Che cos’è un kusen?

Ku significa bocca, sen, insegnamento. Il kusen è l’insegnamento orale dato dal maestro o dal monaco anziano durante la meditazione.
Kusen
 
13/15 maggio 2005
Sesshin di Ghigo di Prali
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

Il Trattato di Bodhidharma


Venerdì 13 maggio 2005, kusen delle 7:00

Durante zazen, ritornate costantemente alla concentrazione sulla postura del vostro corpo. Concentratevi bene sui punti importanti della postura di zazen. Inclinate bene il bacino in avanti. Prendete con forza appoggio con le ginocchia al suolo. Rilassate il ventre. Lasciate che il peso del vostro corpo prema bene sullo zafu. A partire dalla vita, estendete bene la colonna vertebrale rilassando le tensioni della schiena. Rientrate il mento. Estendete la nuca spingendo il cielo con la sommità del capo e allo stesso tempo rilassate bene le spalle. Distendete il viso, le mascelle. Lo sguardo è posato davanti a sé sul suolo, senza fissare alcun oggetto. Si vede senza guardare, senza attaccarsi agli oggetti visivi, così lo sguardo diventa vasto.

Allo stesso modo lo spirito in zazen non si fissa su nulla di particolare. Anche se ci concentriamo sulla postura, non ci attacchiamo alla postura e alla fine diventiamo la postura stessa, senza separazioni, senza che ci sia da una parte la coscienza e dall'altra parte la postura. All'inizio della pratica, ci si sforza di prendere coscientemente la postura, si ha la tendenza ad attaccarsi alla postura. Quando diveniamo la postura stessa, è la postura che ci libera dai nostri attaccamenti, che ci permette di realizzare uno spirito vasto, fluido, che non si sofferma su nulla. Questo si esprime attraverso la forma della mani in zazen, la mano sinistra nella mano destra, i pollici orizzontali, il taglio delle mani in contatto con il basso ventre. Le mani non afferrano nulla e non fanno nulla, come lo spirito in zazen. Attraverso questa apertura della mani, dello spirito, in realtà possiamo ricevere tutto. Questo significa che ogni cosa esprime la verità, esprime il Dharma del Buddha. Se lo vogliamo comprendere attraverso i libri, gli insegnamenti, c'è ancora un ego che insegue il Dharma. Ciò in fondo non è così male. E' meglio che l'ego insegua il Dharma piuttosto che ogni sorta di oggetto di desiderio. Ma a questo punto c'è ancora una separazione, c'è ancora la mente che vuole afferrare qualcosa.

Quando invece diventiamo autenticamente intimi con la pratica, la pratica stessa ci insegna. Tutte le nostre azioni della vita quotidiana diventano la pratica, e a quel momento tutte le situazioni che incontriamo ci insegnano il Dharma. Come diceva Bodhidharma: "Quando non comprendete, voi inseguite il Dharma", cioè cercate la verità all'esterno di voi stessi, come se essa fosse nascosta o lontana. E aggiunge: "Quando comprendete, il Dharma vi insegue". Ciò vuol dire che è presente dappertutto, in voi e intorno a voi. Non è nascosto in nessun luogo. E' l'esperienza che possiamo realizzare al meglio durante la sesshin.

Venerdì 13 maggio 2005, kusen delle 11:00

Durante zazen, non seguite i vostri pensieri, non attaccatevi ad essi, lasciateli passare riportando costantemente l'attenzione alla vostra respirazione. Inspirate ed espirate tranquillamente, profondamente, restando totalmente presenti nell'inspirazione quando inspirate. Cioè un corpo e uno spirito che stanno totalmente respirando, totalmente uno con questo, lasciando andare tutto il resto, tutte le altre preoccupazioni e pensieri. Stessa cosa quando espirate. Espirate lentamente e profondamente, restando totalmente in unità con l'espirazione. Ciò vuol dire che non c'è più qualcuno che espira. E' al di là dell'ego, al di là della coscienza personale, cioè totalmente assorbiti nell'esperienza presente, nella vita così come si manifesta ad ogni istante. Ciò vuol dire diventare totalmente intimi con il proprio corpo e con la propria autentica mente.

E' il senso della parola sesshin. Shin vuol dire spirito ma anche energia, il cuore, l'essenza. Se è il verbo setsu che vuol dire toccare intimamente, divenire intimi, senza separazioni. Allora lo spirito che si realizza in questo momento non è un oggetto di studio, non è qualcosa che si potrebbe essere tentati di afferrare, di descrivere, di darne una definizione, un concetto. E' al di là di tutto quello che il nostro mentale ordinario può cercare di comprendere, afferrare. E' quello che chiamiamo lo spirito del buddha. Da sempre i praticanti dello zen si sono chiesti: che cos'è lo spirito del buddha? E' un grande koan. Cioè, qual è il nostro vero spirito risvegliato?

Nel Trattato di Bodhidharma, a questa domanda, è risposto: "L'assenza di segni specifici dello spirito, è quello che nominiamo la quiddità, l’essere così com'è, tatha-tâ", in sanscrito tathatâ, da cui il nome di Tathâgata di Buddha, colui che è diventato intimo con questo essere così, al di là di ogni segno specifico, di ogni descrizione. Colui che non si lascia rinchiudere in nulla, quindi liberato da tutto ciò che rinchiude. Concretamente vuol dire essere liberati da tutte le idee, da tutte le nozioni che abbiamo a proposito di noi stessi. Spesso, per conoscere se stessi, le persone vogliono fare dei test di personalità per cercare di definire le loro caratteristiche, cioè quello che fa sì che hanno un sé diverso dagli altri. Spesso le persone passano gran parte della loro vita a cercare di affermarsi differenziandosi dagli altri. Altri, al contrario, cercano di conformarsi a una norma, una norma di un gruppo, di una società, di una moda. E' sempre un tentare di darsi dei segni particolari, delle caratteristiche per entrare in una specie di stampo, una forma definita e diventare così come delle mummie, come diceva Kodo Sawaki, fissati in una forma, in caratteri specifici. Ci sono persone che ne sono rassicurate, che hanno l'impressione di essere diventate qualcosa. Diventare qualcosa è essere come morti, identificati in una forma fissa. Ma nella realtà questo non esiste. Non c'è una forma fissa. Anche quelli che crediamo essere dei caratteri distintivi, esistono solamente in relazione con altri caratteri: grande rispetto a piccolo - forte rispetto a debole - bianco rispetto a colorato. Si crede di diventare qualcosa o qualcuno definendoci così, attraverso dei segni. Non ci rendiamo conto che la realtà, qualunque siano le forme che prende il nostro corpo, la nostra mente, questa forma è completamente impermanente, totalmente interdipendente da tutte le altre esistenze. Anche definirsi opponendosi è ancora essere in relazione, in interdipendenza con gli altri. Non possiamo scappare da questa interdipendenza. E' l'essenza stessa della vita il fatto di essere costantemente legati agli altri, agli altri umani, a tutti gli esseri viventi, all'aria, alla luce, al calore del sole. Realizzare questa non separazione è realizzare ciò che fa l'essenza stessa della vita. Non c'è più bisogno di sprecare la preziosa energia di cui disponiamo, così come il tempo che ci è dato, tentando di affermarci in opposizione o differenziandoci dagli altri. La Via del Buddha consiste al contrario nell'armonizzarci con questa interdipendenza, nel vedere l'identità nella differenza e a non attaccarsi né all'una né all'altra ma a vivere profondamente la nostra solidarietà con tutti gli esseri, rispettando, amando, aiutando tutte le forme di vita.

Venerdì 13 maggio 2005, kusen delle 16:30

Durante zazen, continuate a concentrarvi sulla vostra postura. Donatele tutta la vostra energia, senza riserve. Continuate ad essere completamente attenti ad ogni respiro. Non inseguite i vostri pensieri. Non lasciatevi trascinare da essi. Lasciateli passare, che seguano cioè il loro corso naturale. Se non ci si attacca in modo particolare, tutti i pensieri passano naturalmente.

Questa mattina ci siamo chiesti che cos'è lo spirito del buddha. Abbiamo visto che esso è senza segni specifici, cioè non possiamo analizzarlo, descriverlo. Dire che lo spirito del buddha è come questo e come quell'altro è tradirlo completamente. Hishiryô, la coscienza hishiryô in zazen, è al di là di tutte le comparazioni, di tutte le misure. E’ per l’appunto lo spirito che non possiamo descrivere. Certamente possiamo dire che è lo spirito del buddha ma l'importante non di è designarlo così, ma viverlo, sperimentarlo, al di là delle parole, al di là delle spiegazioni, al di là del desiderio di definirlo, di afferrarlo.

Nel Trattato di Bodhidharma è detto, a proposito dello spirito del buddha: "Il fatto che lo spirito non dipende da nulla, è ciò che chiamiamo la liberazione". Finché dipendiamo da qualcosa non c'è una vera libertà. Le persone ordinarie dipendono dalle loro illusioni, dai molteplici oggetti dei loro desideri. Vogliono ottenere questo, quell'altro. La vita è un incatenamento, una schiavitù senza fine. Allora, quando comprendiamo questo, succede che desideriamo seguire la Via, la Via che ci libera da tutti gli oggetti di desiderio. Questa Via evidentemente diventa il nostro ideale. Finiamo per dipendere da questo ideale e così a produrre delle nuove cause di sofferenza. E' la ragione per la quale nella nostra pratica è altresì importante non dipendere neanche dall'ideale, non dipendere assolutamente da nulla. E' per questo che un certo maestro aveva detto: "Se incontri il Buddha, uccidilo".

Non possiamo dipendere da Buddha perché questo vorrebbe dire che Buddha è qualcos'altro da noi stessi, qualcosa da ottenere. Il senso della nostra pratica è di realizzare lo spirito del buddha che è già così da sempre, noi stessi da sempre. Semplicemente non lo realizziamo, non lo vediamo. Ma se ci affidiamo alla pratica di zazen senza aspettare nulla, la pratica stessa di zazen ce lo mostra, ci fa diventare intimi con questo spirito che non dipende da nulla, che non ha bisogno di nulla, che è così com'è da sempre, al di là dell'eccesso e della mancanza. Dobbiamo semplicemente avere fiducia in questo e cessare di rendere oscura la nostra visione. Allora, la pratica diventa naturalmente realizzazione e può continuare senza sforzo, senza tensione verso qualcosa che si trova al di là della pratica. Allora questa pratica diventa senza ostacoli e lo spirito che segue questa pratica diventa esso stesso senza ostacoli.

Venerdì 13 maggio 2005, mondô

- Ho una domanda sul tema di non dipendere da nulla. Intorno a me io vedo molta sofferenza perché le persone dipendono dalla vita affettiva ..

- Tu no?

- Sì, ma va meglio.. Da una parte io vedo che nei bambini e nelle persone anziane è un bisogno essenziale. Spontaneamente diamo ascolto e rispondiamo a questa richiesta. Al fondo di me stessa io sento che è più liberatorio se aiutiamo a comprendere che non dipendiamo da questo, che è impermanente. Ma non so come farlo, io vedo questo in modo talmente naturale ma gli altri non si accorgono di questo. Non so come spiegarlo.

- E' vero che il bisogno di affetto è un bisogno naturale, che si sviluppa in particolare nell'infanzia. Il bambino ha bisogno dell'affetto dei suoi genitori. In questo senso il bambino è dipendente. Tutto il problema dell'essere umano è che egli nasce completamente dipendente. Il bambino è completamente dipendente e se i genitori non sono attaccati al loro bambino, egli morirà rapidamente. Quindi, è vero che all'origine della nostra esistenza c'è, come possibilità stessa di esistere, questo legame di dipendenza. Semplicemente siamo ancora dei prematuri. Quindi è naturale per l'essere umano, fa parte del nostro sviluppo. Ma precisamente, l'insegnamento della Via del Buddha è di diventare dei veri adulti, di non restare allo stato di bambini dipendenti. Quindi di realizzare sempre più che sul piano spirituale non si può dipendere da alcunché. E che, in fondo non c'è bisogno di dipendere da alcunché. E' un po' diverso dal fatto che evidentemente noi siamo interdipendenti. Come bambini, dipendiamo dalla buona volontà dei nostri genitori, che ci permettono di vivere, ma in seguito dipendiamo e dipenderemo sempre anche dall'aria che respiriamo, dal cibo che mangiamo, certamente anche dalla benevolenza delle persone con le quali viviamo. Se viviamo in un ambiente di persone ostili, è molto difficile sopravvivere.

Quindi, quello che tu mi ricordi utilmente è che alla fine ci sono dei bisogni molto poco affettivi, materiali, che fanno parte della vita e ne abbiamo bisogno. L'essere umano, come tutti gli esseri umani, ha bisogno di tutto ciò che gli è necessario per vivere. Semplicemente perché noi non esistiamo che in queste relazioni di interdipendenza. Non esistiamo soli. Non siamo come una bolla che può esistere da sola, in modo autonomo. Questo significa appunto che non c'è un identità di ego, non c'è un ego sostanziale che può esistere solo, di per se stesso. Quindi, in un certo senso, siamo completamente dipendenti da tutto l'universo. E' questa l'interdipendenza. Questo vuol anche dire che non c'è sostanza, che non c'è un ego in noi al quale possiamo attaccarci. Non viviamo da soli, siamo vissuti dall'energia cosmica. Se realizziamo questo, se realizziamo finalmente questa totale dipendenza, che chiamerei piuttosto interdipendenza, allora è veramente l'occasione di abbandonare l'attaccamento a questo piccolo ego. Cioè l'idea che ci facciamo di noi stessi come di qualcuno di separato e di autonomo rispetto al cosmo. A questo punto, non dipendere da alcunché, vuol dire non dipendere da idee illusorie, dalle costruzioni mentali che ci facciamo a proposito del nostro proprio ego. E' questo che ci fa veramente soffrire, la sofferenza morale. Certo c'è la sofferenza di quando non riusciamo più a respirare, quando soffochiamo, se moriamo di fame, se ci manca ciò che sostiene la nostra vita. Non si tratta di divenire indipendenti da questo. Quello che è veramente importante nella Via spirituale è di divenire totalmente indipendenti, liberi da tutte le nostre costruzioni mentali. E' da questo che il Buddha ha proposto di liberarsi. E' quello che cantiamo nell' Hannya Shingyô. L'Hannya Shingyô descrive esattamente le condizioni della realizzazione della nostra non dipendenza. Cioè vedere, come quando diciamo di rivolgere lo sguardo all'interno, in noi stessi. E' vedere che non c'è un ego, ci sono solamente cinque skandha, solamente cinque aggregati: il corpo, le sensazioni, le percezioni, le volontà e i desideri, la coscienza, la coscienza di tutto ciò. Tutto questo è completamente impermanente e interdipendente e non possiamo afferrarla, l'identità di un ego. E persino ognuno di questi aggregati, come il corpo o anche la coscienza, sono pure vacuità, cioè senza sostanza propria. Allora, se realizziamo questo, possiamo realizzare la vacuità di tutte le nostre fabbricazioni mentali. E' da questo che ci liberiamo. Ci liberiamo delle nostre illusioni e a questo punto tutti gli ostacoli scompaiono. Gli ostacoli che costruiamo in noi stessi a causa dell'attaccamento al nostro proprio ego. Questo non vuol dire che diveniamo completamente indipendenti dal nostro ambiente e dalle condizioni e dall'equilibrio della nostra vita. Tutti gli esseri viventi, anche il Buddha stesso, hanno bisogno di cibo, di aria, di energia. Hanno bisogno anche di vivere in una comunità, di condividere con gli altri. Ma questi sono dei bisogni naturali, non qualcosa di illusorio. Ciò che è illusorio è tutto ciò che dipende dall'idea che ci facciamo di noi stessi. Tutto ciò che è relativo alla costruzione mentale di un ego. Tutto il senso della nostra pratica è di liberarci da ciò perché questo è una causa di sofferenza permanente, che può snaturare tutto, assolutamente tutto. Può alterare le relazioni umane. Questo significa che se siamo centrati sulle costruzioni mentali di un ego che vuole utilizzare gli altri costantemente per il proprio ego, anche quando crediamo di amare qualcuno, in realtà sfruttiamo questa persona per profitto personale, per la soddisfazione personale. E anche se crediamo di seguire una Via spirituale, anche in questo caso possiamo sbagliarci completamente. Possiamo attaccarci ai meriti della pratica, alla posizione che otteniamo all'interno di un gruppo. Tutti questi sono gli effetti perversi della costruzione mentale di un ego. Allora, non dipendere più da questa costruzione mentale. E' questo l'insegnamento del Buddha. E non dipendere neanche dall'ideale. E' lui stesso che insegnava questo, l'ideale come costruzione mentale. Per esempio, l'idea che qualcuno che segue la Via del Theravadâ si fa del nirvâna, è l'ideale spirituale. E' ancora una proiezione dell'ego. Anche questo bisogna abbandonarlo, perché si realizzi. D'accordo?

- Sì, teoricamente.

* * * * * * * * * *

- Ascoltando il discorso che avete fatto adesso, mi chiedo: l'ego da dove viene? Dalla mente?

- Sì, l'ego è una costruzione mentale fabbricata da quello che chiamiamo il quarto aggregato. C'è il corpo, le sensazioni, le percezioni e poi c'è quello che chiamiamo il gruppo delle fabbricazioni mentali. In questo gruppo, che fa parte del funzionamento del nostro spirito, si raggruppano ogni tipo di manifestazioni e in particolare la produzione dei concetti, d'idee, di immagini alle quali ci si attacca spesso.

- Gli animali ce l'hanno?

- Penso che dipenda dai casi, dal grado di evoluzione.

- Le ho fatto questa domanda perché in questi giorni ho pensato che la mente e anche l'ego siano una cosa nuova, dell'ultima parte dell'evoluzione degli esseri umani.

- Sì, ma io non penso che sia relativa all'ultima parte dell'evoluzione, è un incidente di percorso.

- E sento che è una cosa molto difficile da gestire. Come avere una Ferrari o un'astronave da guidare e se sbaglio un bottone questa va velocissima!

- E' un buon paragone, l'ego è sempre di corsa. Vuole andare sempre più veloce per ottenere più soddisfazione e a causa di ciò creiamo molti incidenti.

- E quindi lei dice che è un errore di percorso?

- Sì, perché penso che non bisogna confondere l'ego e la coscienza. La coscienza fa parte dell'evoluzione. L'ego è una falsa concezione che ci facciamo. E' una fabbricazione mentale ma è un errore. Vuole dire che trattiamo noi stessi come qualcosa, vogliamo divenire qualcosa, qualcosa di separato, che esiste di per se stesso. Ecco, l'ego è un cancro. Quando parlo di errore di percorso, è come l'errore a livello cellulare. Un cancro è un errore delle cellule che si mettono a funzionare in maniera autonoma, che non vivono più nell'interdipendenza, che non rispondono più ad alcuna istruzione.

- Quindi è un errore dell'universo?

- Sì, possiamo dirlo, ma è prima di tutto e fondamentalmente un nostro errore. Sta ad ognuno di noi, a colui che crea l'errore, di comprendere il proprio errore. E' vero che l'universo ha reso possibile questo errore. Ma ha anche reso possibile la sua risoluzione. Perché se guardiamo bene ciò che è l'universo, non c'è un ego nell'universo. E' una visione falsa. Guarda bene tutto l'universo. E' quello che ha fatto Buddha in zazen. Ha compreso solamente che non c'era che l'interdipendenza, solo vacuità. L'universo può guarirci, a condizione che lo guardiamo con uno sguardo chiaro.

- Se guardiamo anche i concetti delle altre religioni, che parlano del libero arbitrio e del destino prefissato, mi fa pensare che questa cosa che abbiamo sia questa possibilità in più di una comprensione superiore che magari gli altri emisferi non hanno.

- Gli altri emisferi?

- Gli animali, le piante ...

- Ah sì, è vero.

- Tempo fa ho letto in un libro ...

- Aspetta, non diventare troppo complicata perché hai fatto una domanda ed ora tu pensi a qualcos'altro e poi penserai ancora a qualcos'altro e questo può durare così per un'ora ..

- E' una costruzione mentale ....

- Questo è proprio il mentale. Tu mostri esattamente qualcosa di importante. Il mentale è ciò che permette a un tempo di porre delle buone domande e quindi di risvegliarsi. E poi, se lo utilizziamo male, ci attacchiamo a delle idee e le idee divengono così proprio una specie di attaccamento, come il cibo. Possiamo voler avere delle altre idee, cambiare idea, interessarci ad altre idee. Le idee diventano un oggetto di consumo, consumiamo delle idee. Una bulimia di idee. Quindi fermati.

- Grazie.

* * * * * * * * * *

- La mia domanda riguarda i precetti e in particolare quello di non uccidere e si rifà all'insegnamento di stamattina. Noi abbiamo un giardino e quando strappo le erbacce non mi sento bene, penso che sto uccidendo. E ultimamente ...

- Perché strappi l'erba?

- Perché altrimenti invade tutto.

- E' bene l'erba.

- Ma è ancora più complicato perché abbiamo degli alberi da frutto e sono stati invasi da dei bruchi verdi. E' una vera e propria invasione. Sono veramente in tutti gli angoli e gli alberi stanno morendo. Quindi abbiamo acquistato dei prodotti per questo problema, sono dei prodotti biologici, che bloccano le mascelle e così questi bestiole non possono mangiare e muoiono di fame. Per me questo è un orrore e non ho potuto utilizzare questo trattamento. Ma gli alberi stanno veramente rischiando di morire e io non so quale può essere il comportamento giusto.

- E' difficile, perché comunque nell'universo gli esseri umani si mangiano l'uno con l'altro. E’ difficile scegliere tra l'albero e questi bruchi. Non possiamo scegliere. Un koan zen è la storia del monaco che vede un serpente afferrare una rana. Cosa si deve fare? Si deve salvare la rana? Per salvare la rana, bisogna uccidere il serpente e in ogni caso lasciarlo morire di fame. Forse la cosa migliore è di lasciar fare.

- Lasciare i bruchi?

- Sì sì. Io trovo che sarebbe più nel senso della natura trovare i predatori naturali dei bruchi. I bruchi non scomparirebbero subito ma diminuirebbero senz'altro e almeno servirebbero di nutrimento agli uccelli, per esempio. Questa sarebbe una buona soluzione. Spesso quando ci sono dei disequilibri di questo tipo è perché c'è un gruppo che si sviluppa troppo perché ci sono dei predatori naturali che sono scomparsi. Quindi l'interdipendenza si è falsata, l'equilibrio è alterato. O forse potrebbe risolversi da solo se tu non fai nulla: ad un certo punto arriveranno delle bestiole, degli insetti che mangeranno i bruchi, senz'altro.

Sabato 14 maggio 2005, kusen delle 7:00

Durante zazen continuate a concentrarvi sulla vostra postura, sulla verticalità della schiena, sull’immobilità. Inspirate ed espirate con calma, e piuttosto che seguire i pensieri, rimanete attenti alla vostra respirazione. Restando attenti alla propria respirazione possiamo facilmente realizzare una mente che non ristagna su nulla. La respirazione è nuova ad ogni istante. Lo spirito in unità con la respirazione resta uno spirito nuovo che non si identifica con nulla e che non dimora su nulla, che non crea separazioni tra l’interno e l’esterno. Durante l’inspirazione riceviamo, durante l’espirazione doniamo. Così viviamo pienamente l’interdipendenza tra quello che chiamiamo sé e tutto l’universo. Siccome non esistiamo che attraverso questa interdipendenza, realizziamo che non c’è un ego sostanziale, un ego separato. Tutti gli sforzi che facciamo per affermare questo ego sono una perdita di tempo e di energia. Tutto questo solamente per creare una illusione dolorosa.

Ecco perché è detto, nel Trattato di Bodhidharma, a proposito dello spirito del buddha, che “il fatto di non dipendere da nulla e da nessuno è la liberazione”. Il fatto che la nostra vera natura spirituale sia libera da tutti gli ostacoli è ciò che chiamiamo il risveglio. Essere liberi da tutti gli ostacoli dipende dal fatto di non cercare di ottenere nulla. E' realizzare che nella vacuità non c’è assolutamente nulla da ottenere. Nella vacuità vuol dire nella realtà profonda dell’esistenza, che non è fatta che di interdipendenza e quindi di impermanenza. Tutta la nostra pratica consiste nel realizzare questo intimamente, nell’accettarlo profondamente in modo da armonizzarsi con questa realtà, imparando a lasciare la presa rispetto ai nostri desideri di ottenere qualcosa. Questo vuol dire aprire le mani, rimettersi alla pratica di zazen che ci conduce al di là di tutti i nostri piccoli desideri. Quindi, come è detto nell’Hannya Shingyô, essere senza pensieri che fanno da ostacolo. Così tutte le paure, tutte le cause delle paure spariscono e possiamo trovare veramente uno spirito calmo. È quello che chiamiamo lo spirito del nirvâna.

Per realizzare ciò, bisogna realizzare lo spirito mushotoku, lo spirito che non cerca alcun profitto. Ad esempio, in zazen questo significa non aspettarsi nulla al di là della pratica stessa. Perché fate zazen? Non per questo o per quello, ma solamente per zazen stesso. Allora la pratica di zazen diventa assoluta, al di là dell’eccesso e della mancanza. Diventa la realizzazione qui ed ora della nostra vera natura. Sbarazzarsi dell’ostacolo di credere che bisogna cercare qualcosa al di là della vita di questo istante presente. Questa attitudine può continuare sicuramente al di là della pratica di zazen. La pratica della cerimonia, gasshô, sanpaï, mangiare la guen maï, fare il samu, ognuna di queste azioni può diventare l’azione assoluta, perfetta, alla quale non manca nulla se non cerchiamo nulla al di là di quello che stiamo facendo. È la pratica di mushotoku, la realizzazione dello spirito del buddha, l’armonia con la vita così com’è.

Sabato 14 maggio 2005, kusen delle 11:00

Al termine di questa sesshin, ci saranno delle ordinazioni. Chiedere di ricevere l’ordinazione vuol dire esprimere la propria fede in quello che chiamiamo i Tre Tesori, cioè il Buddha, il Dharma e il Sangha. E' fare il voto di armonizzarsi con questi Tre Tesori, di proteggerli. E' anche il senso della pratica durante una sesshin. Nel Trattato di Bodhidharma è detto: "Che cos'è che chiamiamo il Buddha?". Ed è risposto: "Risvegliarsi conformemente al Dharma, realizzare che non c’è nulla da realizzare è meritare il nome di Buddha". Risvegliarsi conformemente al Dharma vuol dire risvegliarsi conformemente all’ordine cosmico, alla realtà così com’è. Di questa realtà noi ne facciamo parte, da sempre, ancora prima della nostra nascita. Essa è in noi e noi siamo in essa. E' la stessa relazione che ha un’onda con l’oceano. La posizione delle mani in zazen si chiama ho kai jo in, il sigillo dell’oceano del Dharma. Questo vuol dire che quando pratichiamo profondamente zazen, corpo e spirito profondamente in unità, quando cessiamo di seguire le nostre fabbricazioni mentali, quando abbandoniamo tutti gli attaccamenti al corpo e allo spirito, allora abbandoniamo tutto quello che ci separa dall’oceano del Dharma. Cessiamo di prenderci come un individuo separato. Abbandoniamo le illusioni del nostro ego e così possiamo realizzare il nostro vero sé, quello che chiamiamo a volte natura di buddha. Ma dato che in realtà non ne siamo mai stati separati, così come l’onda non è mai stata separata dall’oceano, questa realizzazione non è una realizzazione, non è ottenere qualche cosa, non è realizzare qualcosa, non è divenire qualcosa. È semplicemente ridiventare intimi con quello che siamo in realtà. Quando parliamo di abbandonare l’ego, le illusioni, le fabbricazioni mentali, non è una forma di sacrificio. E' semplicemente lasciare andare quello che ci separa dalla realtà. È quello che ha realizzato Shakyâmuni Buddha nella sua pratica di zazen. Il suo Dharma, il suo insegnamento non fu che l’espressione del Dharma in quanto ordine cosmico, la realtà così come è. Ecco perché qualche volta il Buddha è stato chiamato Tathâgata, colui che comprende la realtà così com'è, che viene da questa realtà e che ci ritorna, cioè la realtà senza realtà, senza nulla di sostanziale, la realtà dell’interdipendenza. Come l’onda non è separata dal resto dell’oceano, così noi non siamo separati da tutto il resto dell’universo. Allora restare egoisti, individualisti non è possibile. Ecco perché il vero buddha è colui che risponde agli esseri, che non si accontenta di risvegliarsi in maniera solitaria, di vedere solamente la vacuità di tutte le cose, ma è colui che vede anche tutte le sofferenze degli esseri viventi e che desidera condividere la sua saggezza con essi, rispondendo così alle loro attese più profonde, l’attesa di essere liberati da tutte queste cause di sofferenza, l’attesa di poter vivere infine in armonia con la nostra vera natura.

La domanda successiva è quella di sapere "Che cos'è il Dharma?" e la risposta, nel Trattato di Bodhidharma è: "Quando lo spirito è in armonia con la realtà così come è, allora né nasce, né muore, ed è quello che chiamiamo Dharma". È realizzare questa dimensione nell’esistenza di ciascuno, che è al di là della nascita e della morte. Un’onda che si infrange su una roccia o che si infrange sulla riva non muore, ritorna semplicemente all’oceano, cambia forma. Questo cambiamento di forma noi lo viviamo costantemente, fin da quello che chiamiamo la nostra nascita. Se guardiamo le nostre foto di quando eravamo bambini e ci guardiamo allo specchio, è chiaro che non siamo più gli stessi. Il bambino è morto per fare posto all’adulto, ma allo stesso tempo il bambino vive sempre nell’adulto. Accettare ogni giorno, ad ogni istante questo processo di nascita e di morte, senza attaccarsi alla nascita e senza dispiacersi della morte, è la nostra pratica. E' in definitiva realizzare che nulla nasce e nulla muore e che semplicemente tutto si trasforma. Praticare zazen è un modo di armonizzarsi con questo, abbandonando in noi tutto quello che è coagulato, fisso, rigido. Ritrovare la fluidità dell’onda.

In quanto al Sangha, è riunirsi in armonia con tutto questo, per imparare ad avere insieme una vita al di là dell’ego. Essere monaci, essere monache vuol dire vivere in armonia con se stessi e in armonia con gli altri, in armonia con la realtà che è al di là di tutte le separazioni, tra se stessi e gli altri, tra se stessi e il Buddha.

Sabato 14 maggio 2005, mondô

- La mia domanda è a proposito dei cinque skandha. Ho diverse piccole domande da porti. La percezione, è riconoscere? Per esempio riconoscere un serpente da una corda, è la percezione?

- Sì, ti lascio porre le tue domande, ma tutti qui sanno di cosa si tratta quando si parla degli skandha? C'è qualcuno che non li conosce?

Ci sono abbastanza persone che hanno alzato la mano, quindi dirò qualche parola prima che tu continui altrimenti questo mondô non vorrà dire niente per molte persone, che non capiranno di cosa parliamo.

Quando cantiamo l'Hannya Shingyô, alla fine di zazen, nelle prime frasi è detto: "Quando il bodhisattva della compassione, Kannon, Avalokiteshvara, pratica la grande saggezza, vede che non esistono che i cinque skandha". Bisogna tradurre questo, come vi raccomando di fare sempre quando leggete dei testi del buddhismo, dello Zen, pensando a cosa vuol dire rispetto alla nostra pratica di zazen. Vuol dire che quando pratichiamo zazen, pratichiamo l'osservazione di noi stessi, rivolgiamo l'attenzione verso noi stessi, non vediamo che i cinque skandha, cioè non vediamo l'ego. Si dice sempre che bisogna imparare a conoscere se stessi, ma il se stessi non lo vediamo mai, non esiste. L'ego, me, te, non esiste in quanto entità. Quello che vediamo, quello che percepiamo osservando noi stessi, è che abbiamo: Un corpo - Delle sensazioni, le sensazioni nel buddhismo e nella psicologia moderna sono un po' differenti: le sensazioni nel senso del buddhismo, nel secondo skandha, sono ciò che percepiamo nei termini di piacevole o spiacevole o neutro - Delle percezioni, le percezioni, di cui tu parli, il terzo skandha, sono ciò che risulta dal contatto tra gli organi di senso, gli oggetti, e la coscienza del mentale, la coscienza visuale in rapporto agli oggetti visivi. Ma, contrariamente alla coscienza in quanto quinto skandha, che è semplicemente la coscienza che c'è qualcosa, la presenza di qualcosa, la percezione include il riconoscimento, il discernimento, che cos'è, non si riconosce solamente che c'è un colore, che è il colore blu, che è il colore del cielo. Il quarto skandha, include un po' tutto perché è tutto ciò che non è né il corpo, né le sensazioni, né le percezioni, né la coscienza. E' tutto il resto e tutto il resto è molto vasto.

- Quindi le emozioni?

- Ecco, tutto il resto dell'attività mentale che non è né dell'ordine della sensazione, né della percezione, né della coscienza. Allora si tratta principalmente di tutto ciò che è dell'ordine dell'emozione, dei desideri, dell'avversione e tutto ciò che è motivazione, volontà, tutto ciò che conduce all'azione. Ma anche la concettualizzazione, le idee e per esempio l'idea che ci facciamo di noi stessi.

Ecco, se non vediamo che in realtà non ci sono che i cinque skandha, ma se crediamo che c'è un ego, un sé, un me, un te, una personalità, tutto ciò che mettiamo qui dentro sono fabbricazioni mentali del quarto skandha. In altre parole non vuol dire che l'ego, il me, il sé non esistono ma sono solamente una fabbricazione mentale. Esistono solo in quanto prodotto all'interno del quarto skandha.

Allora, perché dedicarsi a questo genere di analisi? E' il punto di partenza della saggezza del Buddha: chi vuole entrare nella saggezza del Buddha, deve cominciare col percepire i cinque skandha perché è attraverso la percezione dei cinque skandha e del fatto che non ci sono che i cinque skandha che possiamo arrivare a una visione, a una percezione realistica di noi stessi, di nient'altro che i cinque skandha. E' l'inizio della saggezza.

La seconda tappa che troviamo nell' Hannya Shingyô, è percepire che ognuno dei cinque skandha è vuoto. Vuoto non vuol dire puro nulla o non esistente, ma che esiste semplicemente nell'interdipendenza.

La terza tappa nella progressione della saggezza, è di vedere che non solo i cinque skandha sono vuoti, ma che anche tutti i dharma sono vuoti. Generalmente si dice che i cinque skandha ricoprono la totalità della realtà. Tutto ciò che esiste si situa necessariamente nei cinque skandha. Ma in effetti, nella filosofia buddhista, ciò non è del tutto vero. Tutti i filosofi dell’Abhidharma hanno detto che certamente ci sono cinque skandha che definiscono le cose condizionate, i dharma condizionati ma ci sono anche i dharma incondizionati, cioè delle realtà ultime che esistono di per se stesse. Quindi per esempio, a seconda delle correnti, il nirvâna, è un dharma non condizionato, come pure il nirvâna provvisorio, cioè realizzato in questa vita e il nirvâna definitivo, parinirvâna, dopo la morte. Quindi questi, secondo i filosofi buddhisti, sono considerati come dharma incondizionati, cioè al di fuori dei cinque skandha e ci hanno incluso pure lo spazio. Quindi, nell' Hannya Shingyô è detto, nella terza tappa, "Non solo gli skandha sono vuoti ma tutti i dharma sono vacuità". Questo vuol dire che essi includono tutto ciò che esiste, compreso il nirvâna.

Tutto questo non è filosofia. Coloro che non conoscono bene il buddhismo potrebbero pensare che si tratta di un corso di filosofia buddhista e non capiscono a cosa, queste tre tappe per andare sempre più lontano nella vacuità, conducono, a cosa servono. Conducono alla quarta tappa che consiste nel dire che nella vacuità universale, cioè in ku, tutto è vacuità, compresi gli insegnamenti del Buddha, le Quattro Nobili Verità, le dodici cause interdipendenti e anche non c'è né nascita né morte, né sofferenza, né liberazione dalla sofferenza. E' come una negazione totale di ciò che chiamiamo il Dharma, quanto generalmente viene definito l'insegnamento di base del Buddha (le Quattro Nobili verità, le dodici cause interdipendenti).

Nella quinta tappa dell' Hannya Shingyô, tutto questo è incluso nella vacuità. Quindi, nella sesta tappa, non c'è nulla da ottenere: mushotoku. E' qui che vuole arrivare l'Hannya Shingyô. Arrivare a mushotoku. Si possono comprendere i cinque skandha e dirsi che tutti i fenomeni della vita quotidiana sono illusori, senza sostanza. Ma c'è comunque il Dharma, il nirvâna e questi divengono dei nuovi oggetti di ottenimento: si pratica per ottenere il Dharma, il nirvâna. Diventano una nuova causa di illusione, di dualità, una nuova ossessione dell'ego, che vuole afferrarli. Spesso noi siamo pronti a dire: ok, i cinque skandha sono vacuità, i fenomeni della vita quotidiana sono vacuità, sono solo delle cause di attaccamento e di sofferenza, ma c'è il Dharma che vogliamo ottenere, il nirvâna che vogliamo raggiungere. E a questo punto non si fa che trasferire lo spirito avido dal livello quotidiano al livello spirituale. In definitiva, questo diventa l'ostacolo alla realizzazione vera del Dharma e del nirvâna.

Allora il rimedio è la comprensione, l'accettazione della vacuità universale, compresa la vacuità del Dharma e del nirvâna. Non c'è quindi più altra soluzione che di essere mushotoku. Questa si impone come la sola maniera evidente di vivere se si vuole essere in armonia con il Dharma, con la realtà, con la vacuità. Questa è la settima tappa dell' Hannya Shingyô.

Il bodhisattva che realizza questo, che accetta che non c'è nulla da ottenere, che diviene mushotoku, può realizzare uno spirito senza ostacoli e senza paura. E questo è ciò che permette di andare al di là dell'al di là, sulla riva del nirvâna e di realizzare veramente il Dharma di Buddha. In ciò che ha di salvifico, che libera.

Volontariamente, alla fine ho fatto un teishô invece di un mondô. Ho preso il pretesto della tua domanda perché ho visto che, sebbene cantiamo l' Hannya Shingyô tutti i giorni, molte persone non conoscono i cinque skandha. E' chiaro ed è insegnato che se non si ha questa visione dei cinque skandha, non si supera nemmeno la prima tappa sulla Via della saggezza. E' veramente la porta d'entrata. Bisogna cominciare da questo. Se non si vede che non ci sono che i cinque skandha, allora si vede che c'è un ego e ci si attacca a un ego e fin dall'inizio si è nella direzione sbagliata. Vuoi ora delle precisazioni sui cinque skandha?

- Ne ho già avute due nelle tue risposte! Ma la terza, la coscienza, non capisco che cos'è.

- La coscienza, è essere coscienti di qualcosa, della presenza di qualcosa. E' vero però, è difficile da discernere in rapporto alla percezione. Per esempio: essere coscienti che c'è un corpo e non, è il mio corpo! Vedi la differenza? C'è un corpo, c'è una respirazione, c'è una sensazione, delle sensazioni, ci sono delle percezioni ….

- E' ciò che mi permette di distanziarmi?

- E' essere coscienti della presenza di uno dei quattro altri skandha. In seguito, di cosa si tratta veramente, è la percezione che lo discerne. La coscienza è semplicemente come uno specchio che riflette esattamente ciò che è senza decidere che cos'è. Semplicemente cosciente della presenza, c'è qualcosa. D'accordo?

- Mah, capisco perché non so che cos'è!

- E' stata una buona domanda perché mi ha dato una buona occasione per fare delle precisazioni.

* * * * * * * * * *

- La mia domanda riguarda qualcosa che mi preoccupa, cioè l'ordinazione di domani. Quando ho detto alle persone di questo Sangha che avevo chiesto di diventare monaco, sono stati tutti contenti. Però prima di venire qui ho detto questo anche a varie persone della mia famiglia, la fidanzata, il figlio, i miei genitori, e loro non sono stati così contenti, come le persone qui. Hanno avuto una reazione che non so come descrivere: di inquietudine, erano impauriti per qualcosa.

- Che cosa gli hai risposto tu? Avevano ragione di aver paura o no?

- Non sapevo come rispondere e la cosa è rimasta in sospeso. Ma questo lasciarla in sospeso non mi piace come situazione. Quindi la mia domanda è: come posso trasformare la loro reazione in una reazione di gioia e non di inquietudine?

- Facendogli capire che non è perché tu diventi monaco che li abbandonerai o che li amerai meno ma che li amerai diversamente, forse con meno attaccamento. E’ del resto quello che a loro fa paura. La gente vuole che si sia attaccati, perché se pensano che tu non sei più attaccato, le potrai lasciare da un giorno all'altro. E' per questo che hanno paura. Ma si sbagliano, perché in definitiva la relazione d'amore che è basata sull'attaccamento è qualcosa di talmente doloroso che è spesso ciò che si trasforma in odio, in ostilità, in separazione. Perché nell'attaccamento c'è dell'inquietudine, della gelosia, dell'egoismo e tutto ciò crea spesso della sofferenza, nella coppia, nella famiglia. Invece, l'amore del monaco per la sua famiglia è un amore di benevolenza. Desidera e contribuisce veramente alla loro felicità, alla loro evoluzione spirituale. Quindi è un amore più tranquillo, più stabile, meno egoista, che ha più possibilità di durare, che l'amore attaccamento. Spero che tu possa provarlo così. Perché se tu non lo realizzi, allora non è il caso che gli spieghi qualcosa perché questo non li rassicurerà. E' questo il senso.

- Prima di partire la mia fidanzata, una persona molto intelligente, mi ha detto queste parole: "Se tu diventi un monaco, e non noterai un cambiamento in te stesso, noterai un cambiamento nelle persone che ti circondano". Ho pensato al significato di queste parole.

- Bisogna chiedere a lei che cosa voleva dire, non serve a niente cercare di indovinare cosa volesse dire. Non è chiaro quello che ha detto. Sicuramente ci sarà un cambiamento in te e anche un cambiamento negli altri perché ti vedranno per forza come un monaco e non più come una persona ordinaria. Dopodiché, tutto dipenderà dall'idea che essi si fanno di un monaco. Ognuno si fa delle immagini dei monaci, in particolare attraverso i monaci della religione cristiana, e questo influenza la loro visione. Sta a te dimostrare cos'è un monaco zen, non un'idea astratta di monaco ma concretamente nella tua vita. Cioè qualcuno che è a un tempo completamente concentrato sulla pratica di zazen, ma anche sulla pratica della Via in tutti i momenti della vita quotidiana. Che nella sua pratica non dimentica gli altri, che non diventa un monaco solitario, che pratica per se stesso, che può aiutare tutti gli esseri, a cominciare dai più vicini, evidentemente!

* * * * * * * * * *

- Come possiamo riconoscere, nel momento stesso in cui compiamo un'azione, se questa azione è dettata da un'illusione?

- Un'azione?

- Sì, un'azione, ma anche una parola …

- Bisogna semplicemente guardare lo spirito che ispira questa azione o questa parola, tutto qui. L'azione in se stessa o la parola in se stessa, dipende completamente dalla motivazione. Bisogna osservare il proprio spirito prima di parlare. Per esempio, se parliamo per criticare, non per criticare positivamente ma per sminuire qualcuno o per distruggerlo, se parliamo per vantarci o per raccontare delle falsità, per farci belli, allora evidentemente, è un'illusione. Anche quando agiamo, la stessa azione può essere illusoria o non esserlo. Un altro esempio, si può fare samu per rendere un servizio con uno spirito mushotoku ma lo si può fare anche per farsi riconoscere dagli altri, per promuovere il proprio ego e ciò è completamente illusorio. Non è l'azione in se stessa che è illusoria, è la motivazione.

- Fino a questo livello a volte mi riconosco, riconosco delle illusioni. A volte ho dei pensieri illusori e riesco a riconoscerli. E' più sottile, perché a volte compiamo delle azioni in buona fede, pensando di creare del bene, magari in una relazione di amore o verso gli amici. E questo lo dico anche in risposta a quello che mi hai detto ieri, al dokusan, che mi ha fatto molto riflettere perché io mi sentivo in buona fede. Però mi hai aiutato a riconoscere delle illusioni, che possono portare sofferenza a me e agli altri.

- Sì, perché si trattava di aiutare delle persone proponendo di fare zazen a casa loro, per esempio. E qui effettivamente l'illusione è più sottile perché la motivazione di base è buona: quelle persone non sono pronte per venire al dojo allora io vado da loro per portare lo zazen, per aiutarle a fare zazen. Ma evidentemente, la questione è di sapere se questo le aiuterà veramente. E' veramente un mezzo abile? E' su questo che bisogna riflettere e anche avere l'esperienza e la saggezza del boshisattva al livello delle upâyas, dei mezzi abili. Per esempio, in questo caso può forse essere un mezzo abile quello di mostrare lo zazen ovunque, compreso a casa dalle persone, ma ciò può molto presto divenire molto inopportuno, non abile. La tua domanda non è sull'illusione di base causata dall'egoismo ma sull'illusione o l'errore con delle buone intenzioni, con della compassione. E' infatti molto difficile aiutare gli altri. Si può, credendo di fare il bene per qualcuno, causarne la sua rovina. Bisogna sviluppare la propria saggezza, cioè riflettere sulle conseguenze, non vedere solo a breve termine. Un'azione può essere buona nell'immediato ma avere delle conseguenze future nefaste. Non bisogna mai perdere di vista qual è il senso dell'aiuto, della compassione e dell'azione compassionevole, benevolente. Questo senso dell'aiuto, non è quello di soddisfare i desideri degli altri ma al contrario di aiutarli a liberarsi dai loro desideri e dai loro attaccamenti. E quindi, a volte, ciò implica di disturbare l'ego. La maggior parte del tempo, bisogna disturbare l'ego.

* * * * * * * * * *

- Hai parlato dei cinque aggregati che ci compongono. Questo mi ha fatto riflettere sulla nascita dei pianeti. Siamo un po' come dei pianeti. Quindi, cosa fa sì che ci formiamo?

- E' l'interdipendenza!

- Può anche essere il desiderio?

- Sì, naturalmente. E' persino molto il desiderio, nel senso che il desiderio fa parte delle dodici cause interdipendenti. E' la catena. Il desiderio è effettivamente la causa della rinascita degli esseri. Allora, a livello dei pianeti, il vero desiderio può essere la forza di gravità, la forza dell'attrazione?

- La forza di gravità è un'intelligenza?

- Ah, lo sapevo che volevi arrivare qui …

Il punto di vista del Dharma di Buddha è differente dalla visione giudaico-cristiana, perché non c'è la visione di un creatore, quindi non c'è intenzione, non c'è nemmeno creazione. E' piuttosto una visione di un ciclo di mondi che continua attraverso le leggi d'interdipendenza. E' molto vicino in definitiva all'approccio della cosmologia moderna. Per esempio, non si dice affatto che Buddha ha creato il mondo affinché gli esseri si risvegliassero. Ma, nel mondo che è così com'è, appaiono dei buddha che comprendono la realtà così com'è, che permettono agli esseri di liberarsi dalle loro illusioni e dalle loro sofferenze. Allora, per l'essere umano, nell'evoluzione degli esseri umani, e dal punto di vista buddista ovviamente, realizzare il risveglio simile a Buddha è il senso della vita di un essere umano, perché è ciò che apporta la più grande felicità a tutti gli esseri. Si può vivere infine riconciliati con la realtà così com'è. Ma questo non vuol dire che qualcuno avesse un piano o un'intenzione in questo senso. In ogni caso, nel Dharma del Buddha non si pensa in questo modo, non si pensa in termini di creatore con un'intenzione. Ma, poiché si tratta di verità non verificabile, alla fine il Buddha non si è veramente pronunciato. Ciò che è sicuro, è che egli non ha parlato di un creatore avente l'intenzione di creare il mondo ma al tempo stesso, il Buddha non ha mai negato l'esistenza di Dio. Ha pensato al di fuori di questa prospettiva. Tutto qui. Non è ateismo, non è una negazione. Alla fine non si può affermare che c'è o non c'è. Nel buddhismo si considerano queste questioni un poco inutili. Perché alla fine non si può decidere. La domanda veramente utile è: come vivere qui ed ora? Ecco.

Domenica 15 maggio 2005, kusen delle 7:00

La fine della sesshin si avvicina e anche se avete male alle ginocchia, se siete stanchi, date tutta la vostra energia alla postura, senza risparmiarvi. Mettete molta energia nelle reni, in particolare inclinando bene il bacino in avanti, tirando bene la colonna vertebrale e la nuca come per spingere il cielo con la sommità del capo. Più date energia alla postura, più la postura vi porterà al di là di voi stessi, al di là di tutte le vostre fabbricazioni mentali. Così potrete veramente risvegliarvi, cioè essere pienamente seduti e lasciar cadere tutto il resto, tutte le vostre preoccupazioni della vita quotidiana, così come tutti i vostri pensieri a proposito dello Zen e del Dharma. Poiché, come diceva il Maestro Dôgen, anche se si comprende che zazen è il Dharma del Buddha, noi dobbiamo comprendere che in definitiva zazen è solamente sedersi, al di là anche di tutte le idee e di tutte le concezioni sul Dharma del Buddha. Essere pienamente seduti significa risvegliarsi da tutti questi sogni e incontrare la realtà della nostra vita qui ed ora, corpo e spirito totalmente uno con l'azione presente, senza aggiungervi nulla con il mentale.

Su questo argomento c'è un grande mondô nel Trattato di Bodhidharma. Qualcuno chiede: "Realizzare il nirvâna con resto cioè il nirvâna in questa vita con un resto, e ottenere il frutto dell'Arhat, è questo il risveglio?" E la risposta fu: "Non è che una realizzazione in sogno". "E allora praticare le sei paramita, giungere alle dieci tappe della Via del bodishattvâ, realizzare tutte le pratiche, capire come è detto nell'Hannya Shingyô che tutti i Dharma sono senza nascita né morte, senza pensiero né comprensione, non è questo il risveglio?". "No, è ancora solamente un sogno". "E allora la realizzazione del risveglio sotto l'albero della bodhi, la capacità di salvare gli esseri e infine l'entrata nel nirvâna, non è forse il risveglio?". "No, è solamente ancora un sogno." Infine, "Tutti i buddha hanno da sempre convertito tutti gli esseri al loro insegnamento, quelli che hanno ottenuto la Via sono innumerevoli, non sarebbe questo il risveglio?". "No, ancora non è che un sogno".

In altre parole, in questo mondô tutto l'insegnamento del buddhismo è respinto come un sogno, e la ragione di questo è che tutto ciò che implica il pensiero, le discriminazioni, in altre parole tutte le concezioni che ci facciamo a partire dalla nostra mente su Buddha, sul nirvâna, sulla vacuità e su tutti gli insegnamenti, tutto questo è simile ad un sogno semplicemente perché sono delle fabbricazioni mentali. Anche a proposito del buddhismo, sono ancora delle fabbricazioni mentali cioè delle manifestazioni della nostra mente, della nostra coscienza personale. Cioè una saggezza in sogno, simile ad un sogno. È quello che nello Zen si chiama spesso 'il dito che mostra la luna', ma che non è mai la luna stessa. Pensare che zazen è il vero Dharma del Buddha è ancora il dito che mostra la luna. Ma essere veramente, pienamente seduti sul proprio zafu, al di là di tutti i pensieri, lì c'è il vero risveglio. Non nella frase che ho appena pronunciato, ovviamente, ma nell'esperienza reale di essere pienamente seduti. Pienamente seduti al di là di ogni coscienza, persino di sé o del risveglio. Poiché, come è stato detto nel Trattato di Bodhidharma, "Quando ci risvegliamo veramente, in conformità al Dharma, non c'è più nessuna coscienza di sé, neanche del risveglio". Al contrario, come è detto ancora nel Trattato di Bodhidharma, "Se la coscienza e il pensiero sono del tutto calmi, senza attività, allora sì possiamo parlare di risveglio perfetto". Cioè realizzare veramente uno spirito che non afferra nulla, che non crea alcuna dualità, ma che si armonizza veramente con l'ordine cosmico.

Traduzione: Margot Sacco
Annotazione: Chiara Pandolfi, Germana Tucci, Paolo Mattamira, Roberto Romano, Daniela Zanarotto