wanshi, non potete più essere trascinati delle condizioni esterne, ciò che provoca i venti che agitano il nostro spirito, la ricerca del profitto, dell’approvazione, degli onori, di posizioni elevate, il diventare unità con ciò che si ama ed allontanare, respingere, ciò che non si ama. Tutto questo ci trascina in un ciclo di sofferenza e capita talvolta che si porti questo stato d’animo in zazen cercando una condizione speciale, detestando i dolori, considerati un ostacolo al fare un buon zazen, o ancora i pensieri, le preoccupazioni che sorgono ci danno l’impressione di non riuscire a fare il vuoto nel nostro spirito. Quando giunge il dolore, lo si accoglie e lo si accetta per quello che è, senza drammatizzare. Quando sorge un pensiero, o una preoccupazione, un ricordo, li vediamo così come sono, come una bolla che risale alla superficie dell’acqua e torna rapidamente alla sua origine. Praticare la vera realtà significa non attaccarsi all’idea di una realtà speciale al di là dei fenomeni e vedere semplicemente i fenomeni come fenomeni. Solo questo, nulla di speciale.

Wanshi aggiunge: “Questo spirito vuoto e largamente aperto illumina sottilmente e correttamente.” Quando si riceve questo insegnamento si può dire facilmente a se stessi che occorre veramente avere lo spirito vuoto. Ma vuoto di cosa?

Questo spirito vuoto e largamente aperto che illumina correttamente è vuoto da ogni categoria mentale, per questo illumina chiaramente, ma è anche vuoto da ogni attaccamento alla vacuità. Non fa della vacuità una nuova nozione, qualcosa che bisogna ottenere o realizzare. Vede chiaramente che tutto ciò che sorge in zazen è assolutamente senza sostanza. In questo senso attaccarsi ai fenomeni che sorgono è certo un’illusione, ma attaccarsi a qualunque principio non è l’autentico risveglio, è solo sostituire un’illusione con un’altra, un attaccamento con un altro, cosa ancora più pericolosa, perché lo si considera come la verità, e questo provoca tutti i dogmatismi, i fanatismi, che disgraziatamente conducono certi praticanti della Via ad una impasse.

Durante zazen, quindi, non abbiate paura di lasciar cadere la vostra coscienza personale, non cercate di dominare la vostra pratica, date fiducia a zazen, lasciatevi illuminare da zazen. Allora, come dice Wanshi, con spirito ampio, contento, che ha abbandonato la confusione legata ai pensieri di ottenimento, di possesso, possiamo realmente sormontare i nostri comportamenti abituali realizzando il sé che non è posseduto dalle emozioni.

Martedì 30 dicembre 2003, kusen delle 7:00

Durante questa sesshin fate tutto il possibile per preservare il silenzio. Se avete voglia di tossire, concentratevi delicatamente sulla vostra respirazione abbandonando ogni voglia di tossire. In zazen, è importante ritrovare uno spirito silenzioso, uno spirito che non è agitato dai pensieri o dalle emozioni che sorgono. E’ anche uno spirito che non è agitato dai pensieri riguardanti lo Zen.

La sesshin è l’occasione di lasciare che il nostro spirito si liberi naturalmente di tutte le nostre produzioni mentali, in questo modo lo spirito diventa come dice il Maestro Wanshi spazioso e contento, contento con ciò che è presente, contento di essere semplicemente seduto e di respirare dolcemente attraverso il naso. Abbiamo bisogno di altro? Anche se ascoltando queste parole crederete di aver realizzato qualcosa di importante, lasciate cadere anche questo pensiero.

In questo modo è possibile uscire dalla confusione provocata dal nostro desiderio di afferrare, quando in realtà non è possibile prendere assolutamente nulla. Accettare questo nulla senza timore e senza rimpianto ci offre l’occasione di armonizzarci con la realtà autentica, non quella che costruiamo con i nostri pensieri, ma quella che viviamo concretamente qui ed ora ad ogni istante, che non si lascia circoscrivere dai principi. Solo in questo modo potremo oltrepassare i nostri comportamenti abituali condizionati dalla nostra avidità, dalla nostra illusione, che ci impedisce di essere contenti con ciò che è, come se non fosse mai abbastanza, come se occorresse sempre qualcosa d’altro, sempre di più.

Il Maestro Wanshi ci raccomanda di realizzare il sé che non è posseduto dalle emozioni. Questo non significa diventare insensibili, cosa che succede quando ci si attacca troppo ai principi, ad esempio quando si acquisisce la convinzione che evidentemente tutto è privo di sostanza e impermanente. Questo non impedisce di essere tristi pensando che non rivedremo più qualcuno che abbiamo amato, poiché anche questa tristezza fa parte dell’autentica realtà, questo ha altrettanto valore del principio dell’impermanenza, ma è solo quello che è, ciò che si manifesta al momento, è possibile percepirla senza esserne posseduti e soprattutto senza identificarci con essa, una certa emozione si presenta, ma non siamo quell’emozione. Taluni a volte insegnano che occorre diventare unità con ogni cosa, e in nome di questo principio, se si va in collera, si deve semplicemente diventare la collera, dicendosi che in quel momento la collera scomparirà, mentre in realtà si è semplicemente posseduti dall’emozione, e in certi casi questo può diventare molto pericoloso. Durante zazen, possiamo percepire chiaramente ciò che appare, senza identificarci con alcunché, lasciando che lo spirito resti libero e vasto.

Martedì 30 dicembre 2003, kusen delle 11:00

La persona che tossisce nel dojo produce lo stesso effetto della rana che salta nell’antico stagno, il silenzio diviene solo più profondo. Quando si continua la concentrazione sulla pratica, sulla postura e sulla respirazione, l’agitazione mentale si calma rapidamente e possiamo diventare intimi con il sé che non è posseduto dalle emozioni. A quel punto nulla può più disturbare la pratica di zazen, nulla può disturbare il silenzio. E’ come una pietra gettata nel vasto oceano, che non ne è disturbato. Non è certo una ragione per trasformarvi in rane e mettervi a tossire da tutti i lati. Quando si continua a praticare in questo modo, lo spirito diventa vasto.

Il Maestro Wanshi raccomandava di realizzare questo spirito vasto, completo, senza dipendere dagli altri, perché un tale spirito giusto, retto, indipendente, può cominciare a esistere senza perseguire situazioni degradanti, dice Wanshi, e continua dicendo: “Potrete trovare il riposo, divenire puri e lucidi”

Lo spirito vasto di cui stiamo parlando non respinge nulla, è uno spirito accogliente che non dipende dagli oggetti, né dagli altri. Perseguire una situazione degradante può essere trascorrere la propria vita a contare i tesori degli altri, a dipendere dalla comprensione degli altri. Certo, nella nostra pratica si diviene ricettivi a tutti gli insegnamenti, ad esempio, durante il campo d’inverno, all’insegnamento dei diversi godo, non solo il godo che dirige la sesshin, e tutti questi insegnamenti hanno la funzione di permetterci di risvegliarci da soli, di risvegliarci alla nostra realtà, quando non si è posseduti dalle proprie emozioni, che ci fanno scegliere di credere a ciò che ci fa piacere, respingendo ciò che ci dispiace. In questo senso tutte le situazioni che incontriamo sono occasioni per risvegliarci, abbandonando i nostri pregiudizi, le nostre idee precostituite sulla realtà, risvegliandoci anche alla realtà degli esseri intorno a noi, senza creare opposizioni o separazioni, credendo che siano meglio rispetto a noi, o il contrario, perché viviamo tutti a partire dalla stessa realtà. Praticare una sesshin, significa praticare insieme ciò che non appartiene a nessuno e che condividiamo con tutti gli esseri, per questo possiamo trovare riposo.

Quello che i nostri desideri ci fanno ricercare altrove è proprio qui, proprio ora, è sperimentare la vera vita, al di là dell’eccesso o della mancanza. Esprimendomi in questo modo dopo aver parlato di Wanshi ed ispirandomi al suo insegnamento, ho l’impressione di essere accanto a una sorgente e di voler vendere dell’acqua, mentre quest’acqua è disponibile per ognuno, dunque non esitate ad attingervi da soli.

Martedì 30 dicembre 2003, kusen delle 20:30

Durante zazen, continuate a concentrarvi totalmente sulla vostra postura. Penetrate completamente questo luogo della pratica, questo luogo del vostro corpo seduto in zazen in questo dojo. Non lasciate che il vostro spirito fugga altrove, non separatevi da questo istante pensando al seguito della sesshin. Praticando in questo modo è possibile trovare veramente la calma, il riposo e, come diceva il Maestro Wanshi, divenire puri e lucidi. Puro non significa raffinato, non si tratta di ciò che rimane quando si sono allontanate tutte le impurità. E’ semplicemente smettere di creare separazioni quali puro e impuro, ora, dopo, qui o altrove. In questo modo è possibile diventare lucidi, cioè vedere la realtà così com’é, smettendo di creare illusioni credendo di aver realizzato ciò che non si è realizzato, riconoscendo le proprie illusioni, gli attaccamenti, i limiti. Essere lucidi è vedere attraverso le proprie illusioni, vedere che realmente sono prive di sostanza, riconoscendo così il vero tesoro di libertà che è la nostra autentica natura, che non è ostruita da nulla.

L’essere umano con le sue debolezze e Buddha non sono separati, coesistono entrambi in noi. Essere lucidi è vedere questa non-separazione, lasciare che si manifesti.

Wanshi dice “Con questo spirito chiaro e penetrante potete ritornare immediatamente, accordarvi e rispondere alle circostanze.” cioè non restare sulla posizione di zazen.

Si è rimproverato talvolta all’insegnamento dell’illuminazione silenziosa che insegnava il Maestro Wanshi, di condurre a una sorta di quietismo, di passività, ma non è così. A partire da questa esperienza della non-separazione, si possono incontrare i fenomeni.

Prima, durante l’ordinazione, tutti noi abbiamo ricevuto nuovamente i precetti. Ognuno di essi è l’espressione della natura di Buddha, e seguirli è il nostro modo di rispondere ai fenomeni, di fare fronte alle circostanze della vita senza tradire la nostra natura. In questo modo tutto diviene senza ostacoli.

Martedì 30 dicembre 2003, kusen di mezzanotte

Tra di noi, proprio ora in questo dojo, alcuni hanno male alle ginocchia, altri forse hanno sonno, (si sente una musica) alcuni suonano l’armonica. Gli uccelli cantano, la luna brilla al di sopra del dojo. Tutti questi fenomeni esistono simultaneamente, senza disturbarsi. Continuando la pratica, respirando con calma, è possibile attraversare ogni cosa senza drammatizzare. Il male alle ginocchia è solo un male alle ginocchia, la sonnolenza solo sonnolenza. Solo questo. Allora tutto è senza ostacoli.

Il Maestro Wanshi evoca questo dicendo: “Le nuvole ondeggiano graziosamente al di sopra dei picchi, il chiaro di luna scintilla svelando il torrente di montagna.

Lo spazio circostante è illuminato brillantemente e trasformato spiritualmente, del tutto senza ostruzioni, manifestando l’interazione come una scatola e il suo coperchio o le punte delle frecce che si incontrano.”

Tutte queste immagini suggeriscono la meravigliosa coincidenza tra i fenomeni concreti della vita reale che incontriamo e la vacuità, l’essenza, tra ciò che vi è di più particolare, di unico e ciò che vi è di più universale. Possiamo vivere questa meravigliosa coincidenza, può essere evocata da immagini, ma non è possibile spiegarla, perché si manifesta quando cessiamo di creare separazioni. Il grido dell’uccello è solo e semplicemente il grido dell’uccello, non il simbolo di qualcosa, semplicemente questo.

Quando Tôzan prese congedo dal suo maestro Ungan, gli chiese:

- Se più avanti qualcuno mi chiedesse quale era l’essenza della vostra vita, la vostra esperienza della vita, cosa dovrei rispondere?

- Dite che è semplicemente quello.”

Più tardi, dopo la morte del Maestro Ungan e dopo aver seguito l’insegnamento di altri maestri, quali Nansen, Tôzan manifestò sempre il più alto rispetto per il Maestro Ungan.

Quando gli si chiedeva perché, rispondeva: “E’ perché il Maestro Ungan non mi ha mai spiegato nulla a proposito del Dharma, è semplicemente quello.”

Restano solo pochi minuti, cinque minuti appena. Concentratevi. In questi momenti, se tendete bene le reni, se spingete verso il cielo con la testa, la postura vi porterà.

Giovedì 1 gennaio 2004, kusen delle 11:00

Questa mattina, primo giorno dell’anno, il cielo ci ha fatto un bel fuse, ricoprendo la Gendronnière di un mantello di neve. Si possono ancora distinguere le forme degli alberi, delle costruzioni, ma tutto è coperto di bianco e completamente unificato. Anche qui nel dojo ognuno è giunto con la propria vita, il suo corpo particolare, ma la pratica ci riunisce, abolendo tutte le differenze. Quando la neve cade forte come oggi, ricopre anche le nostre tracce. Si avanza, si indietreggia, le nostre tracce già scomparse. Quando la pratica di gyoji è intensa, avviene la stessa cosa. Si è unità con la pratica di ogni istante e questa pratica non lascia traccia, diventa un grande fuse, che non attende nulla e non lascia traccia. Quando è così, la pratica di ognuno è autenticamente realizzazione. Ognuno può diventare un essere umano completo, in piena armonia con la propria autentica natura, ed è ciò che auguro a ognuno di voi di realizzare nel corso di questo nuovo anno. Buon anno. Che ogni giorno sia un buon giorno per continuare questa Via che ci accomuna.

Traduzione: Maresa Myogen Di Noto