Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
27/29 febbraio 2004
Sesshin di Maredsous
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech



Venerdì 27 febbraio 2004, kusen delle 7:00

Durante zazen riportate costantemente la vostra attenzione alla postura del corpo, non lasciate che il vostro spirito sfugga dalla postura. Inclinate il bacino in avanti, prendendo appoggio con le ginocchia al suolo, rilassate il ventre, lasciate che il peso del corpo prema sullo zafu.

Il bacino deve essere inclinato in avanti in modo che l’ano non tocchi lo zafu, questo consente di radicarsi bene al suolo. L’inclinazione del bacino in avanti non deve tuttavia essere troppo accentuata, il plesso solare e il ventre devono essere rilassati. A partire dalla vita si estende la colonna vertebrale e la nuca per spingere il cielo con la sommità del capo, si abbandonano le tensioni della schiena, delle spalle, della nuca, il mento è rientrato e lo sguardo posato davanti a sé verso il suolo. Il viso è rilassato, così come la fronte e le mascelle. Gli occhi sono semichiusi e non fissano un punto particolare. Si vede tutto ciò che è davanti, senza attaccarci ad esso, ma senza nemmeno volersene separare. Ad esempio, non si dovrebbero chiudere gli occhi in zazen. Se lo sguardo non si attacca a nulla di particolare può diventare vasto.

Questo modo di guardare influenza anche lo stato d’animo. In zazen lo spirito non fissa nulla di speciale, non si attacca ad un pensiero, ma viene accolto tutto ciò che sorge, comprese le sensazioni, senza attaccarci alle sensazioni piacevoli, senza respingere quelle spiacevoli. Si accolgono le sensazioni che sorgono allo stesso modo, senza respingere nulla e dal momento che non ci attacchiamo in modo particolare, esse non ci invadono. Avviene la stessa cosa per le percezioni, si riconoscono i suoni intorno, ma non ci si attacca ad essi in modo particolare, e la stessa cosa avviene per l’assenza di suono, il silenzio.

Il silenzio autentico è quello interiore, quello dello spirito, che non è in movimento, che non è agitato dai suoni sia che ci si attacchi ad esso o che ci si opponga. Si percepisce semplicemente ciò che è nel momento in cui sorge e si ritorna rapidamente alla concentrazione sulla postura e sulla respirazione. Questa concentrazione ci impedisce di andare alla deriva con il flusso dei fenomeni che si susseguono in zazen, consentendoci di rimanere stabili anche nel movimento, facendo la stessa cosa con le emozioni che talvolta appaiono durante zazen. La pratica diventa un vasto specchio nel quale si riflettono le nostre attività mentali. Talvolta si è tristi, talvolta gioiosi, quando sorge una emozione la accogliamo così come una sensazione o una percezione, ma non la intratteniamo né la tratteniamo. Una volta riconosciuta ci si concentra nuovamente sulla respirazione e si lascia passare. Avviene la stessa cosa con i pensieri. Durante zazen non si pensa volontariamente a qualcosa di speciale, ma, poiché i pensieri continuano ad apparire spontaneamente, li si osserva e li si lascia passare senza cercare di trattenere i pensieri buoni o di reprimere quelli che riteniamo siano i cattivi.

Il Maestro Wanshi, al quale mi ispirerò durante questa sesshin diceva: “Separatevi da tutti i turbamenti, da tutte le agitazioni, confrontatevi con ciò che appare davanti a voi.”

Nulla filtra o giunge dall’esterno. Separarsi dalle agitazioni vuol dire abbandonare le reazioni dell’ego, è l’atteggiamento che descrivevo prima, accogliere ciò che è presente, confrontarsi con esso, solo far fronte, vedere, senza aggiungere nulla. Nulla penetra dall’esterno, questo non significa che si è separati dal mondo, ma piuttosto che non ce ne impadroniamo. In questo modo lo spirito resta costantemente libero e disponibile, anche circondato da ogni sorta di fenomeni.

Il metodo migliore è tornare costantemente alla respirazione, non solo durante zazen, cosa che ci permette di essere ‘uno’ con ogni cosa, con ogni pratica della vita quotidiana, rimanendo in contatto con gli altri senza essere attaccati ai propri pensieri, incontrando gli altri, accogliendoli, così come sono, così come appaiono.

Venerdì 27 febbraio 2004, kusen delle 11:00

Durante zazen diventate intimi con il vostro corpo, invece di rimuginare i vostri pensieri siate attenti a come è il vostro corpo nella postura. Se sentite tensioni eccessive nelle reni, nella schiena, nelle spalle, cercate di allentarle. Se invece la vostra postura è troppo rilassata, mettete energia nella zona delle reni e spingete il cielo con la sommità del capo. Si tratta di aggiustare il tono del vostro corpo di istante in istante, per tornare a un equilibrio senza tensioni e senza eccessivo rilassamento.

Il Maestro Wanshi diceva: “Le due forme, cioè lo yin e lo yang hanno la stessa radice. Le diecimila immagini hanno la stessa sostanza.”

I cinesi hanno l’abitudine di osservare questi fenomeni attraverso le polarità dello yin e dello yang. Anche se non si adotta la loro visione, è evidente che in noi esistono tutta una serie di polarità che in zazen è importante riconoscere ed equilibrare. Esiste ad esempio la polarità per la quale si è ben radicati nella materia, nella terra, ma anche quella che ci consente di elevarci verso il cielo. La postura di zazen realizza e riunisce queste due polarità. Quando si è ben radicati nel suolo la postura può trovare il suo slancio e possiamo così spingere bene il cielo con la sommità del capo. Una difficoltà nel voler estendere il nostro corpo tra cielo e terra può indicare un certo squilibrio, un blocco del quale è importante prendere coscienza, percependolo ed abbandonando queste tensioni.

Un’altra polarità è quella del controllo e dell’abbandono della presa. Durante zazen esercitiamo entrambi gli aspetti. La pratica della concentrazione conduce a controllare il corpo, in particolare limitandone i movimenti, ad esempio quelli troppo ampi. Ci si concentra sull’immobilità, tuttavia lo si fa senza rigidità. Facciamo costantemente dei micro-movimenti per aggiustare il tono del corpo. E’ importante non essere bloccati nella postura.

Allo stesso modo si controlla lo spirito non lasciando che sia invaso dai pensieri, riportandolo in contatto con le sensazioni del corpo, come quando si tira il cordino dell’aquilone. Se si tira troppo la cordicella dell’aquilone lo si fa cadere, bisogna costantemente dosare tra il tirare e il lasciare andare. E’ la stessa cosa con se stessi. Ci si tira da soli per andare alla pratica, si seguono gli orari, si seguono le regole del dôjô. Ci si concentra sull’immobilità rafforzando l’aspetto legato al self-control. Se la pratica si riduce solo al controllo e la seduta di zazen a pura volontà non può esistere autentica liberazione. E’ il motivo per il quale occorre volgersi verso l’altra polarità della pratica.

Osservare se stessi, accettare ciò che è presente, proprio perché si è radicati nella concentrazione sulla postura, consente di accogliere tutto ciò che sorge in zazen senza avere paura, senza dover reprimere nulla. Si può abbandonare la presa rispetto alle proprie paure, i propri giudizi, diventando intimi con la realtà, ad ogni istante.

Molte persone hanno paura di agire in questo modo, temendo di venire trascinati da qualcosa che sarebbe difficile da controllare. Questo è il motivo per cui è importante associare i due poli della pratica, concentrarsi sul corpo, sulla respirazione, permettendo l’abbandono della presa. E’ un self control che permette la libertà.

E’ ciò che esprime il Maestro Wanshi quando dice: “Sposando il cambiamento”.

Procedendo insieme ai cambiamenti, seguendo le trasformazioni, non si è offuscati né bloccati dalle condizioni passate, dai nostri condizionamenti. Possiamo in questo modo realizzare la grande libertà, che consiste nell’essere sempre in contatto con ciò che è attuale, per trovare costantemente uno spirito nuovo, attraverso la concentrazione sul corpo e sulla respirazione. Non si tratta dunque di un’idea o di una immagine del corpo, ma delle sensazioni concrete del corpo.

Ad esempio, quando respirate, quando inspirate profondamente potete sentire la freschezza dell’aria che entra nei polmoni, passando attraverso le narici. Oppure, quando siete molto concentrati sul contatto dei pollici, potete sentire letteralmente la pulsazione del polso nei pollici. Si tratta di eccellenti punti di concentrazione.

Il Maestro Deshimaru diceva spesso: “Ponete il vostro spirito, la vostra concentrazione nel contatto tra i pollici.”

In quel momento potete letteralmente pensare con tutto il corpo, non solo con il mentale, con la testa, senza continuare a girare in tondo nei vecchi condizionamenti. Lo spirito diventa aperto, accogliente rispetto all’attualità, alla novità di ogni istante.

Venerdì 27 febbraio 2004, kusen delle 16:30

Durante zazen continuate a sentirvi radicati al suolo, lasciate che la vostra energia scenda verso la terra e al tempo stesso spingete il cielo con la sommità del capo. Senza un buon radicamento, una stabilità della postura, non è possibile spingere il cielo con la sommità del capo, proprio come un albero non può elevarsi verso la luce se non spinge radici profonde nella terra. L’alto e il basso, il cielo e la terra non esistono l’uno senza l’altro, così come l’ispirazione non esiste senza l’espirazione.

Possiamo così sperimentare l’interdipendenza in noi. Se l’espirazione è poco profonda non è possibile inspirare profondamente, ma al tempo stesso l’inspirazione è solo l’inspirazione, l’espirazione solo l’espirazione, dipendono l’una dall’altra ma sono completamente differenti, ognuna ha la sua funzione. Sono come l’alto e il basso che non esistono l’uno senza l’altro, ma l’alto è l’alto e il basso il basso, proprio come io non esisto senza te, ma io sono io e tu sei tu. Nel dôjô siamo interdipendenti, collegati gli uni agli altri dalla nostra pratica, ma al tempo stesso ognuno di noi è solitario, completamente se stesso, collegato agli altri ma non confuso con essi.

Il Maestro Wanshi diceva: “Il vento soffia, la luna brilla e gli esseri non creano ostacolo gli uni agli altri.”

Non è possibile dire che il vento brilla e la luna soffia. Il naso sente gli odori, gli occhi percepiscono le forme, non è possibile percepire gli odori con gli occhi, né vedere le forme o i colori con il naso, tuttavia gli organi dei sensi cooperano insieme per collegarci con il nostro ambiente. Vi è cooperazione, interdipendenza con tutti gli esseri, così come c’è cooperazione ed interdipendenza con le nostre polarità, ma esse non creano ostacolo. Non esiste vacuità senza i fenomeni, ma la vacuità è la vacuità e i fenomeni sono i fenomeni.

E’ un punto molto importante per agire con saggezza ella nostra vita. Si tratta di comprendere che non siamo soli, che siamo costantemente in relazione con gli altri, percependo ciò, sperimentandolo intimamente, senza però entrare in confusione. Essere veramente intimi con se stessi significa assumersi la responsabilità di essere ciò che siamo, prendere la propria posizione.

Venerdì 27 febbraio 2004, mondo

- Il Buddha ha avuto l’illuminazione, che ha dato origine al suo insegnamento, che è stato impartito ai suoi discepoli, che a loro volta lo hanno trasmesso sino a noi. Qualche mese fa ho comprato un libro sulla sua vita nel quale si parla della sua illuminazione, con i quattro stadi di conoscenza, di concentrazione differenti, un percorso che è durato tutta una notte. Se paragono la sua esperienza con quello che facciamo noi, mi dico che forse non si tratta della stessa cosa. Mi chiedo se il Buddha facesse veramente zazen, se non facesse invece una specie di yoga con una condizione straordinaria di samâdhi, così come se ne sente regolarmente parlare nello yoga. Come possiamo collegarci a questa esperienza?

- Ho avuto la tua stessa impressione leggendo alcuni sûtra, ma riflettendo bene su quanto spiegava il Buddha a proposito delle quattro tappe del Dhyâna nella sua meditazione, mi sono reso conto di quanto in fondo non fossero diverse da zazen. Le quattro tappe del Dhyâna sono in definitiva quattro abbandoni della presa e, in fondo, è quello che facciamo in zazen con la differenza che le quattro tappe erano adattate alla forma di comprensioni degli yogi che erano i primi discepoli a praticare con lui. Buddha si è dunque espresso in un linguaggio comprensibile per loro, e sappiamo quanto gli indiani amino le cose ben classificate e ordinate. Vengono distinte le diverse tappe, le diverse condizioni di spirito per cercare di rendere le cose più chiare nella loro espressione. Ma si tratta unicamente della forma, mentre l’essenza è molto vicina a ciò che pratichiamo. Se ci si sofferma su queste famose tappe, si può vedere come ad ogni tappa si lascino cadere una serie di attaccamenti, una categoria di attaccamenti.

Nella prima tappa si lasciano cadere tutte le preoccupazioni legate al mondo esterno. E’ come quando entriamo nel dôjô, anche se siamo preoccupati per il lavoro, la famiglia, le apprensioni della vita quotidiana, normalmente lasciamo cadere tutto. Sono queste le prime raccomandazioni di Dôgen nel Fukanzazengi, diceva proprio la stessa cosa: abbandonate ogni relazione, ogni connessione del vostro spirito con gli attaccamenti della vita quotidiana, lasciate cadere tutto. Questo non significa che si riesca a fare questo del tutto, ma in ogni caso si va in quella direzione, il nostro modo di praticare consiste nel lasciare cadere, nel non attaccarsi.

Poi, seconda tappa, si lasciano cadere tutti i processi intellettuali, il pensiero cosciente che cerca di afferrare la realtà attraverso i suoi concetti.

Nella terza tappa si lascia cadere il lato emozionale. Evidentemente, avendo già superato le prime due tappe, si percepisce una grande felicità, una grande gioia, una liberazione. Spesso anche in zazen viviamo stati di benessere, non si ha sempre solo male alle ginocchia, non si lotta continuamente contro le proprie ossessioni, le proprie preoccupazioni, vi sono momenti di benessere e spesso si confonde la gioia provata nella pratica con un’idea che ci si fa del satori. Buddha ha conosciuto questa gioia, ma ha detto: “Non fermatevi qui, lasciate cadere, abbandonate.” E certo lui è riuscito a lasciar cadere, a non attaccarsi.

La quarta tappa è quella dell’equanimità. E’ ciò che nello zen si raccomanda sempre dicendo: “Né amore, né odio, né scelta né rifiuto.”

Diciamo ‘né amore’ riferendoci all’attaccamento, al voler mantenere una buona condizione di spirito respingendo quella negativa, al voler trattenere la gioia respingendo la tristezza. D’un tratto ci sembra di avere capito qualcosa e si vuole assolutamente trattenere quel pensiero, alcuni all’inizio prendono addirittura appunti, sempre con questo spirito, che permane in modo sottile anche a un livello elevato di pratica, manifestandosi nel voler scegliere, nel preferire, nell’attaccarsi a ciò che si ama, respingendo ciò che non si ama. Questo atteggiamento giunge sino all’attaccamento al satori, al nirvâna, respingendo le illusioni, il samsâra.

Ci si attacca al satori, si respinge l’illusione, ci si attacca al nirvâna, respingendo il samsâra. Permangono dunque trappole sottili nella quali si rischia di rimanere prigionieri quando si superano le prime tappe e si lasciano cadere le preoccupazioni quotidiane, il pensiero logico che si attacca ai concetti, le emozioni di gioia o di tristezza, ma per realizzare l’equanimità bisogna lasciar cadere tutto.

Nell’insegnamento di zazen non ci sono differenze, l’esperienza della pratica ci mostra che, benché sia logico esporre in questo modo l’argomento, in realtà tutti gli aspetti sono mescolati. Non avviene tutto secondo un ordine preciso. In zazen siamo concentrati sulla postura del corpo, sulla respirazione,i fenomeni sorgono, che si tratti di pensieri, di stati emozionali, di sensazioni, ed assomigliano a bolle che risalgono. Talvolta si tratta di una preoccupazione della vita quotidiana, o altro, voglio dire che si passa molto rapidamente da una tappa all’altra del Dhyâna, in un senso o nell’altro. La consegna fondamentale di zazen è non ristagnare su nulla, su nessuno stato, questa è l’essenza stessa della pratica del Dhyâna, del Buddha, questo movimento di superamento costante della tendenza dello spirito a volersi sempre arroccare su qualcosa. Dunque, in fondo, credo si tratti della stessa cosa.

- C’é poi un’altra parte, nei libri, nella quale è detto: “Quando il mio mentale è stato del tutto padroneggiato, ho diretto la mia concentrazione sul fatto che gli esseri tornano alla vita, nascono, muoiono e rinascono e poi sulle vite anteriori.”

- Sì, questa è stata la meditazione del Buddha. Effettivamente nella pratica di zazen non ci si concentra sulle vite anteriori. Occorre però precisare che all’epoca, si tratta anche di una questione d’epoca, liberarsi del ciclo delle trasmigrazioni era l’ossessione di tutti, e del resto si tratta di una ossessione tipicamente indiana. I cinesi, i giapponesi non si sono preoccupati allo stesso modo delle vite anteriori, non fa parte del loro spirito, è il motivo per cui lo Zen si sviluppato in modo diverso in Cina.

L’insegnamento, il risveglio fondamentale del Buddha è il risveglio allo spirito completamente libero, che percepisce la vacuità di tutti i nostri oggetti di attaccamento, che abbandona, che va al di là, liberandosi dello spirito di attaccamento, la causa fondamentale della sofferenza. Poi, in base alle epoche, alle culture e anche alle persone di fronte alle quali ci si trova, l’insegnamento varia, perché per aiutare gli esseri si deve partire da dove sono gli attaccamenti, lavorando a partire da quel punto. E’ il motivo per cui la Via del Buddha ha assunto forme molto differenti secondo le epoche, le culture. Ma credo che l’essenza della pratica, della meditazione del Buddha, sia rimasta la stessa, anche nel Buddhismo Theravâda si pratica Vipassanâ, Samatha Vipassanâ. In effetti si tratta di Samatha e di Vipassanâ, di una pratica di concentrazione e di osservazione. Presso i Tibetani vi è la pratica di shin laktong, non solo shin, ma entrambi, shin/concentrazione, laktong/osservazione.

Anche zazen ha queste due polarità, come dicevo questa mattina, possiamo dire che sia davvero la base della pratica, del risveglio del Buddha. L’insegnamento si modifica anche in funzione delle preoccupazioni delle persone. Quando rileggete i kusen del Maestro Deshimaru, anche se commentava l’insegnamento di Dôgen, non parlava come lui, e Dôgen non parlava come il Buddha. Dobbiamo vedere il filo conduttore, lo spirito profondo che collega questi insegnamenti. La pratica fondamentale è la stessa, lo spirito fondamentale lo stesso, ma le forme, le espressioni sono differenti, così come la pedagogia. Per coloro che amano le idee chiare, la logica, come gli indiani, occorre esprimersi in questo senso. Ma se parlate allo stesso modo ai cinesi li annoiate e, in ogni caso, non comprendono nulla. C’è una visione del tutto differente che i maestri cinesi hanno adottato per trasmettere lo stesso insegnamento.

* * * * * * * * * *

- Qual è il senso dell’ordinazione a bodhisattvâ e dei quattro voti? Bisogna aver praticato molti anni prima di chiedere questa ordinazione?

- Questa domanda è giustificata dal fatto che quando si cantano i voti del bodhisattvâ alla fine di zazen e si riflette sul loro significato, si ha veramente l’impressione che si tratti di un ideale inaccessibile. Si fa il voto di salvare tutti gli esseri dalla loro sofferenza, di risolvere le cause di sofferenza, i bonno, gli attaccamenti, di recidere tutto, risolvere tutto, realizzando tutti gli insegnamenti e, per quanto profondo ed elevato sia il risveglio, si fa il voto di raggiungerlo. Se si guarda onestamente al punto in cui ci si trova, ci si rende conto di essere ben lontani dal realizzare ciò, quindi si potrebbe pensare che è meglio aspettare a chiedere l’ordinazione, ma questo atteggiamento nasce dall’aver mal compreso il senso dei voti. Un grande viaggio comincia da un passo, ricevere l’ordinazione a bodhisattvâ è proprio fare un primo passo nella direzione di questa Via che è infinita. La Via è infinita, certo, ma questo non significa che non ci si possa impegnare in quella direzione, anzi, proprio il fatto che è infinita è un invito ad andare in quella direzione. Che senso avrebbe impegnarsi in un vicolo cieco, in una via limitata? Nella realizzazione di questa Via infinita dobbiamo capire che ogni giorno è l’occasione di fare un passo in più nella giusta direzione e al tempo stesso di cercare di capire i voti in maniera concreta, meno assoluta. Ad esempio, quando si dice: “Per numerosi che siano gli esseri viventi, faccio il voto di salvarli tutti” potrebbe sembrare un po’ delirante, è folle voler salvare tutti gli esseri! Ma cosa vuol dire veramente questo voto? E’ un invito a non impegnarsi in una pratica egoistica, una pratica solo per sé, significa comprendere che fondamentalmente non siamo separati dagli altri.

Se non ci si vuole impegnare in una pratica egoistica, solo per sé, non è perché è male, ma è perché è falso, è contrario alla realtà spirituale, poiché dal momento in cui si comincia ad impegnarsi nella pratica, se si pratica sinceramente, profondamente, è possibile percepire la nostra solidarietà con gli altri, lasciando spazio allo sviluppo dello spirito di simpatia, di compassione, in modo tale che non si può più fare a meno di preoccuparsi sul modo migliore per venire in aiuto degli altri. Diventa un processo naturale. Ma quando si tratta di aiutare tutti gli esseri, di salvarli tutti, ‘tutti’ diventa molto importante.

Cosa significa? Non vuol dire salvare sei miliardi di esseri umani, senza contare gli animali, né fare discriminazioni tra gli esseri che amiamo e quelli che non amiamo, ‘tutti’ significa non fare selezioni. Lo spirito ordinario dice: “Sì, questa persona è simpatica, voglio aiutarla!” Oppure: “Quella persona non mi piace per nulla! Che crepi! O almeno che si arrangi! Questa specie di barbone ubriacone....se si tratta di aiutare chi fa degli sforzi nella vita va bene, ma un ubriacone..no, non voglio aiutarlo!”

Sono esempi un po’ caricaturali, ma è vero che siamo portati ad aiutare le persone che ci sono simpatiche lasciando da parte gli altri. A questo proposito c’è una pratica insegnata proprio dal Buddha, la famosa ‘pratica degli incommensurabili’! Cosa significa ‘incommensurabili’? Per ciò che riguarda la compassione significa non limitare la nostra compassione a coloro che amiamo, estendendola progressivamente.

Questa pratica può diventare molto concreta nella vita di tutti i giorni, se cominciamo a soccorrere, ad aiutare le persone che ci sono indifferenti, più lontane per poi chiederci se non potremmo avere il desiderio di aiutare e di provare compassione anche nei confronti di coloro che detestiamo, che non ci piacciono, che ci hanno fatto del male e che percepiamo come nemici. Si tratta di allargare il cerchio, è questa la pratica degli ‘incommensurabili’, senza limitarci a ciò che preferisce il nostro ego.

Questa è la vera pratica della Via. Al tempo stesso occorre essere realistici proprio come lo era il Buddha nel suo insegnamento. Non siamo capaci di passare direttamente a una pratica di compassione illimitata, dunque occorre praticare ciò che è praticabile, chiedendosi ogni volta quale passo sia possibile fare in avanti, in quella direzione. In quel momento tutta la vita quotidiana, gli incontri, tutte le circostanze della nostra vita di ogni giorno sono altrettante occasioni di fare un passo in più in quella direzione, senza colpevolizzarsi perché non si è capaci, qui ed ora, di avere una compassione illimitata.

E’ molto importante rendersi conto che si è limitati, avere compassione per i propri limiti. Non si tratta di compiacenza, ma semplicemente di vedere chiaramente a che punto siamo ad esempio con una data persona, in quelle determinate circostanze. Questo atteggiamento non toglie nulla al fatto che tutto cambia costantemente, che anche noi cambiamo e che la volta successiva, forse, saremo capaci di fare un passo in più. L’argomento sarebbe infinito, ma avviene la stessa cosa con gli altri voti. Ad esempio, per quanto riguarda il voto di abbandonare i bonno, gli attaccamenti, le cause di sofferenza, sembrerebbe un voto impossibile. A volte alcuni credono addirittura che i bonno siano il satori, ma si tratta di un’interpretazione del tutto falsa. In realtà si deve abbandonare solo ciò che si può abbandonare ad ogni momento e non è sempre la stessa cosa.

Dobbiamo comprendere che la nostra pratica è veramente una pratica nella quale si abbandona la presa e vedere quali sono le occasioni nelle quali è possibile lasciare qualcosa, non come un sacrificio, o qualcosa che cerchiamo di imporci con la forza della volontà, ma piuttosto grazie alla sensibilità, alla comprensione, rendendosi conto che quando si abbandona un attaccamento si abbandona qualcosa che fa soffrire.

In questo senso non si tratta di un abbandono, né di una perdita.

Il Maestro Nyojo diceva: “Ogni volta che lasciate cadere un piccolo bonno, un piccolo attaccamento, incontrate il Buddha faccia a faccia e siete simili a lui.”

E’ una Via immensa, infinita, che comincia con un passo dopo il quale seguono altri passi, ogni volta si fa il passo che si può fare nel momento in cui ci si trova. E, al tempo stesso, non ci si ferma da qualche parte, è questa la Via del bodhisattvâ, non fermarsi mai, nemmeno al nirvanâ, al di là del nirvanâ.

Quando si chiede l’ordinazione non lo si fa perché si ritiene di aver raggiunto una grande perfezione spirituale, o si pensa di esserne degni, ma perché si sente profondamente che praticare zazen con i suoi voti come fonte d’ispirazione della nostra vita è ciò che le conferisce un senso autentico. Si desidera seguire questo percorso. L’ordinazione è là non tanto per consacrarci come bodhisattvâ compiuti, quanto piuttosto per incoraggiarci, sostenerci, aiutarci attraverso il legame che si crea durante l’ordinazione con tutta la trasmissione, dal Buddha sino a noi attraverso il godo.

Dovete percepire l’ordinazione come un appoggio che ci coglie là dove siamo, per aiutarci ad andare più lontano. E’ l’espressione della nostra fede. Per chiedere l’ordinazione occorre avere fede, fiducia in questa direzione e per questo è necessario comprendere, è il motivo per cui mi sono dilungato un po’.

Ecco. Ci sarà un altro mondô domani pomeriggio.

Sabato 28 febbraio 2004, kusen delle 7:00

Quando ci si concentra sulla pratica di zazen, sia in zazen che nella vita quotidiana, il nostro potere di concentrazione aumenta, apprendiamo a lasciare che l’agitazione si calmi e ad essere presenti nell’istante, in unità con ciò che abbiamo fatto, concentrati sulla postura seduta quando siamo seduti in zazen, sulla camminata quando camminiamo, con le prosternazioni quando facciamo sanpaï, con il canto quando cantiamo, con il cibo quando mangiamo, con il lavoro quando facciamo samu, senza pensare al passato o al futuro. Ci si concentra totalmente sull’azione presente, in questo modo ogni azione, ogni pratica diviene completa in se stessa, come un’opera d’arte. Si diviene più disponibili, più aperti agli altri, dal momento che non si è più ossessionati dai pensieri, dalle preoccupazioni. Poiché ci si è avvicinati alle nostre cause di sofferenza, si ha maggiore facilità a comprendere la sofferenza degli altri, lasciando aumentare lo spirito di compassione, imparando a conoscerci, non solo per ciò che riguarda il carattere, la personalità o l’ego, ma anche per ciò che costituisce l’essenza della nostra vita, la vita di relazione.

In questo modo si è meno attaccati all’immagine, all’idea che ci facciamo di noi, meno sensibili verso ciò che riguarda la perdita, lasciando così svanire molte preoccupazioni ed ansietà. Questi sono meriti della pratica di zazen. Esiste nell’insegnamento del Buddhismo una teoria per la quale è necessario accumulare molti meriti per divenire un Buddha completo, compiuto. In questo modo la pratica nel corso della vita e di numerose rinascite diviene uno sforzo costante per accumulare meriti. Ogni azione possiede meriti più o meno grandi: ad esempio aiutare chi amiamo costituisce un piccolo merito, aiutare chi ci è indifferente rappresenta un merito più grande, ma aiutare qualcuno che ci vuole del male è un merito superiore. Vi è una scala anche nei meriti. La via delle pâramitâ è spesso concepita come una via nella quale si superano differenti tappe di accumulazione dei meriti.

Si comincia con l’accumulare i meriti del fuse, del dono, poi dell’azione giusta della pratica dei precetti, ci si esercita poi nella pratica della pazienza che è famosa per garantire grandi meriti. Certo, gli sforzi fatti per questo sono meritori e in questo modo la nostra capacità di meditare, di concentrarci aumenta permettendoci di realizzare in ultimo la saggezza. Occorrono evidentemente numerose vite, poiché nel settore della quantità non si ha mai abbastanza e lo sanno bene coloro che si vogliono arricchire!

Nella pratica dello zen invece è essenziale lasciar cadere tutti i meriti. La ricerca dei meriti può eventualmente condurci sino alla porta del dôjô, ma nell’istante in cui si oltrepassa la soglia, si dimenticano tutti i meriti passati, presenti e futuri, in questo modo è possibile abbandonare l’infanzia, cioè lo spirito che attende la ricompensa, i riconoscimenti, raggiungendo la maturità.

E’ quanto ci dice il Maestro Wanshi: “Quando dimenticate ogni merito la vostra posizione è compiuta.”

Potete cioè diventare autenticamente voi stessi, essere al di là dell’eccesso come della mancanza, poiché ciò che siamo non è una questione di quantità, non si tratta di avere una parte buona superiore alla cattiva, ma piuttosto di essere liberi da nozioni quali buono o cattivo, meriti o demeriti.

Wanshi ci raccomanda di non cadere nell’attaccamento alle posizioni onorifiche, ma al contrario ci invita ad entrare nel mondo delle illusioni, immergendoci nel mondo senza preoccuparci della nostra posizione. Questo implica anche la posizione del monaco, alla quale non ci si deve attaccare, che non deve farci desiderare di diventare speciali, differenti, ma che deve aiutarci ad immergerci realmente nel mondo delle illusioni e delle sofferenze, aiutando come possiamo gli esseri a liberarsi. Per questo il modo migliore di agire consiste nell’aiutare ognuno a entrare nella pratica di zazen, entrando a sua volta in questa pratica che libera da ogni avidità, compresa naturalmente l’avidità di ottenere dei meriti.

Anche se si decide di consacrare la propria vita alla pratica dello zen, il Maestro Wanshi ci ricorda che se trasmettere è un merito, il fatto di aver trasmesso la pratica non è un nostro merito, perché non si trasmette con il proprio ego, in definitiva è zazen che trasmette zazen, Buddha che trasmette Buddha.

Sabato 28 febbraio 2004, kusen delle 11:00

Durante zazen, nella concentrazione sulla postura del corpo, si diventa sempre più coscienti, si percepisce con chiarezza la minima sensazione, il grado di tensione dei muscoli, dei tendini. La concentrazione sulla postura trasforma la postura in un autentico specchio. Poichè la postura ci permette di essere seduti in una condizione di grande equilibrio, di stabilità, le difficoltà che proviamo ci permettono di vedere i blocchi del nostro corpo, le tensioni, consentendoci così di rilassarle, di dissolverle.

Tuttavia questa concentrazione non deve diventare un attaccamento al corpo, perchè questo significherebbe ridurre la pratica di zazen a un esercizio posturale, come chi considera la postura come l’alpha e l’omega della pratica dello zen. Allo stesso modo si passa il proprio tempo di fronte al muro osservando i pensieri, le sensazioni, le percezioni, in breve tutti i nostri processi mentali, e in questo modo si diventa intimi con i propri condizionamenti, sia del corpo che dello spirito.

Ma la pratica di zazen non si limita ad una osservazione dei processi mentali.

Il Maestro Wanshi diceva: “Spogliatevi completamente della vostra testa e della vostra pelle.”

Smettete cioè di pensare esclusivamente con la vostra testa, abbandonate l’attaccamento al vostro corpo limitato, realizzando invece il vostro autentico corpo e spirito, che non sono rinchiusi nella vostra testa né nel vostro sacco di pelle.

Pensare esclusivamente come facciamo la maggior parte del tempo con la nostra testa, in particolare con il cervello sinistro, quello del linguaggio, dei concetti, che favorisce il pensiero dualista, ci fa vedere ogni cosa in termini di separazione, di opposizione, cosa non sorprendente dal momento che l’attività mentale di base si fonda sulla discriminazione, che è necessaria alla sopravvivenza.

Se non si è in grado di discernere ciò che è buono per sé da ciò che non lo è ci si avvelena ben presto. Tuttavia, se agiamo con un aspetto discriminatorio, perdiamo completamente di vista un altro aspetto della nostra esistenza, quello della vita che è al di là di ogni separazione. La vita stessa è riunificazione, riunione di tutti gli elementi che compongono il nostro corpo e il nostro spirito, che non ci appartengono ma provengono dall’ordine cosmico e che prendiamo a prestito da tutto l’universo. Non siamo all’interno della natura per sfruttarla, siamo la natura stessa. Condividiamo la nostra vita con i nostri simili, non per dominarli o per sfruttarli, ma per cooperare e comunicare con quella parte di noi che abbiamo in comune con tutti gli esseri. Non si tratta di convincerci di questa realtà, ma di viverla intimamente attraverso tutte le cellule del nostro corpo, per trovare il nostro spazio autentico in questo mondo. Per questo dobbiamo abbandonare e lasciar cadere in noi tutto ciò che crea separazioni, cioè l’attaccamento alle nostre costruzioni mentali e l’attaccamento a questo sacco di pelle.

E’ l’essenza stessa della pratica di zazen, shin jin datsu raku, corpo e mente totalmente spogliati.

Per chiarire ulteriormente, Wanshi aggiunge: “Abbandonate ogni distinzione tra luce ed ombra.”

Chiaramente questo non significa che non vi sia alcuna distinzione tra luce ed ombra, è piuttosto un invito a smettere di attaccarci alla luce respingendo l’ombra, perché l’una non esiste senza l’altra.

E aggiunge: “Là dove non arrivano i diecimila cambiamenti, quello che i diecimila cambiamenti non possono raggiungere, c’è il fondamento che nemmeno i mille saggi possono trasmettere.”

Nessuno può afferrare quello che nemmeno il Buddha ha potuto spiegare, ma che ciascuno di noi può realizzare, quello che Buddha ha trasmesso attraverso la sua pratica in silenzio, semplicemente facendo ruotare un fiore tra le dita.

Sabato 28 febbraio 2004, mondo

- Questa mattina abbiamo cantato una lista di cinquantasette patriarchi, tutti uomini. Nel corso di duemilacinquecento anni non è esistita una donna risvegliata? Dove sono le donne nella nostra tradizione?

- Sono sicuramente esistite donne risvegliate, e se non sono entrate nella discendenza è per un buon motivo, legato al fatto che la discendenza è costituita da monaci ed i monasteri erano separati, esistevano monasteri per uomini e monasteri per donne. Quindi i monaci trasmettevano ai monaci. Ad esempio attualmente in Giappone esistono monasteri di monache e monache che sono persone risvegliate. Uno dei punti essenziali dell’insegnamento del Buddha è che tutti gli esseri hanno la natura del Buddha e quindi possiedono la capacità di risvegliarsi.

Questa capacità non è riservata a un sesso particolare, né a una categoria di persone. Il Maestro Dôgen ne parla molto nello Shôbôgenzô in particolare nel capitolo intitolato Raihai Tokuzui.

Tokuzui significa ‘ottenere il midollo, l’essenza’ e Raihai ‘prosternandosi‘, nello spirito di rispetto e di venerazione. Racconta molte storie di donne, a volte si trattava di monache, a volte non si trattava di persone risvegliate, che hanno aiutato dei monaci a risvegliarsi.

Perché queste donne non sono inserite nella discendenza? Penso sia dovuto a circostanze di ordine sociale legate all’organizzazione dei monasteri e alla trasmissione dell’insegnamento. Sarebbe interessante studiare a quando risalgono le discendenze dei maestri donna, perché sicuramente ne esistono. Si potrebbe eventualmente porre la domanda alla Sôtô Shu. Sicuramente esiste una genealogia della trasmissione delle donne, ma la cosa più importante è che tu e tutte le donne in questo dôjô abbiate fiducia nella vostra pratica. Non dovete sentirvi inferiori perché non ci sono donne nella discendenza. In ogni caso un patriarca si pone al di là delle differenze sessuali. Il Buddha stesso, anche se era un uomo, ha insegnato universalmente e la sua esperienza ha un valore universale. Non è qualcosa che è legato all’appartenenza a un sesso, del resto, molto rapidamente, le donne hanno cominciato a seguire il suo insegnamento.

Hai dei dubbi a questo riguardo?

- Mi mancano buoni esempi femminili da poter seguire nel nostro Sangha.

- Sì, sì. Del resto il nostro Sangha è l’illustrazione di questo fenomeno. Vicino al Maestro Deshimaru c’erano tanto uomini che donne. Non era certo sessista, non faceva differenze. Dopo la sua morte ho notato che la maggior parte dei suoi discepoli tra cui io stesso, aveva tra i trenta ed i quarant’anni, e all’interno delle coppie la maggior parte delle donne era molto impegnata nell’educazione dei figli. Molte si sono concentrate su questo aspetto. Ed è vero che se pensiamo a Katia Robel, Evelyne de Smedt, o Laure Scemama ad esempio, si tratta di donne che non hanno avuto figli, che hanno continuato a concentrarsi completamente sullo zen. Altre, che avevano praticato assiduamente con il Maestro Deshimaru, dopo la sua morte si sono rivolte piuttosto alla vita di famiglia, mentre sono stati piuttosto gli uomini a concentrarsi sul Sangha. Non è una cosa che è stata voluta, non ci sono state decisioni, è avvenuto così.

Forse per le donne è stato più essenziale trasmettere la vita. Un uomo spesso ha bisogno di altro, non gli è sufficiente avere dei figli. Forse invece alcune donne sono sufficientemente soddisfatte dall’avere bambini, in ogni caso i figli le impegnano al punto da non avere sufficienti energie per fare altro. Dico forse, la mia non è un’affermazione, è quanto ho osservato. Ho qualche esempio di donne che erano grandi monache ai tempi del Maestro Deshimaru e che poi, dopo la sua morte, ho visto totalmente concentrate sui loro figli, venendo meno al dôjô, alle sesshin. Non esiste alcuna ragione a priori perché non ci sia trasmissione del risveglio a partire dalle donne. Tocca a voi ora dimostrare che le cose possono cambiare. Se vuoi degli esempi, ti consiglio di procurarti il Raihai Tokuzui, perché Dôgen mostra veramente esempi di donne molto profonde e dotate di grande saggezza.

* * * * * * * * * *

- Ho finito da poco il libro di Bernie Glassman: “L’arte della pace”, sull’ordine zen dei costruttori di pace. Sono stata molto toccata in particolare da due capitoli intitolati rispettivamente: ‘Faccio il voto di aprirmi alla diversità’ e ‘Faccio il voto di aprirmi a ciò che non conosco’. Sono stata molto toccata anche dalla loro pratica nelle strade. Volevo chiederti se potevi condividere il tuo sguardo su questi fratelli.

- Cioé?

- Su questo gruppo.

- Sì, non lo conosco molto bene, ma stimo molto il lavoro che fanno. E’ un modo come un altro, del tutto valido per contribuire a fare evolvere l’umanità proprio nel senso dell’accettazione dell’altro, contribuendo alla pace. Approvo completamente questo lavoro.

E’ un modo per Bernie Glassman, il suo modo personale, di tradurre nella vita quanto ha realizzato nella pratica dello zen. Incoraggio ognuno nella vita a trovare il modo di esprimere ciò che ha realizzato attraverso la sua pratica. Vedo solo un inconveniente per ciò che riguarda Bernie Glassman, legato al fatto che ha investito talmente tante energie nell’organizzazione di questo ordine, che di colpo ha trascurato la pratica di zazen. E’ quello che mi sembra di sapere e trovo che sia un peccato. E’ il rischio sempre presente nelle correnti religiose, spirituali, nel cristianesimo si è verificato lo stesso fenomeno.

Personalmente vedo, in particolare nel protestantesimo, un tale desiderio di fare qualcosa nel sociale da correre il rischio di perdersi un po’ in una forma di attivismo, cosa che da un lato è positiva, perché implica la pratica del dono, la generosità, l’incontro con l’altro, qualità spirituali che si sviluppano attraverso questo genere di azioni, ma è un peccato che tutto questo prenda il sopravvento sul fatto di continuare una pratica quotidiana di meditazione e sul fatto che ci sia circolazione tra la dimensione interiore e l’azione verso l’esterno. Trovo che questo sia un rischio ed è la storia di Bernie Glassman stesso. Questo non significa che coloro che lo seguono facciano lo stesso.

* * * * * * * * * *

- Leggendo i testi del Maestro Hyakujô e di Ôbaku e in particolare i tuoi commenti, ho notato che lo spirito di zazen viene spesso descritto come quello che non dimora su nulla, lo spirito vasto. Queste sono descrizioni che mi aiutano, ma c’é anche un altro spirito, lo spirito eterno per cui non capisco e vedo che questo non mi aiuta.

- In questo caso non ti occupare dello spirito eterno. Nemmeno io me ne occupo e, del resto, non mi sento molto interessato dallo spirito eterno. Se l’ ho menzionato è stato per essere fedele all’insegnamento del Maestro Hyakujô, per non eliminare una parte di quanto ha espresso. Tuttavia bisogna capire che con il termine ‘eterno’ si ha la tendenza a pensare a ciò che dura sempre. Personalmente intendo il concetto di ‘eterno’ come ciò che è qui ed ora, ciò che è al di là del prima e del dopo, perché questo riguarda la mia esperienza di zazen così come l’ ho vissuta, una forte esperienza del ‘qui ed ora’ come qualcosa di assoluto. Non qualcosa, ma una realtà che è al di là del prima e del dopo e nella quale, se si è veramente ‘uno’ con questo, non c’è bisogno di avere rimpianti legati al passato, né attese in rapporto al futuro. Se si rimane concentrati in questo modo, si può dire che si vive nell’eternità, non si è più in quello che possiamo definire il tempo ordinario, cioè la successione con il passato, il presente, il futuro, si è in una specie di eterno presente.

Per quanto riguarda Hyakujô, penso che dovesse avere questa prospettiva. Certo, fa parte dell’insegnamento dello zen, per lui, come per il Buddha. Purtroppo non conosco il cinese, e si traduce con ‘eterno’, ma mi piacerebbe conoscere l’espressione cinese. Ciò che per lui era importante, così come per il Buddha, era la realizzazione della ‘non nascita’. Perché ciò che muore è ciò che è nato. E’ un kôan fondamentale del Buddha. Nel suo tentativo di risolvere le angosce legate all’impermanenza e alla morte, occorre risalire a quella che è l’origine della morte. L’origine della morte non è la vita, è la nascita. E’ diverso. E’ il nascere che porta alla morte, non il vivere ed essere nati.

Il kôan diventa allora “Cosa significa essere nati?” “Chi nasce?” , “Che cosa nasce?”

Se, come si fa abitualmente, ci si identifica con la propria carta d’identità, sono qualcuno che è nato in quella data, in quella famiglia, di quella nazionalità, di quel sesso, con gli occhi marroni o blu, con tutto l’accumulo delle caratteristiche dell’individuo che è nato in quel momento, allora certo tutto questo può morire. Ma se attraverso la pratica di zazen entriamo in contatto con una dimensione che si pone al di là di queste caratteristiche dell’ego, se cioè realizziamo la vacuità di tutte queste caratteristiche, realizziamo che al momento della nascita non c’é ego che è nato. Ciò che è apparso in quel momento è la trasformazione dell’energia cosmica e questo è senza nascita, senza inizio né fine. E’ questo che molto spesso viene tradotto con spirito eterno, spirito ‘non nato’.

- Quello che mi infastidisce un po’ è che lo si chiami spirito.

- Certo, perché si avrebbe la tendenza ad assimilare questo a un’anima, a un’entità. Ma quando un essere come Hyakujô parla di spirito, è un concetto talmente vasto, non può assimilarsi a un’entità. Ad esempio per Hyakujô come per i maestri di quell’epoca, parlare dello spirito equivale a parlare di tutto l’universo. Non è differente. Tutto l’universo è un solo spirito. Per me non c’è differenza, anche tra spirito e materia. Alla fine lo spirito è l’essenza di tutto ciò che esiste. In più, per la mentalità cinese,il kanji usato per il termine spirito induce talmente tanti significati da includere tutto.

In giapponese ad esempio lo si traduce con shin, ma il kanjishin che Hyakujô usava significa al tempo stesso non solo spirito, ma anche il midollo, l’essenza, l’energia, il soffio. E’ molto vasto. E’ il primo aspetto della tua domanda, quando dici che parla dello spirito vasto, e lì sono d’accordo, ma quando parla dello spirito eterno, questo mi sembra bizzarro. E’ proprio perché avevano realizzato lo spirito vasto che per loro lo spirito vasto era anche non-nato, quindi eterno. E’ il non-spirito. Non è nemmeno lo spirito. Non rientra nelle categorie che immaginiamo quando si pensa allo spirito. Non si tratta dunque di spirito nel senso di spirito opposto al corpo, ma lo si potrebbe tradurre con il senso della realtà che è a un tempo materia, spirito e al di là di entrambi. Questo non ha evidentemente nascita e fine ed è illimitato.

- Dunque non è una espressione per indicare il funzionamento mentale cosmico?

- No! Assolutamente! No, no. Lo spirito in questo caso non è lo spirito mentale, assolutamente no.

Domenica 29 febbraio 2004, kusen delle 7:00

Durante zazen riportate costantemente la vostra attenzione sulla postura e sulla respirazione, tendete le reni, la nuca e rientrate il mento. Mettete tutta la vostra energia nella postura senza fare economia. E’ importante donarsi completamente alla pratica di ogni istante, essere del tutto presenti alla respirazione penetrando così la realtà di ogni istante, corpo e spirito in unità. Non lasciate che il vostro spirito fugga dal dôjô verso il prima, il dopo o l’altrove, riportatelo costantemente nella pratica del qui ed ora.

Quando ci si concentra così è possibile osservare l’impermanenza. Le sensazioni del corpo cambiano, i pensieri passano, gli stati emozionali si esauriscono. Quando si prende coscienza di questo e ci si armonizza con questa impermanenza, si ritrova uno spirito molto più fluido, flessibile, che non si fissa su nulla. Si evitano così le ruminazioni mentali, si può togliere drammaticità alle cause delle nostre sofferenze, ritornando solo al qui ed ora della nostra vita. Qui ed ora, seduti in questa postura di zazen in pace, non si deve aggiungere nulla, né togliere nulla. Questo significa che possiamo accettarci totalmente a partire da uno spirito che non giudica, che non paragona.

E’ lo spirito vasto di zazen. Questo spirito vasto è al di là dell’impermanenza, perché è sempre qui ed ora. Il passato, il futuro, l’altrove si riflettono in esso, include tutti i tempi, tutto lo spazio e si manifesta sempre qui ed ora.

E’ ciò che il Maestro Wanshi esprimeva dicendo: “Là dove i diecimila cambiamenti non pervengono, là è il fondamento che nemmeno mille saggi possono trasmettere.”

E aggiungeva: “Illuminate, rischiarate questo, semplicemente, attraverso di voi, fatene l’esperienza, allora questa luce originaria brillerà attraverso la confusione.”

Quando si è intimi con questo spirito, si abbandona ogni discriminazione, ogni opposizione, quali essere e non essere, sé e altri, questo istante presente ed il passato, ombra e luce. E’ possibile abbandonare ogni lotta, essere veramente in pace. Semplicemente presenti a ciò che è, giusto ora e questa presenza continua di istante in istante nel corso della vita quotidiana.

Domenica 29 febbraio 2004, kusen delle 11:00

Quando le campane risuonano come ora, il loro suono riempie lo spazio, c’è solo il suono delle campane. Tra qualche istante le campane smetteranno di suonare e avremo il ritorno del silenzio. Zazen è così. Quando si pratica zazen c’è solo zazen, anche se all’inizio ci si sforza di praticare, di concentrarsi, anche se si desidera comprendere, in fondo resta solo zazen.

La concentrazione cosciente volontaria è abbandonata, così come è abbandonato quello che crediamo di avere compreso, noi stessi che stiamo praticando ci dimentichiamo completamente di noi nella pratica. Tutto lo spazio è occupato dalla pratica, non c’è più posto per l’illusione, nemmeno per il satori. Non c’è più nulla che sia separato da zazen. Questa vita che viviamo praticando è l’attualizzarsi del risveglio trasmesso dal Buddha in poi. Non abbiamo nemmeno bisogno di pensare a questo, perché si produce inconsciamente e naturalmente nella pratica stessa. Questa pratica non lascia tracce e può così continuare ad ogni istante.

Il Maestro Wanshi diceva; “Allora potrete armonizzarvi con le condizioni dell’essere in accordo con il risveglio senza essere ostruiti dalle illusioni.”

Lo spirito non dimora su nulla, anche le tracce dei vostri passi si cancellano diventando invisibili. Allora siete davvero chiamati a continuare la trasmissione del Buddha.

E anche se comprendete, o credete di aver compreso, continuate fino a che tutto ciò diventi completamente intimo, familiare per voi, cioè non accontentatevi di una comprensione superficiale.

Wanshi aggiunge; “Vuoto e senza desideri, semplice e sincero, autentico, in questo modo potrete abbattere i resti delle abitudini di numerose vite. Quando le impurità di queste vecchie abitudini saranno eliminate, la luce originaria apparirà attraverso il vostro cranio senza ammettere altro. Vasto come il cielo e l’acqua che si confondono in autunno, come la neve e la luna dallo stesso colore, questo campo, questo ambito è senza limiti, perché è contraddistinto da una totalità magnifica, senza bordi, senza frontiere,”

Anche se queste immagini poetiche del Maestro Wanshi colpiscono il vostro spirito, la cosa importante è comprendere il suo consiglio e anche se abbiamo compreso, praticare fino al momento in cui diventerà totalmente intimo, familiare, finché la pratica avrà completamente cancellato le nostre vecchie abitudini.

Non è difficile da comprendere, ma è molto più difficile essere in armonia con ciò che si è compreso. Occorre essere costantemente vigili ed attenti, vedere quando le nostre vecchie abitudini mentali si manifestano nuovamente e lasciarle costantemente cadere l’una dopo l’altra, finché non ci sia più differenza o ostacolo tra lo spirito che si manifesta in zazen e lo spirito che ci anima nel corso della vita quotidiana.

E’ il senso della sesshin, realizzare questa totale intimità senza separazioni. E’ quanto auguro di continuare a vivere e a praticare a ognuno di voi.

Traduzione: Maresa Myogen Di Noto